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giovedì 21 maggio 2026

Il politichese

Tutti abbiamo sentito parlare del (e spesso sentito usare il) politichese.

Il politichese, come ogni altro gergo, non è una lingua in sé, ma è un linguaggio.
E come linguaggio è cambiato nel corso del tempo. Ma non nel senso che si è evoluto (come capita a ogni lingua e linguaggio), bensì nel senso che ha cambiato direzione.
Da linguaggio orizzontale è diventato linguaggio verticale.
Leggete oltre e capirete.

Ma prima di tutto bisogna definire cosa è il politichese.
Il politichese è un linguaggio (direi gergale, anche se la parola non rende l'idea con la necessaria precisione) usato nel mondo della politica e che sembra astruso, nebuloso a chi di politica non sa.
Esattamente come altri linguaggi gergali in altri settori.

E ora veniamo al punto.
In origine il politichese era trasversale, orizzontale.
Nel senso che, astruso o no che fosse, era comune a tutto l'arco parlamentare.
Chi faceva politica, chi capiva di politica, ma anche solo chi era abbastanza istruito, lo capiva indipendentemente dalle proprie idee politiche.
Era un linguaggio comune a tutte le forze politiche.
Magari escludeva il popolino poco istruito, ma non escludeva nessuno in base alla rappresentanza politica.

Oggi invece il politichese è diventato verticale.
Nel senso che non esclude più il popolino poco istruito. Ma esclude chi non la pensa come te.
I vari partiti usano ciascuno un proprio politichese che viene capito dai propri fans, ma non dai fans altrui. Spesso neanche dai politici di altri colori.
Perché punta sulla fidelizzazione: prima che conquistare chi non mi vota devo "incatenare" chi mi vota, non lasciarlo più andare, quindi lui mi deve capire (o almeno devo fargli credere che mi capisce).
Oggi non esiste più il politichese. Esistono i politichesi.

Saluti,

Mauro.

venerdì 10 aprile 2026

Le facce di Meloni

Siamo seri: le facce, le pantomime, le smorfie che Meloni fa nelle conferenze stampa, in Parlamento o negli incontri internazionali sono penose.
Io non so se lei sia spontanea o se reciti... ma in entrambi i casi rimane patetica. E inadeguata.
Si rende solo ridicola. Non certo empatica e certo neanche "una di noi".
Se proprio qualcuno credesse che quelle pantomime dimostrino il suo essere una di noi, ciò significherebbe solo che noi siamo dei coglioni (ok, sì, forse lo siamo, ma questa comunque è un'altra storia).
Oltretutto un Presidente del Consiglio dovrebbe uscire dal meglio del Paese, non essere una via di mezzo tra Arlecchino e Pulcinella.

E soprattutto non deve essere "uno/a di noi". Deve, dovrebbe, essere il "meglio di noi", come spiegai già qui nel dicembre 2024.

E non venitemi a tirar fuori Berlusconi: le sue corna e altri gesti li ricordo benissimo, non sono nato ieri, ma per quanto io lo disprezzi lui si lasciava andare ogni tanto... Meloni si lascia andare sempre, ogni singola volta.
Se paragonato a Meloni, Berlusconi era moderato. Almeno sotto questo punto di vista.

Saluti,

Mauro.

martedì 24 marzo 2026

Ha vinto il NO... hanno perso i sondaggisti

Domenica e lunedì si è votato per il referendum sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti (cioè tra giudici e pubblici ministeri).

Ha vinto il NO, cioè le carriere (quelle di giudici e di pubblici ministeri) rimangono legalmente non separate.
E comunque va detto che in realtà separate di fatto già lo sono: il passaggio da un ruolo all'altro è comunque molto difficile già oggi, ci sono limitazioni per farlo, e comunque è permesso solo una volta, quindi una volta passato da un ruolo all'altro o lì rimani a vita o esci dalla magistratura.

Ha vinto il NO, al di là delle ragioni per un voto o per l'altro, anche perché il governo ha puntato su una propaganda menzognera.
Ha puntato sul dire che col SÌ casi come Garlasco o come la Casa nel Bosco non sarebbero stati possibili, ha puntato sul dire che col SÌ le espulsioni di immigrati irregolari sarebbero state più facili, ha puntato sul dire che col SÌ sarebbe stato più facile combattere narcotraffico e femminicidi.
Tutte cose che con la riforma e il referendum non c'entravano nulla. Ma proprio nulla nulla (a meno che il governo non intendesse: con la riforma, legge o non legge, decidiamo noi i processi, non li decidono più i giudici).

Però c'è chi è ancora più perdente del governo.
E questi sono i sondaggisti.
Avevano detto che il NO avrebbe potuto vincere solo con partecipazione bassa, sotto il 48%, e che una partecipazione alta (per lo meno alta in confronto ai referenda passati recenti), quindi sopra il 50%, avrebbe fatto vincere il SÌ.

La partecipazione è stata del 59%.
E ha vinto il NO.

Cari sondaggisti: cosa avete da dire a vostra discolpa?
Ve lo dico io: nulla.
Perché voi non siete nulla, siete solo dei palloni gonfiati che di matematica, statistica e politica non sapete un cazzo. Siete solo propagandisti prezzolati dall'una o dall'altra parte politica. Niente di più e niente di meno.

Saluti,

Mauro.

lunedì 16 marzo 2026

Anche Elvis era politico

Tutti, nonostante i decenni ormai passati dalla sua morte, conosciamo Elvis Presley.
Tutti lo conosciamo come un'icona del rock.
Chi più sa di musica (o magari vuol solo far vedere di saperne) lo vede magari più come un artista country, anche se di un country moderno, non classico.
Ma... credo che pochissimi, forse nessuno, vedrebbero nella sua musica un lato politico.
Prima di fraintenderci: parlo della musica di Elvis Presley, non della persona Elvis Presley.

Eppure c'è stato un momento in cui il rockettaro/countryman Elvis Presley è stato anche più politico dei cantautori e degli autori di musica di protesta (Dylan, Baez, Ochs, Hendrix, ecc.).

Ascoltate questa canzone del 1968:


Questa canzone (qui il testo per chi non riuscisse a capire il cantato) è figlia del discorso "I have a dream" di Martin Luther King e scritta dopo l'omicidio dello stesso.

Ed è politicamente potentissima, anche se poco conosciuta.

Saluti,

Mauro.

martedì 10 marzo 2026

Le colpe dei padri...

Il caso Epstein lo conosciamo tutti. Se ne è parlato ovunque e in ogni salsa, quindi non serve che ve lo rammenti.
E tutti sappiamo anche che, politici e ricconi statunitensi a parte, il personaggio più famoso coinvolto è l'ex principe Andrea, fratello minore di Carletto d'Inghilterra.

Ovviamente lui sta pagando caro il coinvolgimento (al di là di eventuali responsabilità penali... di certo alla Corona non può certo far piacere anche il solo fatto che avesse contatti con Epstein).
Ed è altrettanto ovviamente banale e prevedibile che ciò dovesse succedere.

Quello però che sembra a leggere le notizie recenti è che anche le sue figlie stiano cominciando a pagare le sue colpe (che siano solo morali o anche penali qui è secondario).

Due premesse:
1) Io non ho la minima idea se le sue figlie siano brave persone o meno, so però (in base alle notizie pubblicate) che con Epstein non c'entrano nulla;
2) Io sono repubblicano fino al midollo, quindi non mi dispiace di certo che personaggi di stirpe "reale" perdano privilegi e visibilità.

Premesso ciò, però rimane una domanda di fondo, che vale per tutti, popolani e reali: è giusto che i figli e le figlie paghino per le colpe dei padri?

Saluti,

Mauro.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Festival e la musica

La "e" è ovviamente e giustamente senza accento.
E sapete altrettanto ovviamente di quale Festival parlo.

Premesso questo, veniamo alla sostanza.

Il Festival di Sanremo è ormai assolutamente inguardabile. È prolisso e palloso.
La musica, la competizione sono ormai solo il contorno. E lo sono da tanti, troppi anni.
E allora, direte voi, perché gli italiani continuano a guardarlo?
Perché ormai è un'istituzione... e gli italiani un'istituzione cercano (o più probabilmente fanno finta di cercare) di cambiarla dall'interno, non la abbattono (soprattutto se non è ufficialmente politica ma alla politica serve, come appunto il Festival), sapendo benissimo però che se rimani all'interno dell'istituzione sarà l'istituzione a inglobarti, non tu a cambiarla.

Però, come scritto sopra, il vero problema di Sanremo non è la musica.
Questa può piacere o meno, ma è solo contorno.

Il Festival dura cinque (5) giorni... e le serate durano almeno quattro (4) ore ciascuna (almeno, in realtà di più, ma prendiamo quattro ore come base), cioè in totale almeno venti (20) ore. In realtà sono ormai sempre almeno trenta (30). Almeno.
Le canzoni in concorso sono in tutto 34.
Mettiamo che tra presentazione, esibizione e un paio di parole dopo l'esibizione, ogni canzone prenda 10 minuti (in realtà sono tra 5 e 6 minuti in tutto, ma facciamo finta che...).
34 canzoni, 10 minuti a canzone... in tutto 340 minuti. Neanche sei (6) ore.
Mettiamo anche che le fai sentire tutte due volte, presumendo che tutte abbiano diritto alla finale... le canzoni (compresa presentazione e tutto, se pensassimo solo alle canzoni stesse sarebbe molto di meno) ti occupano tra le undici (11) e le dodici (12) ore.
In realtà molte di meno, non più di otto (8) ore in totale, visto che nessuna canzone, come spiegato sopra, arriva a prendere 10 minuti di tempo.

E tutto il resto del tempo?
Tutto il resto del tempo è quello che purtroppo porta al tempo stesso soldi e disprezzo al Festival.
Ospiti con canzoni già pubblicate (e quindi non presentabili in concorso), ma da pubblicizzare, marchette varie verso aziende, film, programmi RAI e simili, conduttori che sono i veri protagonisti e che allungano il brodo per stare sul palcoscenico molto più della musica (e farsi pubblicità).
Ma soprattutto... togliere spazio ad altri programmi che magari parlerebbero di cose serie (cioè scomode, indipendentemente da come ne parli).

Però Sanremo rimane (purtroppo) obiettivamente importante per la musica italiana.
E allora?
Che fare? (Come direbbe Lenin).

Io personalmente limiterei il Festival a due serate (in realtà una basterebbe, ma non voglio fare l'estremista).
La prima di qualificazione (per eliminare le canzoni meno apprezzate e per evitare di appesantire la seconda serata) e la seconda di finale (magari questa sì con ospiti vari). E con introduzioni serie, non prolisse per allungare il brodo.
Due serate, otto (8) ore al massimo in tutto (ma proprio al massimo, visto che oltretutto nella seconda serata arriverebbe solo una parte delle canzoni).
In modo da riportare la musica al centro.
E credetemi... così Sanremo verrebbe di nuovo apprezzato anche da chi ha meno di 80 anni (che siano sulla carta d'identità o nell'anima cambia poco) o da chi non è fan assoluto e perso di uno dei concorrenti.

Prendiamo l'autore di questo blog, che casualmente è il sottoscritto 😉.
Il Festival attuale non lo guardo, proprio per nulla. Neanche se mi pagano.
Del resto se in concorso ci fossero canzoni degne di essere ascoltate, queste poi si farebbero comunque strada in radio, in streaming, eccetera. Le scoprirei lo stesso. E le ascolterei (e comprerei) lo stesso. Solo con magari un po' di ritardo.
Mentre tutto il contorno, se lo guardassi, mi servirebbe solo come sonnifero (o più probabilmente come lassativo).
Un Festival di due serate compatte, centrate solo sulla musica, invece potrebbe essere anche per me apprezzabile (certo, dipenderebbe anche dal conduttore o dalla conduttrice, ma questo vale per ogni trasmissione, non solo per il Festival).
Di sicuro però non lo rifiuterei a priori e a prescindere come faccio col Festival attuale.

Buona musica a tutti.

Saluti,

Mauro.

martedì 17 febbraio 2026

L'indipendenza fraintesa

Chiariamo una cosa in vista del referendum sulla separazione delle carriere.
Anzi due.
(Della prima originariamente volevo parlarne in un articolo separato, ma poi ho pensato di fare un articolo unico, comunque il titolo non lo cambio, anche perché la seconda rimane a mio parere decisamente la più importante.)

La prima: tutta la pubblicità in cui il governo parla di velocizzazione dei processi, di efficacia delle espulsioni, di arresti per i criminali, di più poteri alle Forze dell'Ordine o comunque più mezzi per renderle efficaci, eccetera, eccetera... sono solo balle.
Comunque la si pensi su questi temi... non c'entrano nulla col referendum. Che vinca il sì o che vinca il no su questi temi non cambierà nulla. Non sono minimamente toccati, neanche alla lontana, dalla riforma.
La riforma non li riguarda.
È solo propaganda.

La seconda: l'indipendenza della magistratura è una cosa diversa da quel che ci fanno credere. Sia il governo che le opposizioni.
L'indipendenza della magistratura ha a che fare con la separazione dei poteri, non con la separazione delle carriere.
In una democrazia esistono tre poteri: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. E questi poteri devono essere indipendenti tra loro. Deve esserci questa garanzia, comunque vengano gestite le carriere e i vari ruoli.
Le correnti non sono le nemiche dell'indipendenza... le correnti (o liste, come sarebbe più giusto chiamarle) sono normali, anzi necessarie, in ogni elezione. Persino nelle elezioni per le rappresentanze scolastiche esistono!
Se con indipendenza si intendesse l'indipendenza dalle correnti allora dovremmo analogamente pretendere che in parlamento possano venire eletti solo candidati senza appartenenza partitica.
Non serve che vi spieghi perché ciò sarebbe un male, sia da un punto di vista democratico che semplicemente funzionale, vero?

Saluti,

Mauro.

giovedì 12 febbraio 2026

Giada D'Antonio... sci e politica

Prima che fraintendiate: Giada D'Antonio come persona non fa politica (almeno che io sappia), anzi in parte lei è forse solo una vittima della situazione, ma la sua convocazione per le Olimpiadi invernali del 2026 (e prima il paio di convocazioni in Coppa del Mondo di sci alpino) è pura politica.

In parte politica interna sportiva, ma soprattutto politica in senso assoluto.

E questo per tre motivi.
Vediamoli.

Il primo motivo (e comunque, tutto sommato, il meno importante) è l'età.
In un paese dove anche Franzoni (che ha 24 anni) viene trattato come un atleta giovane, alle prime armi, che deve ancora crescere (ok, crescere si può sempre, anche a 70/80 anni, ma avete capito cosa intendo)... una ragazzina sedicenne (che non ha ancora dimostrato nulla a parte il sapersi vendere, o meglio... hanno dimostrato i genitori di saperla vendere) che tutto sommato sa stare sugli sci è utilissima per ripulire almeno un po' l'immagine di vetustà dello sport italiano.

Il secondo motivo è decisamente più importante.
E decisamente più scomodo (infatti su questo punto mi aspetto insulti, tanti insulti).
Questo motivo ha a che fare con dove questa ragazzina è nata, cresciuta e vive: cioè Napoli.
E dove sta il problema?
Nel fatto che ovviamente gli sport invernali al sud hanno meno spazio che al nord... ma vi sembra strano? Se rispondete sì... o siete in malafede o non avete capito il punto: certi sport dipendono dal clima (e dalle tradizioni), non hanno a che fare con scelte politiche o simili, non si tratta di una qualche discriminazione, e non è essere razzisti dirlo... ma per qualcuno invece è così e quindi cerca di fare in modo che le scelte politiche comandino.
Quindi una napoletana (indipendentemente dal suo valore e dai suoi risultati) nella nazionale di sci serve politicamente.
Perché D'Antonio nella nazionale di sci ha lo stesso significato che atleti di Courmayeur o Dobbiaco (soprattutto se anche ivi giochino) avrebbero nella nazionale di pallanuoto: la prima serve a dimostrare che anche al sud si può sciare, anche lontano da piste da sci, i secondi servirebbero solo a dimostrare che anche in mezzo alle Alpi si può fare pallanuoto (e che le piscine non servono solo a imparare a nuotare, come se bastasse una piscina per fare pallanuoto), non solo nelle grandi città o in regioni di mare.

Ma purtroppo il motivo più importante, più politico (e più da condannare) per la convocazione di D'Antonio è il terzo.
E riguarda il non farsela sfuggire, riguarda la paura che si ripeta la storia di Lara Colturi, italianissima e senza legami con l'Albania... ma che ora gareggia a livello internazionale per l'Albania, perché i suoi genitori pretendevano di comandare e che la federazione obbedisse e basta.
La federazione italiana ovviamente non era d'accordo... mentre a quella albanese sono luccicati gli occhi quando papà e mamma Colturi hanno telefonato e fatto la proposta.
E i genitori di D'Antonio hanno fatto la stessa minaccia (con addirittura un peso maggiore, visto che Colturi ha entrambi i genitori italiani, D'Antonio ha padre italiano e madre colombiana)... o la nostra bimba diventa nazionale o diventerà nazionale altrove.
Come detto, per evitare tale rischio, la FISI ha quindi convocato D'Antonio per un paio di gare di Coppa del Mondo (in nessuna è arrivata in fondo) e poi per le Olimpiadi (dove anche non è arrivata mai in fondo).
Il problema è che D'Antonio non ha ancora dimostrato nulla, neanche a livello giovanile (contrariamente a Colturi), ma la storia Colturi a quanto pare brucia ancora troppo.

Il vero problema sono i genitori, sia nel caso Colturi che in quello D'Antonio (e come fu, in altri tempi e non in Italia, il caso Girardelli).
Genitori che pretendono di gestire i figli e di imporli alle federazioni. Genitori disposti a tutto (temo anche a reati, anche se in questi casi non mi pare ce ne siano stati, almeno non di mia conoscenza) pur di vedere i figlioli o le figliole partecipare alle più grandi competizioni mondiali indipendentemente dai meriti.
Oppure (anzi forse più probabilmente) genitori che hanno capito come fare i soldi (non credetevi che le federazioni di arrivo non paghino o che i genitori di cui sopra si muovano senza aspettarsi vantaggi... oltretutto essere convocati in nazionale porta già in sé qualche soldino, non è solo gloria), togliendo potere alle federazioni con minacce varie.

Saluti,

Mauro.

venerdì 21 novembre 2025

Il 2029 deciderà della nostra democrazia

Meloni e consorteria hanno come esempi, come idoli, Orbán e Trump nell'immediato e Putin, se non Pinochet, più a lungo termine. Non la democrazia.
E fin qui scopro l'acqua calda. Sono cose palesi, che tutti sanno (anche se molti preferiscono non ammetterlo).

Però chi ama la democrazia sta facendo un errore, ragionando "di giorno in giorno".
No, bisogna guardare il quadro completo, non solo lo "screenshot" dell'oggi.

Cosa significa questo?
Che pensare alle elezioni del 2027 (sempre che il governo non cada prima) è giusto e importante... ma veramente fondamentali lo sono in ottica 2029, quando verrà eletto il successore di Mattarella, non in sé stesse.

Perché è vero che il Presidente della Repubblica ha poteri limitati, ma sono comunque quei poteri che garantiscono la democrazia.
In questo il Presidente della Repubblica è più importante di quello del Consiglio.
Se il PdR è democratico, il PdC non può esagerare (a meno di non fare un colpo di stato).
Se il PdR è antidemocratico, siamo fritti.

Immaginatevi se al colle salisse La Russa o addirittura Meloni stessa!

Le elezioni del 2027 sono importanti non solo per quanto riguarda chi ci governerà.
Sono importanti soprattutto perché di fatto decideranno chi eleggerà il PdR nel 2029.
E questo è fondamentale.

Saluti,

Mauro.

venerdì 7 novembre 2025

Mi fa un po' tristezza

Tutto questo entusiasmo per l'elezione di Mamdani a sindaco di New York.
Mi fa un po' tristezza.

Cioè, non che ritenga la gioia per l'elezione di Mamdani (e per lo schiaffo a Trump, perché anche questo è stata) sbagliata.
Del resto io personalmente trovo molte delle idee di Mamdani giuste.
Fossi un cittadino di New York probabilmente lo avrei votato anch'io.

Però l'entusiasmo visto in certi ambienti in Italia lascia un retrogusto amaro.
Per sentirti vincente devi festeggiare una vittoria estera, dove tu non conti.
Tra l'altro vittoria locale, anche se di una città superimportante, non nazionale.

Potrei (in parte, eh, non certo in toto) capire se si trattasse del Presidente USA o del Cancelliere tedesco... ma stiamo parlando di un sindaco, anche se di una delle città più importanti del mondo.
Uno che non farà nei fatti politica internazionale, uno che - al di là della bontà delle sue idee - dovrà comunque scendere a patti col governo federale.

Quanto provincialismo, quanta sconfitta propria c'è in questo entusiasmo?
Esultare per una vittoria non propria e che non aiuterà future vittorie proprie a me fa tristezza, non gioia.

Contento per i newyorkesi lo sono, senza se e senza ma, ma la reazione politica del csx italiano non ha senso.
Ribadisco: fa tristezza, è la reazione di chi è perdente dentro.

Saluti,

Mauro.

martedì 14 ottobre 2025

È tuo dovere spiegarti

Ogni volta che un politico la fa fuori dal vasino (ultimo caso Roccella su Auschwitz e le "gite") spunta il classico "sono stato frainteso/a".
E accanto a ciò arriva la schiera  dei difensori d'ufficio che cercano di spiegare che la persona in questione ha detto tutt'altro e quindi sono tutti i lettori/ascoltatori che interpretano male.

Premetto: ci sta che chi legge/ascolta fraintenda o interpreti male.
È umano, capita.

Ma le difese che ho descritto all'inizio rimangono comunque sbagliate.
Anzi, detto educatamente, rimangono cazzate.

Perché?

Punto primo.
Se sei in buona fede e veramente ritieni che il tuo pensiero sia stato frainteso non parti a spada tratta col "sono stato frainteso", ma cerchi di correggere con "non mi sono spiegato"/"mi sono espresso male".
Se parti con "sono stato frainteso" di fatto ammetti la tua colpa cercando però di scaricarla su chi ti ha letto/ascoltato.

Punto secondo.
Se la persona in questione avesse detto tutt'altro spunterebbero anche suoi nemici a sottolinearlo (e spesso è infatti successo), visto che accusarla senza basi sarebbe solo un autogol.
Se solo "amici" cercano di ribaltare ciò che ha detto... significa che lo ha detto (e ha inteso) veramente.

Saluti,

Mauro.

lunedì 13 ottobre 2025

Sport e politica

A ogni piè sospinto (in questi giorni, per esempio, riguardo la partita di calcio Italia-Israele) si sente dire da certe anime belle (e anche da certe anime calcolatrici, in malafede) che la politica deve rimanere fuori dallo sport.
E detta così potrebbe anche sembrare una cosa condivisibile, chiunque la dica.
Il problema è che è lo sport, come ogni altra cosa, a dover (e ribadisco: dover, non poter) entrare nella politica.
Perché tutto è politica. Politica è la società tutta, non solo istituzioni o partiti.
Quindi chi vuole separare lo sport (o l'arte o la scienza o qualsiasi altra cosa) dalla politica... o vive su un altro pianeta o vuole imbavagliare la società. Tertium non datur.

E ribadisco: non è la politica che deve entrare nello sport, nell'arte, nella scienza, ecc.
Sono lo sport, l'arte, la scienza, ecc. che devono entrare nella politica. Anzi, che sono politica, visto che sono società.

Saluti,

Mauro.

domenica 12 ottobre 2025

Il problema coi riformisti

...è che devono riformare in continuazione, se no muoiono.
Seguitemi che vi spiego.

Io ogni paese ci sono cose che funzionano e cose che non funzionano.
Fin qui siamo tutti d'accordo, credo, qualsiasi idea politica noi abbiamo.
Quindi bisogna far riforme per correggere le cose che non funzionano.
E anche qui in linea di principio siamo tutti d'accordo, anche se magari non concordiamo sul tipo di riforma, sul come riformare.

Una riforma, fatta bene o male che sia, può essere portata avanti da progressisti, da liberali o da conservatori, dalla sinistra, dal centro o dalla destra.

E poi ci sono quelli che per distinguersi non usano nessuna delle succitate categorie, ma si autodefiniscono "riformisti".
E questi sono alla fine il problema.

Perché?

Perché per sopravvivere devono riformare sempre. Senza riforme non hanno nulla da offrire all'elettorato.
E quindi devono riformare tutto, anche quello che funziona.
E devono riformare sempre, senza dare il tempo alle riforme già fatte di produrre effetti.

Le riforme, spesso, servono, sono necessarie. Sono il primo a sostenerlo.
Ma guardiamoci dalle riforme continue.
Guardiamoci dalle riforme dei riformisti.
Le riforme non devono essere fatte tanto per riformare (o per essere a loro volta riformate).

Saluti,

Mauro.

giovedì 2 ottobre 2025

La gestione di comuni e regioni

Oggi la maggioranza delle città e delle regioni vengono amministrate male. E succede indipendentemente dai partiti al comando e dall'onestà degli eletti. E succede quasi ovunque, non solo in Italia. La domanda da porsi è: perché? L'uomo della strada risponderà: colpa della politica.

La risposta in sè è giusta, ma l'uomo della strada la dà per il motivo sbagliato e così di fatto continua a preservare il problema, non aiuta a risolverlo. Lui vede la colpa della politica nei politici che pensano solo alla poltrona e al proprio vantaggio.

Nessuno nega che esistano politici di tale sorta, anzi! Ma riflettete: un politico che vuole conservare la poltrona in comune o in regione (e magari usarla come trampolino per il Parlamento) ha tutta la convenienza di amministrare bene.

La convenienza di amministrare male ce l'ha solo se non gli interessa conservare la poltrona a lungo, ma riempirsi le tasche alla svelta. E allora? Allora il problema è sì politico, ma politico su un altro piano.

Il problema è di fatto nato quando abbiamo cominciato a fare di ogni elezione amministrativa (in primis comuni e regioni, le province non sono mai state in realtà così importanti) una questione nazionale, se non internazionale. I candidati hanno smesso di parlare dei problemi e delle realtà locali.

Prendete per esempio (ma di esempi ce ne sarebbero un'infinità di altri) le Marche pochi giorni fa: il cdx ha fatto campagna parlando di questioni nazionali, di quanto ha fatto "bene" Meloni, il csx ha addirittura tirato fuori il conflitto israelo-palestinese.

Ma se un marchigiano ha difficoltà a trovare casa a Urbino, lavoro ad Ancona o una strada praticabile al Furlo... che aiuto può avere da candidati che pensano a Roma o a Gaza? Da un candidato sindaco o presidente di regione io mi aspetto conoscenza dei problemi locali.

E che presenti programmi concreti per risolverli. Da un politico locale mi aspetto prima di tutto amministrazione, gestione, non politica nazionale o internazionale. E non c'entra che in politica nazionale e internazionale sia dalla mia parte o no: quello mi interessa quando voto per il Parlamento.

Questo è il primo e più grave problema da risolvere: l'aver snaturato il significato dei vari tipi di elezione. Non tanto la capacità o l'onestà dei candidati.

Non fraintendetemi: queste ultime sono ovviamente cose importantissime, sarei idiota a negarlo, ma sono cose che almeno in parte si risolverebbero da sole tornando al vero significato delle singole elezioni.

Saluti,

Mauro.

giovedì 11 settembre 2025

11 settembre: una giornata nella storia

E non serve parlare di storia lontana: quella recente basta.

11/09/1972: chiusura delle Olimpiadi di Monaco di Baviera segnate dall'assalto palestinese alla delegazione israeliana.
11/09/1973: colpo di stato in Cile guidato dalla CIA con morte di Salvador Allende e instaurazione della dittatura di Pinochet.
11/09/1989: picnic paneuropeo ai confini tra Austria e Ungheria, con apertura delle frontiere da parte di quest'ultima per permettere ai fuggitivi della DDR di entrare in Occidente.
11/09/1997: istituzione del Parlamento scozzese dopo 290 anni di unione con l'Inghilterra (o di sottomissione alla stessa, andrebbe detto). 
11/09/2001: attentato di Al Qaeda a New York e Washington con quasi 3000 vittime dirette ed elemento scatenante di successive guerre.

Tanto per rimanere a tempi recenti e a cose importanti.

Saluti,

Mauro.

giovedì 21 agosto 2025

Una proposta politica: l'obbligo (non vincolo) di mandato

Sì, obbligo, non vincolo. E no, non è la stessa cosa.
Leggete oltre e capirete cosa propongo.

Oggi questo tweet di Veronica De Romanis mi ha dato un'idea. O meglio me la ha chiarita, visto che in maniera informe in realtà già la avevo. Ma, appunto, informe.

Premetto che qui parlerò di una legge che desidero (e che ovviamente trovo giusta, se no non la desidererei), non di leggi esistenti ma non applicate o sbagliate.
Parlerò di una legge che non esiste (ancora), ma che per me dovrebbe esistere.

La mia proposta è quanto segue.
Quando uno si candida per una carica elettiva e viene eletto, deve portare il mandato fino in fondo (e no, il vincolo di mandato non c'entra, è un'altra cosa, qui c'entra solo la durata, per questo obbligo e non vincolo, che non sono sinonimi).
Ti puoi dimettere? Sì, puoi, soprattutto se hai motivi di salute o famigliari per farlo.
Detto così può sembrare una contraddizione, ma...
il portare il mandato "fino in fondo" non significa che non puoi dimetterti, ma che non puoi più candidarti ad altre cariche elettive (o ricoprire incarichi pubblici) fino alla fine ufficiale del mandato per cui eri stato originariamente eletto.
E no, ciò non impedisce che tu venga dal Presidente della Repubblica o, per incarichi di livello inferiore, da quello del Consiglio chiamato ad altri incarichi MENTRE sei ancora in carica. Impedisce solo che tu, di TUA iniziativa, cerchi altri incarichi mentre sei in carica (o dovresti esserlo).

E no, una legge del genere non sarebbe per niente incostituzionale. Forse tecnicamente non semplice, ma perfettamente costituzionale.

E sarebbe una legge nel rispetto della volontà dell'elettore.

Saluti,

Mauro.

lunedì 18 agosto 2025

L'asta

L'incontro odierno a Washington tra Trump, Zelensky e i leader europei non è un incontro politico.
Zelensky crede (o almeno spera) che sia un incontro sulla situazione dell'Ucraina.
Il leader europei credono (illusi!) che sia un incontro politico, mettono in conto che possa essere dannoso per l'Ucraina, ma ritengono comunque che sia basato su fondamenta politiche.

Mi dispiace, ma sbagliano tutti.
Zelensky, vista la situazione, comprensibilmente. Von der Leyen, Merz e co. no, non comprensibilmente.

L'incontro odierno a Washington è parte di un'asta, la cui prima parte si è svolta ad Anchorage, in Alaska.

Trump si mette in vendita, Trump è acquistabile.
Lui non è contro l'Ucraina, l'Europa e la NATO. Basta che queste gli offrano più di quanto gli offra la Russia.

E va aggiunto che il continuare a trattarlo come un politico, magari sui generis ma comunque politico, da parte degli europei è un errore madornale, un grandissimo autogol.
Trump non è un politico, ma un giocatore d'azzardo. Anzi un giocatore d'azzardo che bara.

Infatti l'asta di cui sopra è truccata, visto che parte da una base in cui i partecipanti non sono alla pari: la Russia gli ha già dato la presidenza degli USA e Putin è disposto (almeno in parte) a dividere le risorse minerarie ucraine con lui.

Cosa gli può offrire di più l'Europa?

L'Europa (e l'Ucraina con lei) non possono vincere l'asta.
Devono però trovare il modo di far saltare il banco. E con Trump questo non lo fai trattando, ma sbattendo i pugni sul tavolo.

L'Europa a questo punto deve fare come il famoso piccione sulla scacchiera.
Ne avrà il coraggio?

Saluti,

Mauro.

P.S.: No, non ho confuso Europa con UE, ho proprio inteso Europa visto che sono coinvolti anche UK e, in misura minore, Norvegia.

sabato 9 agosto 2025

Il problema von der Leyen

Da ormai un bel po' di tempo Ursula von der Leyen viene attaccata qualsiasi cosa faccia (ok, anche i suoi predecessori hanno subito lo stesso trattamento, anche se non così violento... il punto in realtà non sono le singole persone, ma il concetto stesso di Europa, di UE, che ai piccoli boss locali ovviamente non piace).

Ma, premesso ciò, qualcosa che non quadra con von der Leyen c'è veramente.
Ma ciò non c'entra con suoi presunti legami con lobbies varie o cose simili.
Magari ci sono anche (io non ho prove né per difenderla né per accusarla), ma siamo onesti: anche ci fossero veramente non sarebbero qui il problema.

E allora, mi chiederete voi?

Allora il problema è Ursula von der Leyen stessa. E la Germania.
Il problema è che la signora è un'incapace. Magari è la persona più onesta del mondo, io questo non lo so, ma è indubbiamente un'incapace. E questo lo so senza dubbio.
Lo dimostrò già come ministro in Germania.
E in Germania ai tempi si cercavano - sia all'interno della CDU/CSU, il suo partito, che della politica tutta - modi di liberarsi di lei.
Era troppo incapace, anche per il suo stesso partito, ma aveva troppi agganci, troppe connessioni, troppo potere.
E quindi come liberarsi di lei?
Come è successo con tanti altri politici, in tutti i paesi: scaricarla a Bruxelles.

Ma... mentre in genere basta scaricare i politici nelle liste europee (quindi far sì che abbiano un seggio nel Parlamento europeo, ma senza cariche di vertice), la cosa non poteva funzionare con la nostra Ursula. Il suo potere all'interno della CDU era troppo forte: o le si trovava un incarico di vertice a Bruxelles o si doveva continuare a sopportarsela al governo in Germania.

Non accusiamo quindi Ursula di chissà quali crimini lobbistici (magari ci sono anche, ma fidatevi: sono il problema minore).
Mai attribuire a malizia ciò che si può spiegare con l'incapacità.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 6 agosto 2025

Quello sconosciuto del TCO

No, non sto parlando del TSO... anche se molti economisti e politici il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) lo meriterebbero 😉
Sto parlando del TCO.

Purtroppo quando si parla di investimenti (sia privati che, soprattutto, pubblici) il lato economico viene generalmente valutato in base ai soldi necessari per metterlo in piedi, ergo i costi di costruzione e/o acquisto.
E questa è una grandissima belinata.
Certo, se quei soldi non li hai e non hai nessuno che te li presta, ovviamente non puoi investire, questo è ovvio.

Ma la sensatezza di un investimento non va valutata in base ai costi di costruzione/acquisto, bensì in base al TCO. Cosa significa TCO? Semplicemente "Total Cost of Ownership" (talvolta anche detto "Total Cost of Operation").
E questo tiene conto di tutti i costi dal momento della decisione di investire fino al momento in cui smantelli tutto.
E chi calcola seriamente il TCO mette sull'altra colonna tutti i guadagni, sia diretti che indiretti (e se si tratta di investimenti pubblici sia propri del pubblico che di riflesso del privato, in quanto - se onesti - di vantaggio per tutta la società).
Il costo secco di costruzione/acquisto non ti dice nulla su quanto positivo economicamente sia quell'investimento.
Ti dice solo se in quel preciso momento te lo puoi permettere oppure no.

Saluti,

Mauro.

domenica 22 giugno 2025

Chi decide la guerra?

Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran (anche se Vance, il vicepresidente, dice che non sono in guerra con l'Iran).

Al là di tutte le discussioni sui motivi, sulle ragioni e sul diritto internazionale, una domanda molto presente sul web, in particolare ovviamente quello anglofono, è se il presidente (Trump, in questo caso) abbia i poteri per ordinare un attacco del genere o se questi poteri li abbia solo il Congresso.

A leggere la Costituzione USA, se consideriamo l'attacco come un atto di guerra, direi che questi poteri li abbia proprio il Congresso, come spiegato bene in quest'articolo della Cornell Law School.
Anche se i presidenti, come dice lo stesso articolo, spesso se ne fregano.

Ma come funziona (o dovrebbe funzionare) invece in Italia?

Se leggiamo l'articolo 78 e il nono capoverso dell'articolo 87 della nostra Costituzione esattamente come negli USA (e in qualsiasi paese democratico, che io sappia).

L'articolo 78 infatti recita:

Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.

Mentre il nono capoverso dell'articolo 87 recita:

[Il Presidente della Repubblica] Ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

La cosa quindi sembra chiara, esplicita: il Parlamento è sovrano anche nel dichiarare la guerra.

La domanda però è: dato che il Presidente della Repubblica è a capo delle Forze Armate, nel caso lui ordinasse un attacco senza l'autorizzazione del Parlamento... cosa farebbero i militari?
In teoria dovrebbero disobbedire, essendo l'ordine incostituzionale. Ma lo farebbero veramente?
(Comunque, Costituzione o meno, molti politici sono più guerrafondai dei militari... i primi sono i più pericolosi, e questo vale in ogni paese).

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Qui tutti i miei articoli sugli... articoli della Costituzione.