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martedì 14 aprile 2026

I misteri del tedesco 39 - Le Sturmtruppen

Tutti (tranne forse i più giovani tra i miei pochi lettori) conosciamo le Sturmtruppen di Bonvi.
La splendida e cattiva parodia delle truppe tedesche della seconda guerra mondiale.
Al di là del giudizio sul fumetto (io lo trovo splendido, ma non pretendo che voi la pensiate allo stesso modo)... tutti abbiamo sempre pensato che il titolo fosse inventato. Del resto non è esistito nella Germania nazista, né prima né durante la guerra, nessun reparto militare o paramilitare che portasse tale nome.

Però le Sturmtruppen, non solo come concetto ma anche proprio come nome, sono realmente esistite.
Il problema è che sono esistite durante la prima guerra mondiale, non durante la seconda.
Durante detta guerra gli eserciti austriaco e soprattutto tedesco avevano reparti d'assalto che erano chiamati in diversi modi.
Il nome più usato, quello ufficiale, era Sturmbataillone, ma anche Sturm- o Stoßtruppen erano usati nel linguaggio comune.

Non so se Bonvi conoscesse la cosa, ma il fatto che satira e storia spesso si ritrovino allacciate a me piace. E non poco.

Saluti,

Mauro.

P.S.: Per i nomi delle truppe vere ho utilizzato in tedesco il plurale per mantenere il parallelo col fumetto. Al singolare sarebbero Sturmbataillon e Sturm- o Stoßtrupp.

giovedì 16 ottobre 2025

Calcio eretico 4 - La partita che cambiò i mondiali (e non solo)

Una delle partite più importanti della storia del calcio durò di fatto solo 10 minuti. Anche se l'arbitro fischiò, come da regolamento, la fine dopo 90 minuti (no, non ci fu recupero, perché non ci furono interruzioni, anche se per 80 minuti in realtà non si giocò).

Vi sembra assurdo? Avete ragione, ma per quanto assurdo è tutto vero.
Mettetevi comodi e seguitemi.

Mondiali di Spagna.
25 giugno 1982, ultima giornata della prima fase a gironi: Germania Ovest-Austria.
Il "patto di non belligeranza di Gijón" o, più propriamente, la "vergogna di Gijón".

Per capire bene la storia bisogna prima di tutto dire che fino ad allora l'ultimo turno dei gironi prevedeva le due partite non in contemporanea.
E ciò favoriva quelli che oggi chiamiamo biscotti: chi giocava dopo sapeva a priori che risultato gli serviva... e se c'era un risultato che andava bene a entrambi, allora...
(Certo, può succedere anche ora con le due partite in contemporanea, ma è più difficile).
Successe spesso nella storia, ma quella Germania Ovest-Austria fu troppo sfacciata, troppo vergognosa.
Fece traboccare il vaso.

E quindi raccontiamola.

Prima di quell'ultima giornata la classifica del gruppo 2 era (ai tempi la vittoria valeva 2 punti):
Austria 4 punti
Algeria 2
Germania Ovest 2
Cile 0
Con la differenza reti (criterio per il passaggio del turno in caso di pari punti) sfavorevole all'Algeria.

Il 24 giugno scesero in campo Algeria e Cile.
Germania Ovest e Austria avrebbero giocato il giorno dopo.
L'Algeria vinse 3-2 (dopo essersi trovata in vantaggio per 3-0) e quindi la sera del 24 la classifica era:
Austria 4 punti
Algeria 4
Germania Ovest 2
Cile 0
Sempre con differenza reti sfavorevole all'Algeria (se fosse riuscita a mantenere il 3-0 oggi racconteremmo una storia ben diversa...).

Quindi il 25 la Germania Ovest doveva assolutamente vincere, il pareggio non bastava.
Però, avendo precedentemente battuto 4-1 il Cile (dopo la sconfitta di misura con l'Algeria), le bastava una qualsiasi vittoria, il punteggio era ininfluente. Un 1-0 bastava.
L'Austria d'altro canto poteva anche permettersi di perdere con 1 o 2 gol di scarto, avendo battuto sia Cile che Algeria (quest'ultima 2-0).
Se l'Algeria fosse riuscita a mantenere il 3-0 sul Cile... l'Austria non avrebbe potuto permettersi di perdere.

E come finì quella partita, quel Germania Ovest-Austria?
Guarda caso 1-0.
Ma lo scandalo non fu il risultato, il punteggio, bensì il modo in cui venne ottenuto.

I primi minuti furono veramente combattuti, ovviamente soprattutto da parte tedesca... e infatti all'11° minuto Hrubesch portò in vantaggio la Germania Ovest.
Dopo il gol entrambe le squadre scalarono di marcia. Ma fu una cosa spontanea, senza un vero accordo.
Quello venne all'intervallo. I giocatori nel tunnel degli spogliatoi si parlarono (ci sono testimonianze al proposito) e nel secondo tempo... smisero di giocare. Entrambe le squadre passarono tutto il tempo a fare passaggini a centrocampo senza neanche far finta di voler costruire una qualche azione.
L'unico che mise, senza successo, un po' di impegno fu l'austriaco Schachner. Che poi si scoprì essere stato lontano al momento della "chiacchierata" nel tunnel.

La cosa fu talmente evidente che il pubblico cominciò a protestare (e la parte spagnola a fare il gesto dei soldi, anche se non ci fu corruzione, ma bisogna dire che non si fecero neanche mai indagini, e a urlare "Algeria, Algeria"), che pure l'arbitro sembrò spazientito e soprattutto che i telecronisti tedeschi e austriaci invitarono i telespettatori a spegnere la TV e fare altro.

Se parlate tedesco, ascoltatevi questo estratto della telecronaca della TV tedesca:


Ma, come detto nel titolo, questa partita cambiò i mondiali di calcio. E a cascata anche altri tornei importanti, come gli europei.

Infatti Germania Ovest e Austria, pur non essendo state le prime a fare accordi più o meno taciti, quel giorno la fecero troppo sporca, troppo sfacciata.
Da allora la FIFA (seguita poi dalle varie federazioni continentali) decise che ai mondiali le due partite dell'ultimo turno di ogni girone vadano giocate in contemporanea.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Qui tutti gli articoli sul calcio eretico.

giovedì 11 settembre 2025

11 settembre: una giornata nella storia

E non serve parlare di storia lontana: quella recente basta.

11/09/1972: chiusura delle Olimpiadi di Monaco di Baviera segnate dall'assalto palestinese alla delegazione israeliana.
11/09/1973: colpo di stato in Cile guidato dalla CIA con morte di Salvador Allende e instaurazione della dittatura di Pinochet.
11/09/1989: picnic paneuropeo ai confini tra Austria e Ungheria, con apertura delle frontiere da parte di quest'ultima per permettere ai fuggitivi della DDR di entrare in Occidente.
11/09/1997: istituzione del Parlamento scozzese dopo 290 anni di unione con l'Inghilterra (o di sottomissione alla stessa, andrebbe detto). 
11/09/2001: attentato di Al Qaeda a New York e Washington con quasi 3000 vittime dirette ed elemento scatenante di successive guerre.

Tanto per rimanere a tempi recenti e a cose importanti.

Saluti,

Mauro.

giovedì 23 dicembre 2021

Domani si parte

E domani la mia Giulietta - guidata dal suo Romeo - si avventurerà per la prima volta verso l'Italia, attraversando le barbare lande di Austria e Svizzera 😏

Saluti,

Mauro.

domenica 30 maggio 2021

Due storie europee: Schwabenkinder e Verdingkinder

Vorrei raccontarvi due storie. Due storie che non conoscete (a meno di non vivere in determinate zone di Svizzera, Austria e Germania). Due storie che in fondo sono, almeno in parte, la stessa storia.

Ma prima di raccontarvele voglio farvi una domanda: secondo voi la schiavitù in Europa centrale e occidentale quando è stata abolita?
No, non sto parlando dello sfruttamento, del lavoro nero, di situazioni illegali o di cose simili.
Sto parlando di schiavitù legale (anche se non ufficialmente definita così).

La maggioranza di voi mi risponderà in qualche momento del '600 o del '700.
I più pessimisti diranno che in alcune zone magari è durata fino a metà o addirittura fine '800.

Bene, siete tutti ottimisti. È durata fino a '900 ben inoltrato.

Sedetevi comodi e fatevi raccontare la storia degli Schwabenkinder (letteralmente: bambini svevi) e quella dei Verdingkinder (letteralmente: bambini mandati a lavorare).
Non sono storie per stomaci deboli, però, anche se io non userò né immagini né espressioni forti. Sappiatelo.

Partiamo dagli Schwabenkinder.

A partire dal sedicesimo secolo è documentato che bambini da famiglie e zone povere dell'Austria e della Svizzera intraprendevano il cammino verso la Svevia (regione a cavallo tra gli odierni Baden-Württemberg e Baviera, ma la parte più pregnante per la nostra storia è quella nel Württemberg) con lunghe e faticose marce, spesso guidati da sacerdoti che si facevano garanti del buon successo della cosa.
Ma perché questi bambini venivano mandati in Svevia?
Per lavorare nei campi e nelle stalle come forza lavoro a basso costo. La Svevia, in particolare la parte nel Württemberg, era allora ricca, contrariamente alle zone rurali della Svizzera e alle parti occidentali dell'Austria.
Il problema non è solo che si trattasse di lavoro infantile (cosa purtroppo ai tempi molto diffusa in tutta Europa), ma era il modo in cui questi bambini venivano reclutati: nei Kindermärkte (letteralmente: mercati dei bambini).
Dopo la marcia di molti chilometri e giorni attraverso i vari paesi questi bambini arrivavano nel sud della Svevia, dove venivano legalmente "messi all'asta" in mercati che ricordavano in tutto e per tutto i mercati degli schiavi come ce li immaginiamo negli USA prima della guerra di Secessione.
In questi mercati (il principale dei quali era a Friedrichshafen e generalmente si tenevano nella festa di San Giuseppe, il 19 marzo) i bambini venivano "affidati" ad allevatori e latifondisti con cui l'accompagnatore (spesso un sacerdote, come scritto sopra) trattava il prezzo.
Era una schiavitù temporanea, visto che tra ottobre e novembre i bambini tornavano a casa (del resto in inverno nei campi c'era poco da fare e quindi per le stalle bastavano i membri della famiglia e i dipendenti fissi), però in quei mesi era vera e propria schiavitù e i bambini tornavano a casa solo con un cambio d'abiti e pochi spiccioli di ricompensa.
In realtà ai tempi esisteva già nei paesi in questione l'obbligo scolastico... ma i paesi di partenza "liberavano" questi bambini da detto obbligo e nei paesi d'arrivo l'obbligo non valeva per i bambini stranieri.
Infatti, anche se i Kindermärkte vennero chiusi nel 1915, il fenomeno regredì e poi finì solo a partire dal 1921, quando nel Württemberg venne imposto l'obbligo scolastico anche per i bambini stranieri. Infatti ad allevatori e latifondisti a quel punto quei bambini non convenivano più, se dovevano passare tempo a scuola e non essere sempre disponibili per il lavoro.
Così poteva apparire (anche se l'immagine è in realtà un po' troppo romantica) uno di questi mercati:


Veniamo ora ai Verdingkinder.

Questa è una storia interna svizzera. Una storia di Stato. Anche se con tante comunanze e somiglianze con la storia che vi ho raccontato sopra.
A partire dall'800 in Svizzera i bambini orfani o di genitori singoli o separati (ma talvolta anche solo bambini di famiglie povere o senza fissa dimora, anche se con entrambi i genitori presenti) venivano dati via dalle famiglie stesse o portati via d'ufficio dallo Stato e quindi offerti in vendita a chi fosse interessato nei cosiddetti Verdingmärkte (letteralmente: mercati dei mandati al lavoro).
C'erano diversi metodi di assegnazione di questi bambini, ma comunque venivano venduti/comprati come forza lavoro a basso costo e trattati come schiavi o servi della gleba.
In teoria c'erano leggi per proteggere questi bambini dai maltrattamenti a cui spesso erano soggetti (anche se le autorità chiudevano volentieri un occhio), ma lo sfruttamento in stile schiavistico era legale.
Prima ho scritto "a partire dall'800" ma non vi ho detto fino a quando si è protratta questa storia. Si è protratta fino agli anni '60/'70 del '900, anche se negli ultimi anni in maniera sotterranea, non ufficiale. Anni '60/'70. Gli anni in cui sono nato io.
Qui la testimonianza di un Verdingkind (in tedesco, purtroppo).

Storie simili ci sono state anche in Svezia e in Gran Bretagna (magari anche altrove, io cito solo ciò che conosco), ma non mi risulta si siano protratte nel tempo come le due di cui vi ho raccontato.

Negli ultimi anni in Svizzera c'è stata una presa di coscienza sui Verdingkinder, quindi in rete si trova molto materiale. Su YouTube trovate anche documentari e interviste sul tema.
Sugli Schwabenkinder, anche per ragioni temporali (ma non solo), si trova meno, ma comunque un po' di materiale c'è.

Sono storie finite, almeno in Europa, che si spera che non si ripetano, ma che non vanno dimenticate.
Perché se le dimentichiamo apriamo le porte al loro ritorno.

Saluti,

Mauro.

lunedì 9 settembre 2019

A zonzo per Salisburgo

A Salisburgo non ci sono solo le palle di Mozart...


...e Schiller coltiva i cetrioli...


...mentre i comignoli si attaccano alle rocce.


Saluti,

Mauro.

P.S.:
Qui tutti gli "A zonzo per...".

domenica 24 marzo 2019

I misteri del tedesco 15 - Salutiamo i tedeschi

Ogni lingua ha le sue forme di saluto. Alcune standard, nella sostanza uguali nelle varie lingue, altre molto particolari, caratteristiche.

Tra italiano e tedesco le differenze cominciano però già con quelle standard.
In italiano abbiamo buon giorno, buon pomeriggio (ormai in disuso) e buona sera (buona notte no, non è un saluto, è un augurio).
In tedesco abbiamo guten Morgen (traducibile con buon mattino), guten Tag (buon giorno) e guten Abend (buona sera). Ma nessun guten Nachmittag (buon pomeriggio). E gute Nacht (buona notte) è anche in tedesco un augurio, non un vero saluto.
Ma sono tutto sommato differenze piccole, poco significative.

Oltre a questi c'è il classico Hallo, ripreso dall'inglese.

Ma veniamo ai saluti particolari, quelli veramente interessanti.

I tedeschi hanno adottato il nostro ciao (in realtà originariamente dialetto veneto, non lingua italiana), ma con una differenza: noi usiamo ciao sia quando ci incontriamo sia quando ci separiamo, per i tedeschi invece è solo un saluto di commiato.
Assolutamente identico in significato e uso (anche se di origine indipendente) a ciao è Tschüss (con le sue varianti, tipo Tschö), nato nel nord della Germania ma ormai diffuso in tutto il paese.

Sempre dal nord della Germania arriva Moin.
È un saluto usato a qualsiasi ora, principalmente quando ci si incontra. La cosa interessante di questo saluto è che viene usato nell'area "marittima" della Germania e nel resto dell'area Mare del Nord-Mar Baltico (Paesi Bassi, Danimarca, Polonia costiera) ma, incredibilmente, anche in Svizzera, però non ha preso piede nel resto della Germania, dove viene usato molto sporadicamente.

Passando dal nord al sud della Germania, in particolare Baviera (ma anche Austria) i saluti diventano più legati alla religione essendo terre di "estremismo" cattolico.
E così in Austria, Baviera e nella parte cattolica del Baden-Württemberg ci si saluta con Grüss Gott (che noi italiani di Germania spesso prendiamo in giro salutando i tedeschi dicendo cruscotto, che tanto suona praticamente uguale e loro non se ne accorgono).
La cosa interessante è che questo saluto in origine significava Dio ti/vi saluti, ma nella grafia attuale letteralmente tradotto significa saluta/salutate Dio.

Diffuso nel centro-sud della Germania e anche in altre parti dell'Europa centrale (in pratica l'area del vecchio impero asburgico) è servus.
L'origine è esattamente quella di ciao, ed entrambi hanno radici nel latino. Servus lo potremmo tranquillamente tradurre con servo vostro (come ciao è deformazione dialettale di schiavo vostro).

Nel Saarland, ai confini con la Francia si usa poi Salü, deformazione del francese Salut e con lo stesso identico uso e significato (Salü si usa anche in Svizzera).

Nella Svizzera tedesca si usa poi Grüezi che è una contrazione di Gott Grüez-i, che corrisponde all'austro-bavarese Grüss Gott di cui abbiamo parlato prima.

Da ultimo ho lasciato il saluto più assurdo, quello che sopporto meno: Mahlzeit.
Mahlzeit in italiano significa semplicemente pasto.
In buona parte della Germania (soprattutto nella parte occidentale) e in Austria però intorno a ora di pasto e di cena viene spesso usato come forma di saluto, indipendentemente dal fatto che chi incontri abbia già mangiato, non lo abbia ancora fatto o non abbia proprio intenzione di farlo.
E no, non è un augurio di buon appetito. Se un tedesco vuole veramente augurartelo ti dice guten Appetit.

Saluti,

Mauro.

Aggiornamento 27.03.2019
L'amica Terminologia mi fa notare che sembra che a Bolzano (dove, come in tutto l'Alto Adige, si usano le forme di saluto tedesche tipiche dell'Austria e dell'ex impero asburgico) si usi in italiano informale Cruscòtt per Grüß Gott, quindi in pratica la stessa forma usata ironicamente dagli italiani di Germania.

venerdì 16 novembre 2018

Tutti gli a zonzo per...

Quando vado un po' in giro mi piace poi pubblicare qui sul blog qualcosa del mio turismo.
Scelgo tre foto della città dove sono stato e le pubblico con brevi commenti.
Le foto che scelgo non rappresentano quanto di più bello, significativo o famoso c'è in quella città, ma solo cose particolari che mi hanno colpito.

Per ora lo ho fatto con le seguenti città:

- Praga
- Brugge
- Potsdam
- Londra
- Brema
- Würzburg
- Bamberg
- Ratisbona (aggiornamento 01.05.2019)
- Sestri Levante (aggiornamento 03.05.2019)
- Salisburgo (aggiornamento 09.09.2019)
- Chiemsee (aggiornamento 17.09.2019... sì, lo so, il Chiemsee non è una città)
- Bayreuth (aggiornamento 20.12.2020)
- Amburgo (aggiornamento 22.12.2020)
- Genova (aggiornamento 08.01.2021)
- Dresda (aggiornamento 31.01.2021)
- Amberg (aggiornamento 01.08.2021)
- Val Trebbia (aggiornamento 04.09.2021...  anche qui, lo so, la Val Trebbia non è una città)
- Parigi (aggiornamento 09.09.2021)
- Monaco di Baviera (aggiornamento 14.12.2021)
- Rothenburg ob der Tauber (aggiornamento 05.04.2022)
- Stella (aggiornamento 28.04.2022)
- Genova 2 (aggiornamento 08.07.2022)
- Scansano (aggiornamento 10.07.2022)
- Colonia (aggiornamento 05.08.2022)
- Auerbach in der Oberpfalz (aggiornamento 08.08.2022)
- Poligono militare di Grafenwöhr (aggiornamento 30.08.2022... sì, lo so, non è ufficialmente una città, ma di fatto lo è)
- Monaco di Baviera 2 (aggiornamento 11.04.2023)
- Kassel (aggiornamento 02.05.2023)
- Beigua (aggiornamento 24.12.2023... sì, lo so, è un monte, non una città... e oltretutto avevo già pubblicato relativamente al Beigua ad aprile, ma l'articolo è sparito)
- Seeon (aggiornamento 09.01.2024)
- Recco (aggiornamento 11.12.2024)
- Solingen (aggiornamento 04.01.2025)

Gli "a zonzo" apocrifi:
- Dresda città nera
- Vedere un ponte

Altre seguiranno in futuro. E questo elenco verrà continuamente aggiornato.

Saluti,

Mauro.

venerdì 19 giugno 2015

Il casino col pedaggio in Germania - 3 (e la censura del Fatto Quotidiano)

Ricorderete che già due volte vi ho parlato dell'introduzione del pedaggio autostradale in Germania per le automobili: qui e qui.

Ora finalmente l'Europa è intervenuta e ha aperto una procedura d'infrazione contro la Germania.
La prima risposta del governo tedesco è stata quella di rinviare ulteriormente l'introduzione del pedaggio. Non più 2015 (come originariamente previsto) o 2016 (come poi deciso per ragioni "tecniche"), bensì 2017.

Intanto aspettiamo la sentenza dell'Europa.

Nel frattempo credo possa interessarvi il commento che ho scritto oggi all'articolo pubblicato in proposito dal Fatto Quotidiano (non che il Fatto abbia scritto un articolo particolarmente buono o particolarmente cattivo... ma è stato il primo che ho letto, avrei risposto lo stesso su altri quotidiani).

Io sono italiano ma vivo in Germania, quindi sarei uno dei "beneficiati" (visto che per risparmiarsi il pedaggio non serve essere cittadini tedeschi, ma residenti in Germania, anzi aver l'auto immatricolata in Germania).
E dico due cose:
1) Questo pedaggio è uno scandalo;
2) Il pedaggio in Germania deve essere introdotto.

Contraddizione? No: il pedaggio di fatto solo per gli stranieri è una stronzata delinquenziale, indipendentemente da ciò che deciderà l'Europa.
Però le infrastrutture stradali e autostradali (ma anche molte ferroviarie, ma questa è un'altra storia che non c'entra col pedaggio) tedesche sono in una condizione penosa, da vent'anni (se non di più) solo manutenzione di facciata, autostrade allargate a tre-quattro corsie, ma senza sanare le due originarie (il cui substrato somiglia più a stracchino che ad asfalto o cemento), nuove corsie costruite con materiali già vecchi, ponti soprattutto in condizioni pericolose (un sacco di ponti - anche autostradali - tedeschi sono proibiti al traffico pesante in quanto i TIR rischierebbero di farli crollare). Eccetera, eccetera.

Quindi il pedaggio è necessario per avere i fondi per, almeno, risolvere i problemi più urgenti (visto che lo stato delle strade e autostrade non è solo un pericolo, ma danneggia anche l'economia: giri più lunghi per i trasporti pesanti con aumento di costi e di code, quindi provocando aumenti di costi e tempi anche per il traffico leggero).
Ma è necessario un pedaggio per tutti. Auto tedesche comprese.

E non solo per ragioni di giustizia, ma anche di pragmaticità: se il pedaggio lo pagassero solo le auto straniere, i fondi così raccolti servirebbero solo a fare un po' di cosmetica. Non basterebbero per interventi seri (e necessari!).
Se alla fine il pedaggio verrà introdotto nella forma prevista o simili (e voluta, guarda caso, soprattutto dai bavaresi... gli altri tedeschi magari non parlano contro, ma comunque storcono il naso) io probabilmente venderò l'auto... così lo stato tedesco perderà anche quei soldi che otterrebbe da me con tasse, accise sui carburanti, ecc.
E molti cittadini stranieri con auto immatricolata in Germania (ma anche alcuni tedeschi per solidarietà) stanno pensando la stessa cosa (certo, se poi lo faranno veramente sta scritto su un'altra pagina... non sempre il comportamento effettivo poi corrisponde alle dichiarazioni d'intenti).

Per quanto riguarda l'esempio portato da Dobrindt sul comune austriaco che risparmia rispetto non solo agli stranieri ma anche rispetto ad altri austriaci... dimostra solo l'ignoranza (o ipocrisia?) di Dobrindt stesso... agevolazioni per residenti degli immediati dintorni sono un discorso diverso da un pedaggio solo per stranieri (che di fatto corrisponderebbe a un tassa d'entrata, quindi a una limitazione occulta di Schengen).
Esistono in tutta Europa (anzi, in tutto il mondo) località raggiungibili solo con difficoltà o non in grado di accogliere troppo traffico (o dove chi ci vive ha passaggi obbligati mentre chi solo attraversa può scegliere altri percorsi), dove vi sono "pedaggi" per chi arriva da fuori, ma non per i residenti.
Non mi pare che la Germania sia raggiungibile con difficoltà o non sia (manutenzione mancante a parte) in grado di accogliere troppo traffico.


Interessante è che il Fatto Quotidiano ha rimosso il commento.
Sul sito non lo trovate, in quanto rimosso (e dato che il Fatto si affida a Disqus, quindi i rifiuti e le rimozioni non sono facilmente documentabili, io posso vedere cosa è successo col mio commento, ma salvarlo in versione poi pubblicabile non è altrettanto semplice).

Comunque, perché ciò? Chiaramente non ho ricevuto motivazioni... ma i fatti sono comunque chiari: ho criticato la Germania, non l'Italia. E per il Fatto (e non solo) sono accettabili solo commenti che - anche quando l'Italia non c'entra - contengano almeno una critica all'Italia e mettano in buona luce l'estero. L'opposto merita solo censura.

Secondo voi il mio commento era da censurare/cancellare?
Oppure, se considerato sbagliato, non si sarebbero potuti portare argomenti per contestarlo?
Ma argomentare è difficile, cancellare facile...

Saluti,

Mauro.

P.S.:
"Stranamente" dopo le mie accuse di censura (sia qui sopra che sul Fatto Quotidiano stesso) il mio commento prima "rimosso" (come testimoniato da Disqus, che gestisce i commenti del Fatto Quotidiano) ora è incredibilmente visibile.

lunedì 22 settembre 2014

La casa di Hitler (e gli idioti)

Sabato sera guardavo un programma di approfondimento giornalistico (o presunto tale) sulla TV tedesca.
Uno dei servizi riguardava le polemiche relative all'utilizzo della casa natale di Hitler a Braunau am Inn, in Austria.
In Austria infatti si sta discutendo cosa mettere dentro quell'edificio, ora di proprietà pubblica, e ci sono un sacco di se e di ma, perché... bisogna evitare che quella casa diventi un simbolo.

Ma siete idioti, amici austriaci! Proprio idioti.
Quella casa È un simbolo, qualsiasi cosa ci mettiate dentro. È un simbolo da venerare per i nostalgici e i nazisti e un simbolo che serve da monito per i democratici e per chi lotta per la libertà.
E sarà sempre un simbolo, qualsiasi cosa ci mettiate dentro: un museo, una macelleria, degli appartamenti o una stazione di trasformazione elettrica.
Perché il simbolo non sta in quel che è o sarà. Il simbolo sta in ciò che è stata.

Cari austriaci, aprite gli occhi: la storia non può essere nascosta, la storia non può essere ignorata. E la storia è fatta anche di simboli. E i simboli non vengono decisi da governi o comuni, checché questi credano.
Piuttosto che polemizzare e perdere tempo sul come utilizzare un edifcio (che in sé non ha colpe, ma sarà sempre e comunque un simbolo), pensate a impegnarvi per far sì che il futuro non ci riservi altri simboli analoghi.

Saluti,

Mauro.

domenica 6 luglio 2014

Senati d'Europa

Uno dei temi che dominano in questo momento la stampa e la politica italiana è la riforma del Senato.
Con la proposta renziana-berlusconiana di farne una Camera non elettiva, bensì nominata.

Premessa: io sono per l'elettività. Ogni organo legislativo (come appunto le Camere o, a livello locale, i consigli regionali e comunali) per me deve essere elettivo. Punto.
Quindi io personalmente, piuttosto che avere un Senato nominato, preferirei addirittura un sistema monocamerale (anche se uno bicamerale ben organizzato e ben funzionante dà più garanzie di democrazia).

Ma lasciamo perdere le mie preferenze, non è di questo che voglio parlarvi oggi.

Voglio parlarvi di come sono i Senati in giro per l'Unione Europea. Non perché siano necessariamente migliori del nostro (in certi casi, vedasi Regno Unito per esempio, sono anzi decisamente peggiori) ma perché anche in questo caso si parla tanto di Europa ma poco se ne sa.

La prima scoperta è che nei più importanti paesi europei (Regno Unito e Germania in tutto e per tutto, Francia in maniera dissimulata) il Senato non è elettivo.

Regno Unito
Quello che da noi è il Senato, nel Regno Unito è la Camera dei Lord (House of Lords).
Se ragioniamo in termini moderni la Camera dei Lord è un anacronismo (e in fondo anche una vergogna): membri (aristocratici) di diritto ereditari, membri di diritto per cariche religiose, membri nominati direttamente dalla corona britannica... l'unica elettività è quella interna ai nobili (i "pari") per decidere in alcuni casi quale nobile debba prendere il posto di un nobile parlamentare deceduto.

Germania
Il Senato tedesco si chiama ufficialmente Consiglio Federale (Bundesrat).
Non è certo un'assemblea nobiliare e anacronistica come la Camera dei Lord britannica (del resto la Germania è una repubblica e non una monarchia) ma è comunque non elettivo.
I suoi membri vengono nominati dai governi dei singoli stati federali (Länder) e sono rappresentativi dei governi degli stessi (cioè ogni stato federale invia al Bundesrat solo rappresentanti dei partiti che ivi governano, nessun rappresentante delle opposizioni regionali, per quanto forti).
Ciò significa che, a causa della diffusa (anche in Germania) dissociazione tra voto locale e voto nazionale e del fatto che il peso dei vari Länder nel Bundesrat non è veramente proporzionale alla popolazione, spesso il Bundesrat non rappresenta veramente (talvolta proprio per niente) il peso nazionale dei partiti.

Francia
In Francia abbiamo il Sénat. Quindi almeno come nome sembra corrispondere alla situazione italiana. Ma, appunto, solo nel nome.
Il Sénat sembra elettivo, ma lo è solo in maniera indiretta. Infatti i suoi membri non vengono eletti dai cittadini, ma dai rappresentanti degli enti locali (dipartimenti e comuni) e dai membri dell'Assemblea Nazionale (corrispettivo della nostra Camera dei Deputati).

Spagna
Qui il Senato (Senado) è eletto direttamente come in Italia (anche se, contrariamente all'Italia, non vi è correlazione tra popolazione e numeri di eletti, in Spagna ogni provincia, a parte isole e territori esterni, ha diritto allo stesso numero di senatori).

Paesi Bassi
Il Senato neerlandese (Eerste Kamer der Staten-Generaal o popolarmente Senaat) viene eletto dai consigli provinciali, quindi è indirettamente elettivo, come il Senato francese (con la differenza che nei Paesi Bassi non lo votano anche i membri dell'altra Camera).

Svezia
Qui il problema non si pone: dal 1970 la Svezia ha un sistema monocamerale.

Austria
Per il Senato austriaco (Bundesrat) si veda quanto scritto per quello tedesco. Il sistema è di fatto identico.
L'unica differenza è che i membri del Senato tedesco hanno vincolo di mandato, quelli del Senato austriaco no.

Grecia
La Grecia ha sempre avuto un sistema monocamerale.

Belgio
Il Senato belga (Senaat in neerlandese, Sénat in francese) è come tante altre cose in Belgio un caso più da psichiatria che da politica :-)
Infatti si compone di tre categorie di senatori:
1) senatori eletti a suffragio universale (come in Italia);
2) senatori nominati dai consigli regionali (come in Germania);
3) senatori nominati dai senatori di cui ai punti 1 e 2 (come da nessun'altra parte al mondo, almeno che io sappia).

Repubblica Ceca
Il Senato ceco (Senát) viene eletto a suffragio universale, in maniera molto simile a quello italiano (a differenza dell'Italia però non può essere sciolto dal Presidente della Repubblica).

Conclusioni
Mi sono limitato a una scelta dei più importanti paesi dell'Unione Europea, ma credo basti a dimostrare che un Senato veramente elettivo è decisamente più l'eccezione che la regola.
Anche se in questo caso io, come detto, preferisco l'eccezione.

Saluti,

Mauro.