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giovedì 5 marzo 2026

Iran. E ora?

L'attacco israelo-statunitense all'Iran era prevedibile. Forse inevitabile, conoscendo Trump e soprattutto i provocatori Netanyahu e Khamenei, che hanno sempre entrambi provocato l'altro per poter poi reagire, "difendersi".
Ma lasciamo perdere i giudizi personali e anche quelli giuridici (il diritto internazionale ormai non esiste più, è solo una foglia di fico per gli ignavi) e cerchiamo di capire cosa succederà ora, cosa ci aspetta.

La prima cosa da dire chiaramente è che non è un problema locale. È un problema globale. Ci riguarda tutti, qualsiasi cosa pensiamo.
Ormai ci stiamo avvicinando alla guerra globale, alla quarta guerra mondiale (sì, la quarta, la terza è stata la Guerra Fredda, anche se i due blocchi non la hanno mai combattuta frontalmente, guerra di Corea nei primi anni '50 a parte).

Non dimentichiamo che Iran e Russia sono alleati.
Il casino è che gli attuali governi di USA e Israele hanno forti legami (più espliciti per gli USA) con la Russia.
Sembra di rivedere la seconda guerra mondiale: l'URSS dapprima alleata del male (allora la Germania hitleriana, oggi l'Iran degli Ayatollah) e poi con l'occidente... come oggi è probabile che la Russia abbandoni l'Iran per parlare con gli USA, anche se senza considerare l'UE (del resto anche nel 1941 l'URSS si avvicinò in realtà solo agli USA, nei fatti di UK, Francia e altri alleati non gliene fregava nulla, anche perché ai suoi occhi nulla contavano... come agli occhi della Russia odierna).

E l'Ucraina rischia di trovarsi nella stessa situazione in cui si trovarono Finlandia o Cecoslovacchia allora.
Cercare alleati, anche appartenenti al male, non facendoti nessuno scrupolo, pur di contrastare chi ti vuole invadere come fece la Finlandia?
O subire decisioni altrui volte a "garantire la pace" (ma che provocarono la guerra) come fu costretta a fare la Cecoslovacchia?
Il comportamento USA non sembra lasciarle terze possibilità, visto che l'UE è una potenza economica ma non militare.

Tante domande aperte.
Io non ho risposte. Idee, opinioni sì, ma risposte purtroppo no.

Però a questo punto vorrei tornare all'Iran, citato nel titolo e di cui ho accennato all'inizio del testo.

Ali Khamenei è morto.
Ma la sua morte non è la fine del regime. Questo deve essere chiaro.
Khamenei non è burocraticamente assimilabile ai classici dittatori di stampo fascista, ma solo burocraticamente. Il regime di Teheran è politicamente di stampo fascista... la sinistra si fa però ingannare dal fatto che Khomeini ha abbattuto un regime di destra e filo occidentale (sì, regime, la democrazia in Iran è stata abbattuta dal regime destrorso e filo-statunitense dei Pahlavi, che andarono al potere con un colpo di Stato nel 1953, non da Khomeini nel 1978... nel 1978 si è solo cambiata dittatura).

Quindi cosa succederà con la sua morte?
Se ci si fermerà alla sua morte... non significherà nulla. Solo il cambiamento del nome di chi è "Guida Suprema", come quando Khomeini morì e Khamenei prese il suo posto.

Siamo onesti: il regime lo puoi abbattere definitivamente solo in due modi.
O con un'invasione di terra (come hai fatto con Saddam, per intenderci), i classici "boots on the ground".
O grazie a una rivolta violenta, armata interna. Le manifestazioni pacifiche portano simpatia, ma non veri cambiamenti.

La prima cosa sembra non sconfinferare gli USA (e in questo caso non li biasimo, stiamo parlando di un paese enorme, con 90 milioni di abitanti e forze militari e - soprattutto - paramilitari ben armate e preparate, l'Iran non è Grenada e neanche l'Iraq).
La seconda cosa richiederebbe oltre alla volontà popolare (che magari ci sarebbe anche, nonostante che finora non ci sia stata violenza da parte dei manifestanti) anche la presenza di un fronte di opposizione unitario. O almeno di una struttura politica definita - seppur magari minoritaria - pronta a prendere il posto degli ayatollah. E in questo momento in Iran non c'è nessuna delle due cose. (E no, non parlatemi dell'erede della dinastia Pahlavi: non ha un partito dietro di sé, parla da lontano senza sapere nulla dell'Iran attuale e soprattutto si vede come erede del vecchio Scià, non come politico democratico).

E allora?
Allora, se non ci sarà nessuna di queste due cose, succederà semplicemente che il regime sarà indebolito militarmente, non sarà più un pericolo per il resto del mondo (o almeno sarà un pericolo molto meno preoccupante che in passato), ma che per contrasto diventerà più duro, più reazionario, più violento all'interno, indebolendosi sì militarmente ma rafforzandosi da un punto di vista poliziesco. Si chiuderà come una Corea del Nord.

Ovviamente spero che tutto finisca meglio di come io penso e di essere il classico pessimista cosmico... però le premesse sono queste.
Vedremo come si svilupperanno le cose.

Saluti,

Mauro.

lunedì 18 agosto 2025

L'asta

L'incontro odierno a Washington tra Trump, Zelensky e i leader europei non è un incontro politico.
Zelensky crede (o almeno spera) che sia un incontro sulla situazione dell'Ucraina.
Il leader europei credono (illusi!) che sia un incontro politico, mettono in conto che possa essere dannoso per l'Ucraina, ma ritengono comunque che sia basato su fondamenta politiche.

Mi dispiace, ma sbagliano tutti.
Zelensky, vista la situazione, comprensibilmente. Von der Leyen, Merz e co. no, non comprensibilmente.

L'incontro odierno a Washington è parte di un'asta, la cui prima parte si è svolta ad Anchorage, in Alaska.

Trump si mette in vendita, Trump è acquistabile.
Lui non è contro l'Ucraina, l'Europa e la NATO. Basta che queste gli offrano più di quanto gli offra la Russia.

E va aggiunto che il continuare a trattarlo come un politico, magari sui generis ma comunque politico, da parte degli europei è un errore madornale, un grandissimo autogol.
Trump non è un politico, ma un giocatore d'azzardo. Anzi un giocatore d'azzardo che bara.

Infatti l'asta di cui sopra è truccata, visto che parte da una base in cui i partecipanti non sono alla pari: la Russia gli ha già dato la presidenza degli USA e Putin è disposto (almeno in parte) a dividere le risorse minerarie ucraine con lui.

Cosa gli può offrire di più l'Europa?

L'Europa (e l'Ucraina con lei) non possono vincere l'asta.
Devono però trovare il modo di far saltare il banco. E con Trump questo non lo fai trattando, ma sbattendo i pugni sul tavolo.

L'Europa a questo punto deve fare come il famoso piccione sulla scacchiera.
Ne avrà il coraggio?

Saluti,

Mauro.

P.S.: No, non ho confuso Europa con UE, ho proprio inteso Europa visto che sono coinvolti anche UK e, in misura minore, Norvegia.

domenica 30 marzo 2025

Guerra, violenza, pace e giustizia

La maggioranza di noi ama la pace, pochi - anche tra quelli che consideriamo stronzi - amano la guerra, la violenza.
Le brave persone vogliono la pace e non vogliono violenza.
Le cattive persone cercano generalmente di raggiungere i propri malevoli obiettivi senza violenza.
Pochi amano la violenza (e di conseguenza la guerra) in sé.

Però...

Però molti purtroppo non capiscono cosa significhi veramente pace.
E credono che l'assenza di violenza, l'assenza di guerra sia in sé pace.

NO!

Chi lo crede o è un idiota o è in malafede.

La pace si basa sulla giustizia, non sull'assenza di violenza.
Una pace ingiusta è guerra. Magari non ancora sul campo, ma è già guerra. Solo, al limite, posticipata.

Pensateci, prima di chiedere all'Ucraina di trattare, di cedere.

Saluti,

Mauro.

giovedì 6 marzo 2025

Diplomazia, trattati e ricatti

Molti di noi (io stesso per primo, lo confesso) hanno paragonato gli inviti alla pace di certi "pacifisti" a quanto successe nella conferenza di Monaco del 1938, dove Regno Unito e Francia concessero alla Germania di Hitler di prendersi parte della Cecoslovacchia senza coinvolgere la stessa nella conferenza di cui sopra (a cui, oltre ai tre paesi citati, partecipò ufficialmente come arbitro - ma non proprio un arbitro neutrale - l'Italia, ma come detto non la Cecoslovacchia, che venne tenuta fuori dalla porta).
Il paragone ci sta, in realtà, visto che si chiede all'Ucraina di cedere in nome della pace come ai tempi lo si chiese alla Cecoslovacchia.
Solo che allora questo cedimento (che poi fu di Francia e Regno Unito, non della Cecoslovacchia) permise alla Germania di preparare la guerra (quella che oggi conosciamo come seconda guerra mondiale, non proprio una guerriciola), non portò alla pace.
E oggi la guerra in realtà già c'è, ma se l'Ucraina facesse quanto i "pacifisti" chiedono si aprirebbero solo le porta a un attacco russo ai paesi baltici e forse anche alla Polonia (e qui il parallelo passa al 1939 e al patto Molotov-Ribbentrop...).

Ma quanto abbiamo visto alla Casa Bianca (nel 2025, non nel 1938!), tra Trump/Vance e Zelensky ricorda in realtà qualcosa successo quasi vent'anni prima di Monaco.
Ricorda Versailles 1919, dove le potenze vincitrici (con di nuovo Francia e Regno Unito in prima fila) imposero le proprie condizioni alla Germania sconfitta.
Nonostante le apparenze, non ci fu trattativa, ci fu solo imposizione.
Ora io non voglio difendere l'impero tedesco (anche perché non lo merita, al di là degli scopi di questo mio articolo), ma quelle imposizioni senza discussione, senza trattativa, senza valutazione delle possibili conseguenze furono obiettivamente una delle basi (non l'unica, da sole non sarebbero comunque bastate) dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Quello che è successo nello Studio Ovale della Casa Bianca è quasi pari a quanto nel 1919 a Versailles.
Con una sola, ma fondamentale, differenza: a Versailles furono i nemici a imporre le condizioni agli sconfitti, a Washington lo hanno fatto gli amici... e senza che la controparte fosse già sconfitta.

Un novum totale nella storia.
Un novum pericolosissimo, perché di fatto dà la stura alla più totale anarchia nei rapporti internazionali.

Saluti,

Mauro.

martedì 25 febbraio 2025

L'Europa e la difesa comune

Ultimamente, purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista, si sta discutendo seriamente di spesa militare europea.
Sia intesa come spesa operata direttamente dall'UE sia come spesa dei singoli paesi ma coordinata/autorizzata dall'UE.

Ora che gli USA vogliono tirarsi indietro e non impegnarsi più (o almeno non più di tanto) nel coprire l'Europa questa discussione è comunque assolutamente necessaria e doverosa.

Vanno però posti dei paletti, dei punti che non possono essere ignorati se si vogliono ottenere dei risultati seri, concreti.
Io vorrei qui citare cinque punti a mio parere significativi (non che non possano essercene altri, anzi).
Il primo in realtà è una premessa (non solo per la discussione, ma anche per la narrativa che l'informazione deciderà di farne), gli altri quattro sono veri paletti nel senso di cui sopra.

1) Molti sostengono che l'Europa ha dormito troppo, si è cullata nelle braccia statunitensi convinta che queste la avrebbero protetta in eterno.
Non è proprio così. Che l'Europa un po' abbia dormito è vero, ma non lo ha fatto nell'illusione che gli USA ci avrebbero protetto per sempre, bensì nell'illusione di un malinteso pacifismo, che dopo la caduta del muro di Berlino ci ha convinto che non sarebbero mai più scoppiate guerre sul suolo europeo (e in questa ottica molti hanno visto - e alcuni continuano a vedere - le guerre jugoslave degli anni '90 come guerre civili, non come guerre tout court).
Oltretutto non dimentichiamo mai una cosa: la "protezione", almeno fino al cambio di millennio (ma probabilmente ancora oggi), gli USA ce la hanno imposta, non è mai stata un'offerta a cui potessimo anche dire di no.

2) Un aumento della spesa, che sia gestito direttamente dalla UE o dai singoli paesi, ha senso solo se i paesi europei ragionano come una cosa sola, non come semplici alleati.
Se aumentiamo la spesa ma continuiamo ad andare ognuno per conto proprio serve a poco. La Russia sarà sempre più forte dei paesi europei presi singolarmente.
Vero che Francia (e UK, anche se ora uscito dalla UE) hanno un deterrente nucleare.
Vero che Italia e Francia hanno entrambe una marina probabilmente superiore a quella russa.
Vero che gli aerei europei (in particolare il Gripen svedese) sono superiori a quelli russi (e in molti casi anche a quelli statunitensi).
Ma i numeri contano: la Russia, se mettiamo insieme marina, esercito e aviazione, ha numeri che nessun paese europeo da solo può contrastare. E possibilità di mobilitazione forzata che le democrazie non si possono permettere.
Se non vere e proprie forze armate comuni, l'UE deve almeno darsi un comando militare comune che abbia la possibilità legale se necessario di scavalcare gli stati maggiori dei singoli paesi e mobilitarne le truppe di propria iniziativa.

3) Anche se stiamo parlando di UE e siamo in era post Brexit, non si può parlare di difesa comune europea senza coinvolgere anche il Regno Unito.
Conviene a entrambe le parti (UE e UK) andare a braccetto su questo tema. Per motivi sia militari che politici (e ovviamente economici).
E sotto questo punto di vista il discorso non cambierebbe anche dovessero tornare al potere a Londra gli artefici della Brexit. Coglioni sì, ma suicidi no... almeno lo spero per loro 😉
Oltretutto il Regno Unito con la Brexit aveva puntato una partnership preferenziale con gli USA... puntata che si è dimostrata perdente. E a Londra i Tories sono i primi a rendersene conto.

4) Nonostante il comportamento USA non bisogna fare l'errore di costruire una difesa comune europea in alternativa o, peggio, in contrapposizione alla NATO.
Tenendo anche conto che 23 dei 27 paesi UE sono anche paesi NATO (Austria, Cipro, Irlanda e Malta sono gli unici a non essere nella NATO) si capisce come una contrapposizione indebolirebbe entrambe le parti.
Non dico che la UE debba entrare come istituzione nella NATO (anzi, sostengo che non debba farlo), ma le due istituzioni devono essere forti alleati, Trump o non Trump.

5) E non bisogna fare l'errore di sottovalutare la componente industriale della difesa.
Una difesa comune forte non può prescindere da un'industria militare europea forte.
Sia ben chiaro: non voglio fare lo statalista e chiedere ai paesi europei o alla UE stessa di diventare imprenditori nel settore militare più di quanto già non siano, ma le forze armate europee devono poter contare su attrezzature europee, non essere obbligate (come Trump e Hegseth vorrebbero) a comprare dagli USA.
Le eccellenze tra UE e UK le abbiamo: Airbus, Saab, Leonardo, Rheinmetall, Thales-Alenia, BAE, Dassault, ecc.
Che si compri a livello UE o che si compri ognuno per sé, è lì che bisogna comprare.

Saluti,

Mauro.

giovedì 31 ottobre 2024

I tre pacifismi

In teoria il pacifismo dovrebbe essere per la pace, contro ogni guerra, ma in primis contro ogni aggressione. Su ciò siamo tutti d'accordo, credo e spero. Ma allora perché il pacifismo odierno (ma non solo odierno, anche se oggi più che mai) di fatto è contro chi si difende? Lo vediamo nella maniera più lampante possibile nell'aggressione russa all'Ucraina. I pacifisti chiedono di non mandare armi all'Ucraina, di usare la diplomazia e le trattative (oltretutto non capendo come funziona la diplomazia, come scrissi qui). Perché non si rendono conto che così aiutano la Russia? Che se vuoi fermare la guerra devi fermare la Russia, non l'Ucraina? Sono scemi? Sono collusi? Sono manipolati? Beh, in parte sì, ma in realtà per capire veramente bisogna andare un po' più a fondo, non etichettare e basta. Io voglio qui provare a fare una breve (e non scientifica, almeno non in senso rigoroso) analisi basandomi su due paesi. 1) L'Italia, dove sono nato e cresciuto. 2) La Germania, dove vivo da quasi trent'anni. Ma credo possa essere allargata al resto dell'Europa occidentale. Prima di andare avanti però una piccola premessa: in questo thread non voglio giudicare la politica dei singoli governi e dei vari blocchi, quindi non commentatemi con "sì, però questo governo ha fatto questo e quell'altro quello, ecc. ecc.". Sarà anche vero (anzi spesso lo è), ma qui, in questo articolo, non conta. Osservando i movimenti pacifisti dei due paesi citati dagli anni '70/'80 a oggi (per prima di allora dovrei basarmi su studi, non sulle mie osservazioni, essendo io nato nel 1968) si notano due categorie principali, che di fatto si sono divise il movimento pacifista. La prima categoria è quella che definirei dei "gandhiani", cioè coloro che rifiutano ogni forma di violenza, anche la più innocua e anche quella necessaria a difendere sé stessi. Quelli che dicono che Gandhi ha liberato l'India (un paese enorme!) senza alzare un dito. E che quindi ogni paese può farlo. Fraintendendo così sia la storia dell'India sia l'insegnamento di Gandhi. Questi sono innocenti, ingenui e idealisti, quindi sotto un certo punto di vista ammirevoli e degni di rispetto, ma comunque pericolosi. Perché se tutti fossimo come loro, basterebbero quattro gatti violenti e antidemocratici per conquistare il mondo intero e renderci tutti schiavi. La seconda categoria sono quelli che confondono pacifismo con antiamericanismo (e antioccidentalismo in generale). Anche questi in maggioranza (non tutti, ovviamente) in buona fede. Perché? Perché loro conoscevano le atomiche, le armi statunitensi, non quelle sovietiche. Le conoscevano per colpa di Hiroshima e Nagasaki e anche perché vedevano i missili USA installati in Europa (quelli sovietici non li potevano vedere, ne sapevano solo dalla stampa, che era... occidentale). Quindi la loro posizione era comprensibile, anche se sbagliata. Di questo pacifismo ne scrissi (in maniera comunque più polemica e meno equilibrata di quanto farei oggi) già nel 2006 in questo articolo. Questi due tipi di pacifismo avevano una giustificazione (sbagliata ma onestamente comprensibile) alcuni decenni fa, ma non più oggi. Però l'umanità è lenta, è pachidermica e prima che ci se ne renda conto ci vorranno ancora alcuni decenni. E ovviamente sono due tipi di pacifismo facilmente manipolabili da chi ne vuol trarre politicamente vantaggio (non serve che vi dica a chi alludo, vero?). Ma esiste un altro pacifismo, quello che io considero il vero pacifismo. Quello che aborre sì la guerra ma che sa due cose. 1) Che la non violenza fine a sé stessa aiuta solo i violenti; 2) Che la pace può esserci solo se viene garantita la giustizia. Esistono pacifisti del genere? Sì, ne esistono, anche se sono in minoranza e vengono sommersi dalle urla delle due categorie precedenti. Che questo terzo pacifismo può e deve esistere ce lo insegna un vero grande pacifista: Alexander Langer. Lo dimostrò durante le guerre jugoslave degli anni '90, ma quanto disse vale per ogni guerra (all'interno di questo mio articolo il link al suo discorso completo). Saluti, Mauro.

domenica 14 maggio 2023

La guerra e la diplomazia

Ieri su Twitter ho pubblicato un thread sulla diplomazia relativamente al conflitto in Ucraina.
Qui lo ripubblico come testo unico, correggendo gli errori di battitura e cercando di renderlo più leggibile.

Il mio è un ragionamento su quanto sta succedendo dietro le quinte relativamente al conflitto.
Lasciamo per un attimo da parte torti e ragioni e chi e perché si schiera da una parte o dall'altra e riflettiamo solo sulla richiesta di negoziati, di diplomazia al posto delle armi.
Ecco, chi fa questa richiesta non ha studiato la storia.

E no, non è che la storia insegna che la diplomazia non serva o che non debba intervenire.
Proprio per niente. Anzi esattamente l'opposto. La storia insegna che la diplomazia deve intervenire e che non deve aspettare che i combattimenti si fermino per farlo.
La storia (almeno dalla fine dell'epoca napoleonica) insegna che la diplomazia è sempre in moto.

Anche nelle fasi peggiori delle varie guerre le diplomazie hanno continuato a lavorare, a parlarsi, anche se spesso non direttamente, bensì per interposta persona.
Persino durante la seconda guerra mondiale! Persino durante le sue ultime settimane!
Pensate che persino Göring a Reich ormai quasi caduto provò la via della diplomazia. E i diplomatici alleati ascoltarono, non si tapparono le orecchie, anche se poi la cosa non portò a niente.

Che poi il lavoro della diplomazia porti frutti o meno, porti pace e giustizia o meno, beh, questo è ovviamente un altro punto.
La diplomazia può fallire.
La diplomazia può arrivare a risultati discutibili.
E anche quando ha successo non può accontentare tutti.
Ma non sta mai ferma, neanche durante le fasi peggiori dei peggiori conflitti.

È chiaro che in situazioni come quella ucraina i contendenti non possano parlarsi direttamente, neanche dietro le quinte.
Ma si sta lavorando per interposta persona.
Credete proprio che la NATO oltre che armi non mandi in giro anche diplomatici?
E poi lo vedete anche voi: persone come Guterres, Xi o Bergoglio - tra le altre - stanno lavorando (e no, non venitemi a dire cose come "ma stanno dalla parte sbagliata" o "ma fanno i loro interessi" o simili... sarà anche vero, ma stanno comunque cercando di fermare o almeno limitare il conflitto, anche se magari lo fanno male).

Insomma, chi chiede che intervenga la diplomazia... sta chiedendo quello che già sta succedendo. Fin dal primo giorno.
E che succede sempre, in ogni conflitto, almeno da dopo Napoleone.

Per questo dovrebbe (ri)studiare la storia.

Saluti,

Mauro.

sabato 6 agosto 2022

Ucraina, Russia ed ex Jugoslavia

Quando parliamo dell'invasione russa dell'Ucraina, quando parliamo di pace senza rendersi conto di quello che succede sul posto, quando chiediamo all'Ucraina di non resistere (e quindi di accettare la pace eterna), quando protestiamo contro l'invio di armi all'Ucraina (sapendo bene che la Russia ne ha molte di più)...

...bene, quando facciamo così, ricordiamoci quanto nel 1993 un grande pacifista, Alexander Langer, scrisse sulle guerre jugoslave.

Leggetevi questo testo (originariamente parlato da Langer su Radio Radicale) sul sito della Fondazione Langer.

Vi cito l'ultimo capoverso (ma voi leggete tutto!):

La minaccia o l'effettuazione reale di un intervento militare hanno senso solo se non resteranno l'unico tipo di impegno internazionale: ci sarà bisogno di un forte e molteplice impegno internazionale, a cominciare da un solido e generoso programma di ricostruzione del dialogo e della democrazia. Ma se si continuasse ad escludere, per le più svariate ragioni, il ricorso alla forza internazionale, si continuerebbe a lasciare libero il campo ai più forti e meglio armati, con il rischio di sterminare i gruppi più deboli (i musulmani bosniaci oggi, altri domani), di costituire un precedente pericolosissimo in Europa, di moltiplicare le guerre nell'area e di approfondire ancora di più il fossato tra Est e Ovest, tra mondo cristiano ed Islam, tra cristiani occidentali ed orientali. Questo non deve succedere.

La verità è che Langer sapeva che la pace non è solo assenza di combattimenti.
E qualche combattimento in più oggi in certi casi significa più pace domani. Se serve a difendere chi è più debole (e chi viene invaso).

Saluti,

Mauro.

giovedì 7 luglio 2022

E se la Z non fosse una Z?

Da quando è iniziata l'invasione russa dell'Ucraina ci si chiede cosa significa la Z che appare su molti mezzi militari russi e che ora in Russia (e non solo) viene usata da chi sostiene Putin e l'intervento russo.
Ci si chiede di che parola sia l'iniziale o domande simili.

Un ottimo esempio di queste domande lo si trova in un articolo del Post del 4 giugno scorso.

Ma... e se la Z non fosse per niente una Z?

Mi spiego meglio.

In Russia si usa l'alfabeto cirillico (anche in Ucraina del resto) e nell'alfabeto cirillico non esiste la lettera Z, come vedete in questa tabella:


Come vedete non esiste nessuna Z.
E perché i russi dovrebbero usare una lettera di un alfabeto non loro? La Z si usa nell'alfabeto latino... l'alfabeto del nemico occidentale.
E non venitemi a dire che magari è un messaggio per gli ucraini: anche gli ucraini usano l'alfabeto cirillico.

E quindi?

E quindi... se la Z fosse non una lettera ma un simbolo?
Un simbolo come la svastica nazista, la falce e martello comunista o mille altri simboli politici o nazionali nella storia del mondo?

Saluti,

Mauro.

martedì 17 maggio 2022

Io sono un idiota

Infatti continuo a illudermi che con l'umanità si possa ragionare.

Non ho mai creduto veramente alla bontà dell'essere umano, ma ho sempre sperato che sapesse ragionare, che non fosse così scemo da andare contro sé stesso.
Insomma, ho sempre creduto in un suo sano egoismo.

Ma la realtà mi smentisce quotidianamente.
Ogni allusione alla pandemia e alla guerra scatenata dalla Russia in Ucraina (ma anche a tante altre cose) è puramente voluta.

L'essere umano ha un egoismo malato: è disponibile a farsi del male da solo purché anche gli altri si facciano male. E se il bene proprio diventa anche il bene altrui... allora diventa masochista. Basta che gli altri soffrano, se ne frega di subire danni in proprio.

Saluti,

Mauro.

martedì 3 maggio 2022

Siamo in guerra?

Negli ultimi giorni sono sempre più frequenti le affermazioni secondo cui siamo già in guerra. Sia come Italia (o Germania, dove vivo), sia come UE o NATO.

Ma cosa significa "essere in guerra"?'
Quando si è tecnicamente in guerra?
Questa è la domanda importante, cosa significa essere in guerra in termini di diritto.
Quello che noi sentiamo e proviamo ha sì un valore morale... ma, appunto, solo morale, nient'altro. E dato che il livello morale è soggettivo, cambia da persona a persona... in questo caso non conta.

Quindi, usando criteri oggettivi, siamo in guerra o no?

No, non lo siamo.
Essere in guerra presuppone due fatti.
1) Avere dichiarato guerra (o altre dichiarazioni magari non così esplicite, ma comunque non interpretabili);
2) Avere truppe sul campo, magari non direttamente combattenti, ma comunque vicine e di sostegno a chi combatte.

E nessuno dei due fatti esiste.

Sosteniamo l'Ucraina con armi e fondi?
Sì, vero, ma più o meno direttamente lo facciamo anche con la Russia, che vi piaccia o meno (insomma, teniamo il piede in due scarpe).

Cosa significa questo?
Che a livello di diritto non siamo in guerra, ma stiamo facendo un grande esercizio di ipocrisia (e non vale solo per l'Italia, anzi Germania e Regno Unito stanno facendo esercizi di ipocrisia ben peggiori, soprattutto la Germania).
E purtroppo questo esercizio lo stiamo di fatto facendo a favore della Russia, non dell'Ucraina (e anche qui la Germania lo sta facendo molto più di noi e di chiunque altro).

Saluti,

Mauro.

martedì 26 aprile 2022

Se l'Ucraina è nazista... allora il mondo?

Molti si stanno schierando contro l'Ucraina perché sarebbe un paese nazista a causa del battaglione Azov.

Bene, vediamo un po' i fatti.

Il battaglione Azov è nato da idee di estrema destra? Sì.
Il battaglione Azov è ora inquadrato nelle forze armate ucraine? Sì.
Il battaglione Azov è ancora oggi formato da persone di estrema destra? Probabilmente sì.
Il battaglione Azov è la dimostrazione che l'Ucraina è nazista? No. Proprio per niente.

Vediamo anche i fatti riguardo la Russia.

Il gruppo Wagner è nato da idee di estrema destra? Sì.
Il gruppo Wagner combatte al fianco delle truppe russe? Sì.
Il gruppo Wagner è ancora oggi formato da persone di estrema destra? Sì, senza dubbio.
Il gruppo Wagner è la dimostrazione che la Russia è nazista? No. Ma ci sono ben altre prove che lo dimostrano.
Esistono altri gruppi neonazisti/neofascisti che combattono al fianco delle truppe russe e delle milizie separatiste del Donbass? Sì.

Ora vediamo perché il battaglione Azov e il gruppo Wagner (e le altre milizie russe o filorusse) non sono significativi per definire i relativi paesi nazisti (cioè, la Russia può essere definita neofascista, ma a causa della guida politica, non certo a causa del gruppo Wagner, per quanto criminale questo sia).

Esistono formazioni militari o paramilitari di estrema destra in Europa? Sì.
Esistono formazioni militari o paramilitari di estrema destra nel mondo? Sì.
Esistono formazioni politiche di estrema destra in Europa? Sì.
Esistono formazioni politiche di estrema destra nel mondo? Sì.
Possiamo perciò definire l'Europa o il mondo come nazisti? No.

Ergo: se definiamo l'Ucraina nazista a causa del battaglione Azov... per coerenza allora dovremmo definire il mondo intero come nazista.

Da qui non si scappa, a meno di non essere in malafede.

Saluti,

Mauro.

venerdì 12 settembre 2014

Parole e sanzioni

UE e USA hanno deciso nuove sanzioni contro la Russia a causa della crisi ucraina.

Ora, al di là dei discorsi morali (le sanzioni colpiscono le elites o il popolo?) e dei discorsi politici (ha più colpe la Russia o l'Ucraina? e siamo sicuri che l'occidente sia innocente?), io pongo una domanda molto banale, terra terra, pragmatica: che siano giuste o sbagliate, le sanzioni portano risultati?

Se io guardo la storia recente mi verrebbe da dire che l'unico risultato che portano sia ideologico (a casa di chi le applica, non di chi le subisce): rafforzano, appunto, l'appartenenza ideologica a questo o quel partito a seconda dell'essere favorevoli o contrari.

Ma a casa di chi le subisce direi che ottengono proprio poco, se non nulla.

Due esempi su tutti.

1) Iraq. Dopo la prima guerra del golfo il regime di Saddam è stato subissato di sanzioni. A parte ciò, non si può certo neanche dire che avesse la maggioranza degli iracheni dalla sua... eppure per buttarlo giù è servita una guerra di invasione. Se si aspettavano i risultati delle sanzioni stava ancora lì oggi.

2) Cuba. A torto o a ragione, da 50 anni Cuba è vittima di un embargo da parte degli USA e dei loro alleati. Eppure, nonostante la perdita del grande alleato (il blocco sovietico) e la posizione geografica scomodissima (praticamente nel giardino di casa degli USA), il regime castrista è ancora lì, un po' ammorbidito ma per niente piegato.

E potrei farne altri di esempi.

Quindi ripeto: a cosa servono sanzioni ed embarghi?
Beh, a questo punto direi che è chiaro: alla politica interna di chi le applica, non di chi le subisce.
Almeno in teoria. In pratica forse neanche a quello, ma solo a riempire pagine di giornali.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 27 agosto 2014

L'ipocrisia dell'Europa

Ieri mattina, mentre andavo in auto al lavoro, come sempre sentivo il radiogiornale.

Una delle notizie principali era l'incontro a Minsk (Bielorussia) tra il presidente ucraino (Poroshenko) e quello russo (Putin).
Tra i commenti all'incontro veniva citato quello del presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, secondo il quale è un passo avanti e un segnale positivo il fatto che i due presidenti si siano incontrati in "terreno neutrale".

Terreno neutrale? Visti i legami tra Russia e Bielorussia... Minsk terreno neutrale??? Ma siamo matti?

E non ditemi che si tratta di ignoranza o di speranza... Schulz avrà mille difetti (e li ha), ma tra questi non ci sono certo l'ignoranza, l'ingenuità e l'impreparazione. Quindi se ha detto quel che è riportato, lo ha detto perché coscientemente voleva dirlo... pur sapendo di dire una stronzata.

Saluti,

Mauro.

lunedì 21 luglio 2014

Chi butta giù gli aerei in Ucraina?

Parliamoci chiaro: l'aver abbattuto un aereo civile è un affronto a ogni diritto internazionale (e non solo internazionale). Ed è anche di fatto una dichiarazione di guerra al mondo. Chiunque ne sia il responsabile: Ucraina, Russia o ribelli vari.

Quello che però in questi momenti si dimentica è il problema principale: la NATO.
Se la NATO non esistesse non ci sarebbe questo casino in Ucraina. E di conseguenza non ci sarebbero aerei - né civili né militari - abbattuti in Ucraina.

Se non capite cosa intendo dire, leggete quanto scrissi qui.

Saluti,

Mauro.

giovedì 17 aprile 2014

L'accordo sull'Ucraina

Tutti i vari siti di informazione ci dicono che è stato raggiunto a Ginevra un accordo sull'Ucraina.
Se tutti lo dicono sarà anche vero, però una firma in calce a un trattato, come ci insegna la storia, non vale poi granché.

Ora voglio essere ottimista e dare per scontato che l'accordo esista e che sia anche un accordo giusto.
Però... che esista e che sia giusto in sè non serve a molto. Data la situazione, un accordo sull'Ucraina è fatto solo per essere disatteso.

Quindi vi propongo due quiz (o, se preferite, sondaggi).

1) Chi disattenderà per primo l'accordo?
  1. Russia
  2. Ucraina
  3. USA
  4. Europa
  5. Tutti insieme appassionatamente 
2) Entro quando verrà disatteso l'accordo?
  1. Subito
  2. Entro una settimana
  3. Entro un mese
  4. Entro un anno
  5. Oltre l'anno
Saluti,

Mauro.

sabato 22 marzo 2014

Effetto domino: e se la Crimea diventasse un esempio?

La motivazione ufficiale da parte russa per l'annessione della Crimea è che la Crimea storicamente è russa (cosa in parte vera, anche se servono dovuti distinguo... perché con simili ragionamenti anche la Turchia, come erede dell'Impero Ottomano, e l'Italia, come erede della Repubblica di Genova, potrebbero avere pretese sulla Crimea) e che dopo il colpo di mano a Kiev la popolazione russofona della Crimea era in pericolo (cosa molto, ma veramente molto, meno vera).

Ora, giustificabili o no che siano queste motivazioni... si rischia un effetto domino.

Nel nord del Kosovo c'è una zona (Mitrovica e l'estremo nord) che è sempre stata a maggioranza serba (anche se inserita nel Kosovo fin dai tempi della ex Jugoslavia). I serbi lì potrebbero sentirsi in pericolo.
Nel sud-ovest della Serbia ci sono due comuni (Preševo e Bujanovac) con popolazione a maggioranza kosovara.
Delle aree a maggioranza croata e serba della Bosnia-Erzegovina non serve neanche parlarne.

E cito questi perché sono a quattro passi da casa nostra, ma ci sono un sacco di altri esempi tra Balcani, Caucaso, Medio Oriente, sud-est asiatico e chi più ne ha più ne metta.

Paradossalmente casi del genere si potrebbero verificare in teoria anche in Europa occidentale (non succederà mai perché non conviene economicamente a nessuno, né agli stati "dominanti" né alle minoranze - magari maggioranze locali - all'interno degli stessi, ma in teoria...).
Che dire dei germanofoni in Alto Adige?
Che dire degli svedesi (o svedesofoni, ma non so se la parola esiste) nell'ovest della Finlandia?
Che dire del dualismo linguistico franco-tedesco in Alsazia e Lorena?
Che dire di tante altre piccole realtà locali?

No, i problemi basco, scozzese e belga non c'entrano niente: io sto parlando di zone che potrebbero voler essere "salvate" da uno stato estero, non di zone che vogliono diventare indipendenti o di paesi che possono spaccarsi internamente (anche se pure questi, chiaramente, sono problemi da non sottovalutare).

Ecco, quello che tutti in questo momento stiamo dimenticando, al di là dell'essere con o contro la Russia, è il possibile effetto domino.

Saluti,

Mauro.

giovedì 20 marzo 2014

Russia, Ucraina e NATO

Dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia seguito alla caduta del Muro io sostenni che aveva perso ragion d'essere anche la NATO.
E gli avvenimenti recenti mi stanno dando ragione.
La NATO è un'alleanza militare (e dette alleanze ci sono sempre state, quindi non è questo il punto) nata con esplicita funzione antisovietica, riunendo sotto la propria bandiera (o sotto la bandiera statunitense, verrebbe da dire) anime molto diverse tra loro.
Qualunque cosa sia io che voi lettori possiamo pensare delle due alleanze (NATO e Patto di Varsavia), durante la guerra fredda un loro senso lo avevano. Anche politico, non solo militare.
Ma dopo la caduta del Muro no, non più. E infatti il Patto è caduto col muro stesso.
La NATO no. La NATO è stata tenuta in vita artificialmente (se prima si poteva comunque vederla come una vera e propria alleanza, dopo è diventata in tutto e per tutto uno strumento in mano USA). E artificialmente è stata espansa verso est.
Fino a provocare i danni che vediamo oggi.
Perché, parliamoci chiaro, nella crisi di Crimea le colpe dirette se le dividono Russia e Ucraina (non che Stati Uniti ed Europa siano proprio completamente innocenti comunque)... però se la NATO fosse stata sciolta - come avrebbe dovuto essere - subito dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia a questi punti non saremmo mai arrivati.
Perché la Russia - al di là di torti o ragioni - non sta andando contro l'Ucraina. Sta usando l'Ucraina per andare contro la NATO.
E lo stesso vale per quanto successe tra Russia e Georgia nel 2008.

Saluti,

Mauro.

lunedì 3 marzo 2014

Il problema con l'Ucraina

Il problema grosso (sì, lo so, per gli ucraini stessi il problema è già sufficientemente grosso, ma io parlo a livello internazionale), di cui nessuno purtroppo parla... come in una sorta di autocensura collettiva, è che se in Ucraina si passa dalle attuali scaramucce a una guerra vera... col cavolo che ci si ferma lì.

Perché ONU, USA, UE e NATO (ma soprattutto quest'ultima, visto che ONU e UE sono troppo deboli e gli USA non hanno nessuna convenienza a muoversi subito da soli forzando la mano a ONU e NATO, visto che dall'altra parte non c'è l'Iraq o l'Afghanistan, ma la Russia) a quel punto avrebbero tre opzioni:
- rimanere al quaquaraquaqua senza fare nulla;
- dare una riposta forte ma solo politica;
- preparare qualche risposta militare.

Il problema è che tutte e tre queste opzioni avrebbero una conseguenza comune: il fuoco si estenderebbe ben oltre l'Ucraina.
La sfida è capire quale delle tre risposte lo farebbe estendere di meno. E credo che in questo momento nessuno lo sappia, né a Mosca, né a Kiev, né a Washington, né a Bruxelles, né altrove.

La cosa grave è che ho l'impressione che nessuno lo voglia neanche sapere.

Chiaramente, spero di sbagliarmi su tutta la linea.

Saluti,

Mauro.