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sabato 27 giugno 2026

Perché un mondiale in tre continenti?

Riscrivo qui, in testo unico, un thread che ho appena pubblicato sui social networks.

Perché i mondiali di calcio del 2030 si svolgeranno in tre continenti diversi (Sud America, Africa ed Europa)? Semplice: perché Infantino è amico dell'Arabia Saudita, anzi del regime saudita. Ora, voi direte: che c'entra, visto che l'Arabia Saudita è in Asia? Seguitemi e capirete.

Secondo il criterio della rotazione tra i continenti introdotto qualche mondiale fa, se il mondiale 2030 fosse stato assegnato a un solo continente, l'Arabia Saudita avrebbe dovuto aspettare il 2042 (ignorando l'Oceania, come la FIFA spesso fa) o addirittura il 2046 (considerando l'Oceania). C'era ovviamente da aspettare troppo. Chissà se Infantino allora sarebbe stato ancora in sella. E chissà se i sauditi avrebbero avuto così tanta pazienza. Ma Infantino non voleva rinunciare alla prebende sottobanco, quindi si è inventato due cose. Primo: ha spinto per far unificare le candidature (originariamente separate) di Marocco e di Spagna/Portogallo. Secondo: con la scusa del centenario del primo mondiale (1930) si è inventato di far inaugurare il mondiale 2030 in Sud America, dove si tenne il mondiale 1930. Così facendo ha fatto fuori in un colpo solo tre continenti (e il Nord America era già fuori, ospitandolo quest'anno). Rimanevano quindi solo Asia e Oceania (che non conta, visto che l'Australia è nella federazione asiatica e il resto dell'Oceania non è in grado di ospitare un mondiale).
Quindi problema risolto: mondiale 2034 all'Asia... e guarda caso l'Arabia Saudita era l'unico paese asiatico candidatosi. E Infantino soddisfatto, insieme alla casa Saud.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 6 maggio 2026

Il rischio col pescato del giorno

In tanti ristoranti di mare spesso si trovano nel menu piatti tipo "frittura di pescato del giorno", "zuppa di pescato del giorno" o più spesso ancora solo "pescato del giorno".
Fino a qui tutto bene. Se un ristorante serve pesce fresco (veramente fresco, non per tale spacciato), comprato direttamente dai pescatori o anche al mercato del pesce, ma appena questo apre, cioè quando vedi veramente ciò che hanno portato i pescherecci, va tutto bene.
La dicitura va benissimo. Vero, è generica, ma è generica per un valido motivo: se è veramente il pescato del giorno, non puoi sapere a priori che pesci avrai. Per lo meno non puoi sapere a priori la proporzione tra i vari tipi di pesce che troverai.

Il problema nasce quando per questo "pescato del giorno" è indicato un prezzo fisso, preciso e non un intervallo di prezzi, con specificato il perché.
Perché?
Semplice: magari un giorno vengono pescati, per esempio, solo cefali e il giorno dopo solo branzini (esempio estremo, lo so, ma serve per rendere chiaro il concetto).
Tutti sappiamo che il cefalo vale decisamente meno del branzino (in soldi, di gusto ovviamente ognuno ha il suo e non è scandaloso se qualcuno preferisce il cefalo al branzino, anche se...).
In realtà ci sono anche altri motivi che giustificano le oscillazioni di prezzo (prima fra tutte la quantità del pescato, al di là delle tipologie di pesce), ma quella di cui sopra comunque è - generalmente - la più importante.

Quindi se per il "pescato del giorno" trovate un prezzo fisso, preciso, diffidate.
Se è alto significa che vogliono farvi pagare i cefali come fossero branzini.
Se è basso significa che i cefali magari sono freschi, ma i branzini di sicuro no.

Saluti,

Mauro.

lunedì 30 marzo 2026

Statistica e grafica: come evitare di dire cose fuorvianti

Guardate questa grafica:


C'è qualcosa che non vi quadra?
No? Eppure dovrebbe.
Guardate meglio.
Vi quadra ancora tutto?
Ok, allora vi spiego.
Seguitemi.

Premettiamo che in Italia le cose non vanno bene. Sotto questo punto di vista non c'è nulla da dire: in Italia abbiamo un problema.
Ma non è questa grafica a mostrarlo, anzi dimostrarlo. Proprio per niente.

I problemi di questa grafica sono tre.

Uno è come si definisce la produttività. E non è un problema secondario... la definizione di produttività non è così univoca come si crede. Io stesso, pur avendo lavorato nel settore, non saprei darla senza se e senza ma.

Ma gli altri due problemi sono ancora più grossi e dimostrano quanto la grafica in realtà non dica nulla.

Primo: perché partire proprio dal 2004? E non dal 2000, dal 1996 o dal 2010, per esempio? Scelta ad hoc per sostenere le proprie tesi? Il sospetto è lecito, visto che generalmente in questi casi, se si vuole essere corretti, o si parte da quando ci sono dati (quindi da molto, anzi moltissimo, prima del 2004) o da quando c'è stata una cesura, uno shock (e questo non c'è stato nel 2004, c'è stato eventualmente nel 1999 - o 2002 - con l'arrivo dell'Euro, nel 2008 con la crisi iniziata col crollo di Lehman Brothers o nel 2020 a causa del Covid... ma non c'è stata nessuna cesura, nessuna crisi nel 2004).

Secondo: perché far partire tutti dallo stesso punto? Nel 2004 la produttività non era certo uguale per tutti. Quindi se metti il paese A e il paese B nel 2004 allo stesso livello, ma in realtà il paese A in quel momento aveva magari una produttività doppia del paese B, quindi al limite puoi dire che il paese B tot anni dopo è cresciuto più del paese A, ma la grafica che presenti fa credere che abbia una produttività maggiore, cosa che non è detta (anzi, è anche improbabile). Tale grafica dice solo che, percentualmente, è cresciuto di più, non che ha superato l'altro paese.
Anzi, in termini assoluti può anche essere cresciuto meno... visto che più dal basso parti... più le percentuali sembrano impressionanti, al di là dei valori assoluti.

Sono percentuali, è matematica, è statistica.
Ma il giornalismo non sa niente di tutto ciò. Non ne vuole sapere niente.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 4 marzo 2026

Il caso Schettini 2

Tre video da guardare e meditare sul tema, al di là delle battute (ma neanche troppo battute) che io stesso feci qui.
Tre video per capire il tutto e farsi idee proprie su cosa è successo.

Vincenzo Schettini e la Scuola dei Prof-Star: un problema che va oltre il caso Schettini, di Rick Du Fer.

Vincenzo Schettini: una Masterclass su come NON gestire una Crisi, di Matteo Flora (soprattutto questo!).

Caso Vincenzo Schettini: sulla "Gogna mediatica" e l'invito a Sanremo, di Giacomo Moro Mauretto.

Saluti,

Mauro.

giovedì 9 ottobre 2025

La Serie A in Australia

Ne avrete sentito parlare tutti, o comunque in molti: a inizio febbraio la partita del campionato italiano di Serie A tra Milan e Como si giocherà (salvo retromarce dell'ultimo minuto) a Perth, in Australia.

La scusa ufficiale è che purtroppo lo stadio di Milano (San Siro o Meazza, a seconda del nome che preferite) sarà occupato dalla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Il motivo vero: soldi.
Infatti se il problema fosse stato solo sportivo c'erano una sacco di possibilità di spostare la partita in un altro stadio italiano (o, ancora più semplice, invertire andata e ritorno tra Milano e Como).

A parte ciò (cioè che non ci sono ragioni per andare all'estero, tanto meno dall'altra parte del mondo), mi ha colpito una certa cecità da parte di certi tifosi che hanno sostenuto che, dato che la Supercoppa italiana è già stata giocata più volte all'estero, non vedono la differenza, il problema.

Premesso che io non approvo neanche la Supercoppa all'estero, le differenze ci sono. Eccome se ci sono.
Primo: la Supercoppa è un trofeo secondario, non ti dà accesso a nessuna coppa europea (anche perché se arrivi a giocarla significa che hai già il pass per dette coppe), non ha il prestigio di uno scudetto o neanche di una Coppa Italia.
Ma soprattutto, secondo: la Supercoppa non viene falsata se la giochi a 10000 km o più dall'Italia , si tratta di un torneo giocato al massimo in due partite e tutte e due nello stesso posto. Il campionato invece lo falsi, visto che almeno alla prima partita dopo il ritorno dall'Australia, Milan e Como non saranno al massimo, tra jet lag, mancati allenamenti, stress, e ciò favorirà i loro avversari, falsando appunto il campionato.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 20 agosto 2025

Il Taser è pericoloso

Ieri su Twitter (o X che dir si voglia) sono intervenuto in una discussione sulla pericolosità del Taser (oggetto di cui, per ben altri motivi, scrissi già qui).
La sostanza è che il Taser è pericoloso anche se usato da persone coscienziose e seguendo tutte le regole e le cautele necessarie.

Provo a spiegare in maniera tecnica, senza entrare in questioni morali.

Il Taser spara degli elettrodi sotto forma di dardi che colpiscono il corpo del bersaglio, della persona da fermare.
Lo scopo è provocare uno shock elettrico che immobilizzi la persona.
Il Taser in teoria viene calibrato in maniera da non provocare danni permanenti né tantomeno la morte.
Ma, appunto, in teoria. E non perché gli addetti alla calibrazione siano stronzi, assassini.
Il problema è che il voltaggio necessario per mettere ko una persona senza fare ulteriori danni è diverso da persona a persona anche per persone perfettamente sane e in buona forma fisica.
Dipende dal peso, da quanto sia grasso e quanto muscoli, da dove i dardi di preciso colpiscono, da quanto conduce l'abbigliamento che ha addosso, ecc. Se poi la persona è sudata o peggio proprio bagnata è anche peggio.
E, a parte questo, se invece la persona non è sana, in particolare se ha problemi cardiaci, le cose peggiorano ulteriormente.
Però la calibrazione è standard.

E anche per i modelli che permettono all'utilizzatore di regolare il voltaggio c'è un problema.
L'agente che lo usa, anche se animato dalle migliori intenzioni, si trova generalmente in situazioni in cui deve agire il più alla svelta possibile (o addirittura reagire, il che limita ulteriormente il tempo a disposizione).
E poi come può sapere se la persona bersaglio ha per esempio problemi cardiaci o è molto sudata?

Insomma, detto terra terra: anche se usato seguendo le regole alla lettera e da persone estremamente coscienziose, il Taser più che un'arma è un gioco d'azzardo.
In pratica una roulette russa.

Talvolta viene fatto il confronto con la pistola, sostenendo che questa è oggettivamente più letale.
Confronto malposto: la pistola non è più letale, può essere più letale, ovviamante. Ma non necessariamente.
Il confronto è malposto per due ragioni.
La prima è che gli agenti addestrati all'uso della pistola vengono addestrati a mirare a parti del corpo (tipo spalle o gambe) che se colpite mettano "fuori uso" il bersaglio senza ucciderlo o provocare danni gravi. Lo sparo per uccidere è sempre solo l'extrema ratio.
La seconda è che con la pistola, sparando un colpo alla volta, puoi mirare meglio. Col Taser spari due dardi (gli elettrodi di cui sopra) contemporaneamente, per di più con traiettorie non parallele, per un motivo molto semplice: più distanti tra loro sono i due punti di impatto più efficace è l'effetto (si tratta di pura fisica, studio delle correnti elettriche).
Quindi non hai lo stesso controllo sui punti di impatto che hai con la pistola. Col Taser la mira purtroppo ha un significato più relativo.

Saluti,

Mauro.

sabato 9 agosto 2025

Il problema von der Leyen

Da ormai un bel po' di tempo Ursula von der Leyen viene attaccata qualsiasi cosa faccia (ok, anche i suoi predecessori hanno subito lo stesso trattamento, anche se non così violento... il punto in realtà non sono le singole persone, ma il concetto stesso di Europa, di UE, che ai piccoli boss locali ovviamente non piace).

Ma, premesso ciò, qualcosa che non quadra con von der Leyen c'è veramente.
Ma ciò non c'entra con suoi presunti legami con lobbies varie o cose simili.
Magari ci sono anche (io non ho prove né per difenderla né per accusarla), ma siamo onesti: anche ci fossero veramente non sarebbero qui il problema.

E allora, mi chiederete voi?

Allora il problema è Ursula von der Leyen stessa. E la Germania.
Il problema è che la signora è un'incapace. Magari è la persona più onesta del mondo, io questo non lo so, ma è indubbiamente un'incapace. E questo lo so senza dubbio.
Lo dimostrò già come ministro in Germania.
E in Germania ai tempi si cercavano - sia all'interno della CDU/CSU, il suo partito, che della politica tutta - modi di liberarsi di lei.
Era troppo incapace, anche per il suo stesso partito, ma aveva troppi agganci, troppe connessioni, troppo potere.
E quindi come liberarsi di lei?
Come è successo con tanti altri politici, in tutti i paesi: scaricarla a Bruxelles.

Ma... mentre in genere basta scaricare i politici nelle liste europee (quindi far sì che abbiano un seggio nel Parlamento europeo, ma senza cariche di vertice), la cosa non poteva funzionare con la nostra Ursula. Il suo potere all'interno della CDU era troppo forte: o le si trovava un incarico di vertice a Bruxelles o si doveva continuare a sopportarsela al governo in Germania.

Non accusiamo quindi Ursula di chissà quali crimini lobbistici (magari ci sono anche, ma fidatevi: sono il problema minore).
Mai attribuire a malizia ciò che si può spiegare con l'incapacità.

Saluti,

Mauro.

domenica 3 novembre 2024

Riparliamo del paradosso del barbiere

A marzo dell'anno scorso (2023) vi raccontai come il paradosso del barbiere in italiano sia più un'ambiguità che un paradosso.
Facciamo ora finta che l'ambiguità non esista e sia veramente un paradosso... ma...

...siamo sicuri che sia veramente un paradosso?

No, per niente.

Infatti, pur con tutto il rispetto e l'affetto che provo per Bertrand Russell (che la logica la conosceva, ma a quanto pare la dimenticava quando andava dal barbiere), non c'è nessun paradosso.
Infatti un paradosso, per essere definito tale, non deve avere lacune, deve essere "irrisolvibile" comunque lo si affronti.
E invece il paradosso del barbiere di lacune ne ha eccome.

Partiamo dalla sua formulazione standard, quella di Russell (formulazioni alternative e successive servono solo a risolvere il problema truccando le carte): In un paese il barbiere fa la barba a tutti quelli, e solo a quelli, che non se la fanno da soli, quindi chi fa la barba al barbiere?

Se uno conosce un minimo di logica (e anche di vita quotidiana) vede già due possibili soluzioni al "paradosso".

1) Chi ha deciso che il barbiere debba farsi la barba? Non avete mai visto barbieri barbuti?
2) Chi si fa la barba da solo, se la fa a casa la mattina appena alzato. Se il barbiere se la facesse da solo appena alzato, se la farebbe da privato cittadino, non da barbiere, quindi rientrerebbe nella categoria di coloro che se la fanno da soli.

Ergo, non c'è nessun paradosso, visto che la formulazione ha varie lacune, non considera ogni possibilità (come dovrebbe un paradosso ben formulato).

Saluti,

Mauro.

venerdì 4 ottobre 2024

Il chiodo e le ferrovie

Vorrei fare qualche considerazione sul chiodo (no, non il giubbotto dei metallari) e sulle ferrovie a Roma.

A parte il fatto che è una storia poco credibile (e la foto mostrata come prova - vedi sotto - la rende ancora meno credibile), il punto è la ridondanza.


Cosa significa?

Significa che nelle infrastrutture essenziali, cioè quelle che fanno funzionare il paese o che possono riguardare la vita o morte delle persone, le strutture devono essere ridondanti. Un'alimentazione elettrica, per esempio, deve essere ridondante.
Cosa significa questo?
Che un'infrastruttura essenziale deve continuare a funzionare anche in caso di guasti (anche dovuti a cause umane, qui non stiamo parlando di colpe, solo di funzionamento).
Ora qualcuno dirà: ma tutto a Roma ha continuato a funzionare per qualche ora!
Appunto! Significa che un sistema di emergenza ha funzionato, non che c'era ridondanza!
Ridondanza significa un doppio sistema che garantisce funzionamento ad libitum se uno dei due (o tre o più, ci sono anche sistemi a ridondanza multipla, non solo doppia) fallisce.
Se il tutto continua a funzionare solo per un paio d'ore, significa che c'è un sistema di emergenza (e la parola emergenza da sola dovrebbe spiegare tutto!) e che questo - per fortuna - ha funzionato. Ma ci dice anche che non c'era ridondanza o che questa non ha funzionato.
Se no il sistema globale avrebbe funzionato ad libitum, non solo per qualche ora.

Ma c'è una cosa ancora più grave.
L'allarme, che avrebbe dovuto scattare, non è scattato.
O forse, questo è il mio timore (ma è solo un mio timore, non ho prove), non c'era nessuno a riceverlo. Io so, purtroppo per esperienza, che ci sono casi in cui i lavoratori stessi disattivano gli allarmi per poter lavorare più velocemente e comodamente (ma anche più pericolosamente!), ma nelle infrastrutture essenziali non esiste che possa succedere!
Non esiste che un lavoratore possa disattivare gli allarmi (e non intendo solo che non debba averne l'autorizzazione, ma proprio che non debba poterlo fare tecnicamente, gli allarmi devono essere non toccabili).
Voi credete pure al chiodo.
Il problema è molto più grosso.

Saluti,

Mauro.

martedì 28 febbraio 2023

Combattere le differenze

Giusto sostenere chi non ha reddito.

Giusto che il sostegno consenta una vita decente.

Va bene usare strumenti come il reddito minimo, il reddito di cittadinanza o simili per combattere la povertà e le differenze sociali.
Ma il sostegno non deve essere tale da invogliare a non lavorare.

E il lavoro in nero mentre prendi sussidi va ovviamente combattuto: bisogna renderlo pericoloso o almeno non conveniente. Controlli incrociati: quello che ti permetti deve essere congruente col sostegno che ottieni dallo stato... se no significa che lavori in nero.

Ma soprattutto ogni situazione va valutata in sé. Lo stato deve essere flessibile.

Non puoi trattare allo stesso modo chi vive ad Amburgo o a Milano e chi vive nell'Oberpfalz o in Molise.
(Oh, vale per ogni paese: io uso esempi italiani e tedeschi solo perché Italia e Germania sono, ovviamente, i paesi che conosco meglio).

Devi valutare i costi della vita sul territorio, non solo i costi della vita medi nazionali.

Che poi cercare di ridurre le differenze tra le regioni sia giusto, è vero. Anzi è giustissimo ed è un obbligo dello Stato! È sacrosanto.
Ma non è dando sussidi, redditi minimi, redditi di cittadinanza uguali che combatti il problema.
Il problema lo combatti attaccando le differenze alla base.
Non attaccando i suoi effetti, non dando quattro soldi a chi non ce l'ha fatta (e oltretutto dando gli stessi soldi a chi vive a Milano e a chi vive a Enna... i costi della vita sono ovviamente diversi).
Lo combatti dando la possibilità a questi ultimi di farcela. Dando loro la possibiltà di partire alla pari degli altri.

Perché se non lo fai, sei tu, Stato, a creare il divario tra loro e gli altri.
E allora i sussidi che gli darai dopo diventano solo elemosina.
Ma l'elemosina non crea crescita, non crea ricchezza.
E non abbatte le differenze.
La crescita e la ricchezza le crei - mi ripeto - attaccando i problemi alla base.
Che è poi anche l'unico modo di combattere le differenze.

Saluti,

Mauro.

lunedì 8 novembre 2021

Perché ti dicono di non urlare al lupo?

Ci sono in giro, in rete, persone che usando una logica perversa, ma apparentemente corretta, cercano di farti credere che il problema sia l'antifascismo, non il fascismo.

Vediamo la cosa, cerchiamo di capire.

A leggere i loro testi superficialmente può sembrare un'osservazione sensata quando ti dicono di non tirare in ballo il fascismo ogni volta che succede qualcosa che lo ricordi.
Può sembrare sensato perché ricorda il fatto che urlare al lupo quando il lupo non c'è poi ti rende meno credibile se urli al lupo quando però il lupo veramente arriva.

Ma, appunto, sembra sensato. Sembra.
In realtà non lo è. Per vari motivi.

Per prima cosa perché in realtà si urla al fascismo molto meno di quanto queste persone sostengano (in buona o in mala fede che lo facciano).
E anche per quello i fascisti si stanno infiltrando in ogni tipo di protesta (novax e nogreenpass in primis, ma non solo): perché non li si vede, perché grazie a chi ti dice che urlare al lupo non serve, fa danni... si aprono le porte al lupo.
Perché i lupi sono stati tollerati troppo a lungo, perché si è voluto credere che non fossero lupi o che fossero comunque recuperabili, e quindi non gli è mai stato detto in faccia cosa obiettivamente fossero.
(Detto tra noi: questi sono i veri danni del buonismo, il far credere che anche i fascisti siano recuperabili, che vadano istruiti, non combattuti).

Secondo punto.
È vero che talvolta (ma obiettivamente molto raramente) si urla al fascismo a torto, cioè trattando problemi veri ma che col fascismo nulla hanno a che fare.
Ma io - e se siete onesti vi sfido a portarmi fatti contrari - anche quando si urla al fascismo a torto non ho comunque mai sentito urlare al fascismo per mettere a tacere movimenti democratici. Tranne che dai fascisti stessi.

Se sbaglio matrice (cit. Meloni) correggetemi 😉

Ma correggetemi sulla matrice di quel particolare movimento, di quella particolare protesta.
Ma non venitemi a dire che se urlo al fascismo lo faccio solo per mettere a tacere avversari democratici e quindi sono in realtà fascista io.
Questi avversari possono parlare, fare le vittime e dare del fascista a me (quindi non sono vittime, la legge li protegge). Non sono messi a tacere. Ma vorrebbero mettere a tacere me.

Ma è il terzo punto il più importante di tutti.

Quelli che ti dicono che urlare al fascismo sempre (che poi come abbiamo visto sopra sempre non è) rende alla fine tutto non credibile, che l'unico risultato è che nessuno ti ascolta e che poi se il fascismo arriva veramente sei fregato perché hai alla fine insegnato alla gente a fare spallucce... bene, quelli, quando vai a vedere che idee sostengono, che persone o gruppi seguono... ma soprattutto a chi (usando la loro "logica") fanno le pulci e a chi no, quando ti accorgi del loro strabismo... cosa scopri?

Scopri che la loro "logica" ti porterebbe a non parlare mai più di fascismo, ti porterebbe a ignorarne e negarne l'esistenza oggi e sempre.
Perché in realtà il loro scopo è riportare il fascismo in Italia (ma non solo) senza che ci se ne accorga. Vogliono reintrodurre il fascismo facendo finta che non esista.
Facendo finta di essere sensati (usando fallacie logiche a manetta e sfruttando il fatto che la massa non conosce la logica) negano l'esistenza del fascismo per aiutarlo a crescere e a vincere.

Leggeteli bene, quando li incontrate, quelli che dicono "non urlate al fascismo".
Leggeteli bene, anche tra le righe. Capirete di cosa sto parlando.

Potrei anche farvi nomi concreti, su Twitter, su FB o altrove e nominarvi anche blog vari... non lo faccio solo perché a me qui interessa il problema in sé... e il problema è molto più diffuso dei singoli nomi che io potrei farvi.
E poi potrebbero comunque cambiare nome in rete, se sbugiardati.
Io voglio che voi possiate riconoscerli, possiate riconoscere il problema, non voglio darvi ordini, non voglio indottrinarvi, contrariamente a loro.

Tra le altre cose sono anche persone che possono tranquillamente apprezzare (o meglio far finta di) cose scritte da antifascisti sinceri, basta che possano sfruttare questi testi per i loro scopi (è capitato anche con miei testi, purtroppo... anni fa un testo in cui segnalavo i doveri degli immigrati, ovviamente senza negarne i diritti, venne usato di fatto per sostenere che gli immigrati rifiutano i doveri e pretendono solo diritti).

Saluti,

Mauro.

sabato 6 novembre 2021

Spahn, le elezioni e le decisioni

Ci sono ministri, in tutti i governi, che dopo aver fatto casini per mesi all'improvviso invece le imbroccano tutte.
Almeno come dichiarazioni, come affermazioni di principio, visto che ovviamente le decisioni vengono alla fine prese dal consiglio dei ministri e non dai singoli ministri (a cui rimane comunque la decisione di come attuarle). E in certi paesi, tipo quelli federali come la Germania, molte cose neanche dipendono dal governo centrale alias federale.

Premesso ciò, torniamo ai singoli ministri.
E torniamoci usando un ben preciso ministro, in quanto questo è la personificazione perfetta della prima frase che ho scritto in quest'articolo: Ci sono ministri, in tutti i governi, che dopo aver fatto casini per mesi all'improvviso invece le imbroccano tutte.

Sto parlando di Jens Spahn, il ministro federale tedesco della sanità.

Le sue ultime azioni e dichiarazioni dimostrano che le elezioni in certi casi posso fare danni. Soprattutto in periodi di emergenza.

Infatti nell'ultimo paio di mesi ne ha indovinate molte di più (sia come decisioni che come semplici affermazioni) di quante ne avesse indovinate in tutto l'anno e mezzo precedente di pandemia.

Visto ciò, quindi, qualunque cosa si pensi del politico Spahn, sorgono spontanee alcune domande.
È improvvisamente diventato intelligente?
Ha imparato dai propri errori?
Ha cambiato consiglieri?
No. Nessuna di queste cose.

La differenza è che prima doveva lavorare in base alle scadenze elettorali (sia regionali che nazionali), ora invece - a elezioni fatte - non avendo più voti da conquistare o conservare e oltretutto non dovendo neanche tener conto dei sondaggi, visto che da gennaio non sarà neanche più ministro... può dire e fare quello che veramente pensa e ritiene giusto fare (anche se i suoi poteri limitati erano e limitati rimangono, anzi al momento ancora più limitati, visto che dopo le elezioni il governo è in carica solo per gli affari correnti... ma fidatevi, qui in Germania il governo si occupa sempre solo degli affari correnti, degli affari veri si occupano aziende e lobbies).

Spahn è in questo momento in Europa l'esempio più lampante del "problema" delle elezioni, ma di gran lunga non l'unico.
Anzi.

Senza la pressione costante del voto (e ultimamente ogni voto diventa una pressione, ogni voto è presentato come nazionale anche quando è solo locale) i ministri potrebbero veramente lavorare pensando al medio-lungo termine.

Non sempre il voto (frequente) è un bene, direi.

Saluti,

Mauro.

lunedì 11 ottobre 2021

Cosa significa insegnare la responsabilità

Chi mi conosce sa che ho giocato per anni a pallacanestro. E anche a discreto livello, anche se sempre tra i dilettanti e mai a livello professionistico (anche perché non era lo sport la mia priorità, che fossi capace o meno).
E dalla mia storia cestistica mi porto dietro una delle lezioni più importanti che abbia mai ricevuto.
Vi parlo di ben più di 30 anni fa
.

Era una partita abbastanza importante, ma il problema non era questo.
L'arbitro mi aveva (a mio giudizio) invertito un fallo
. Che avesse ragione o torto... capita. Sia i giocatori che gli arbitri sono uomini e possono sbagliare.
Ma capita una seconda volta
. E mi innervosisco, mi incazzo. E l'arbitro (stavolta giustamente, senza se e senza ma, qualunque cosa si pensi dei falli di gioco di cui sopra) mi affibbia anche un fallo tecnico.
Anche se sbaglia, l'arbitro non lo insulti
. E io invece lo feci. Fallo tecnico sacrosanto
.

Ma l'insegnamento che ricevetti venne subito dopo. E non dall'arbitro.

Urlai al mio allenatore di sostituirmi perché ero troppo nervoso.
E lui mi urlò di rimando di calmarmi e di continuare a giocare facendo il mio dovere perché non aveva nessuna intenzione di sostituirmi
.
E poi capii che non lo fece perché in quel momento mi riteneva un giocatore indispensabile in campo, ma perché lui aveva capito il problema e voleva darmi una lezione
.

Infatti continuai a giocare, non ebbi più nessun problema con l'arbitro e non feci più nessun fallo, neanche involontario.
Non fu certo la mia migliore partita, ma assolutamente neanche la peggiore
.

Uno dei più grandi insegnamenti relativi alla responsabilità, al sapersi prendere responsabilità, che io abbia mai ricevuto.

Perché l'allenatore si prese una bella responsabilità lasciandomi in campo in quel momento, ma il modo in cui lo fece me ne mise una altrettanto grossa sulle spalle.
E tutti e due sapemmo prendercela!

Devo comunque ammettere che lui sapeva sì quel che faceva... ma che lo sapesse io lo capii a partita finita, non subito, anche se capii subito cosa dovevo fare, come comportarmi 😉

Saluti,

Mauro.

domenica 12 settembre 2021

I giovani sono il futuro. Per questo i vecchi se ne fregano.

Si dice sempre che i giovani sono il futuro, il nostro futuro. E quindi bisogna operare pensando a questo futuro.
Il problema è che questi sono i discorsi ipocriti dei vecchi. Vecchi che sono, per chiarire, la maggioranza degli elettori. Maggioranza crescente.
Ma i vecchi non hanno futuro. Hanno solo presente.
E questo presente vogliono goderselo.
Se poi tutto questo lo pagheranno i giovani di oggi... chi se ne frega?
Noi vecchi non ci saremo più. Non ne soffriremo.

Il problema principale è questo.
Non la politica o la finanza o l'industria.

Il problema siamo noi.
Noi vecchi.

Saluti,

Mauro.

venerdì 26 aprile 2019

Ci sono ancora

Per motivi in parte personali e in parte tecnici nelle ultime settimane non ho curato il blog.
Ma né io né il blog siamo morti e nei prossimi giorni riprenderò a curarlo e a scrivere regolarmente (a partire dalla dovuta e ancora in sospeso risposta ai commenti dell'ultimo articolo).

Saluti,

Mauro.

sabato 4 agosto 2018

Il turista è il problema

Un turista si fa un bel giro d'Europa, oppure magari visita un solo paese d'Europa, ma di quello vuole godersi il meglio.
Oppure il turista è lui stesso europeo e va solo in un altro paese d'Europa.

E si siede in un locale in Piazza San Marco e paga un caffé 10€.
Oppure si siede in un locale sull'Avenue des Champs-Élysées e paga una birretta 15€.
Oppure viene in Germania e a Sylt o a Garmisch-Partenkirchen paga un Hot-Dog tre volte quello che lo pagherebbe a Colonia o Berlino.

E poi si lamenta sui social, pubblica foto del conto qua e là e piange di essere stato fregato.

Però... al massimo si è fregato, non è stato fregato.
In qualsiasi paese d'Europa è obbligatorio per ristoranti, bar e altri locali pubblici esporre i prezzi e in aggiunta segnarli sul menu.
Quindi chiunque entri in un locale ha la possibilità di sapere quanto costi tutto ancora prima di ordinare. O al peggio può confrontare i prezzi sul menu e quelli sul conto prima di pagare anche dopo aver consumato.
E se qualcosa non quadra allora denuncia alla Polizia, non sui social.

Certo, un caffe 10€ o una birretta 15€ sono sì moralmente un furto... ma appunto solo moralmente.
Se i locali che ti fanno pagare tanto espongono i menu con i prezzi o segnano i prezzi sul menu che ti portano al tavolo... più che essere loro ladri, sei tu abbelinato.
Perché se rimani lì e paghi e protesti dopo, invece di alzarti e andartene subito... beh, io allora penso male di te. Penso che tu stai cercando di provare a fregare il locale, di farti rimborsare quello che legalmente ti è stato messo in conto.

Mi dici che il menu non c'era nella tua lingua? OK, può essere... però tu puoi al massimo pretendere un menu in inglese oltre alla lingua locale, non puoi pretendere che il menu ci sia in tutte le lingue del mondo.
E inoltre oggi il menu puoi anche eventualmente fotografarlo e fartelo poi tradurre nella tua lingua prima di mettere il locale alla pubblica gogna, anche se dopo aver pagato e lasciato il locale stesso.

Io viaggio molto sia per lavoro che privatamente e posso garantirvi che i locali che cercano di fregarvi facendovi pagare prezzi superiori a quelli scritti sul menu sono molto rari.
Molto più frequenti sono i locali che mettono già sul menu prezzi esagerati... ma se tu ordini in quei locali, sei tu il colpevole: loro te lo avevano scritto che ti avrebbero derubato.

Ergo, generalmente il problema è il cliente (soprattutto il cliente turista), non il locale.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Lo so, c'è anche il caso in cui tu chiedi consiglio al cameriere e lui ti consiglia le cose più costose possibili... moralmente non molto corretto, vero, ma cosa c'è di illegale? Ti ha obbligato con la violenza a ordinare quello che ti ha consigliato?

mercoledì 13 giugno 2018

Aquarius: cerchiamo di rimanere razionali

L'Aquarius non è il problema. O meglio è un problema per coloro che sono/erano a bordo e per chi di essi se ne deve direttamente occupare.
Ma se vogliamo arrivare a una soluzione dobbiamo analizzare il problema complessivo, non guardare alle singole navi, chiunque le governi.
E il problema complessivo rimane sia che l'Aquarius fosse stata accolta in Italia, sia che vada in Spagna sia che fosse stata rispedita in direzione Libia.

Occuparsi delle singole navi è doveroso a livello pratico.
Ma a livello politico non serve a niente. A livello politico significa abdicare alla politica legata alla realtà e fare solo politica legata alle emozioni.

Compito della politica è trovare una soluzione condivisa, che cerchi di minimizzare le spinte alla migrazione (cioè migliorare le condizioni di vita all'origine) senza però far venire meno la doverosa accoglienza per chi necessita di protezione e aiuto.
Compito della politica è cercare di aiutare il maggior numero possibile di persone (che siano cittadini propri o che siano immigrati) senza venir meno alle regole di uno Stato di diritto.
Compito della politica è creare una cornice all'interno della quale sia automatico sapere - salvo eventuali casi eccezionali - cosa fare in questi casi.

Quale sia la soluzione migliore io non lo so. È compito della politica - nazionale e internazionale - trovarla.

Ma so che è necessario trovarla, perché ritrovarsi a fare questo circo ogni volta rischia di essere peggio persino sia dell'accoglienza indiscriminata che dei respingimenti indiscriminati.
Molto peggio. Per tutti.

Saluti,

Mauro.

martedì 5 giugno 2018

Balotelli e la fascia

Negli ultimi giorni, con le ultime amichevoli stagionali della nazionale italiana di calcio, si è improvvisamente presentato un "problema": la possibilità che Mario Balotelli indossasse la fascia di capitano.

Gli uni a plaudire alla possibilità perché sarebbe un forte segnale di integrazione (in realtà ipocrisia politicamente corretta).
Gli altri a contestare i meriti morali di Balotelli, tirando in ballo le famose "balotellate" (in realtà ipocrisia razzista per nascondere il fatto che volessero un capitano bianco).

Peccato solo che sia un problema non problema.
Semplicemente non esiste, è un problema inventato.

La nazionale italiana di calcio ha sempre avuto la regola che il giocatore col maggior numero di presenze in campo porta la fascia di capitano.
Quindi se un giorno capiterà che Balotelli dovesse essere il giocatore nell’11 iniziale con più presenze sul groppone quel giorno avrà la fascia. E non per questioni di integrazione o politiche.
Se tale evenienza non capiterà mai, se non sarà mai il giocatore in campo con più presenze, la fascia non la porterà mai. E non per questioni caratteriali o politiche.
Punto.

L’integrazione, le balotellate e altre seghe mentali non c’entrano un cazzo, se non a riempire le TV e i giornali di chiacchiere e stronzate.
Sono, appunto, solo seghe mentali per inventarsi un problema che non è un problema (e magari per nasconderne, farne passare sotto silenzio altri che esistono veramente).

Saluti,

Mauro.

martedì 27 febbraio 2018

Il malinteso sulla fuga dei cervelli

Ormai da anni (già dagli ultimi tempi della cosiddetta prima repubblica) si parla del problema della fuga dei cervelli, cioè dei laureati italiani che vanno a cercar successo all'estero (che poi lo trovino anche è un altro discorso, visto che la stampa italiana riporta solo le storie di successo... ma parlare di questo non è comunque lo scopo di questo articolo).

Il concetto di base delle lamentele è: se i giovani devono scappare l'università ha fallito. E giù con nuove riforme dell'università a ogni nuovo governo.
Dimostrando di non avere capito un belino del problema.

Primo: se i giovani scappano dopo la laurea (breve o lunga che sia), significa che il vero problema è ciò che c'è (o non c'è) dopo l'università, non l'università stessa.

Secondo: se questi laureati italiani vengono accolti a braccia aperte all'estero, significa che l'università italiana qualcosa da offrire ha (io stesso ricordo quando nel 1996 mi presentai per un posto di ricercatore in Germania: a un candidato inglese venne chiesto un master per pareggiare la mia laurea - senza master - italiana).

Terzo: la mobilità dei ricercatori e degli scienziati è sempre stata vista come un valore aggiunto per i ricercatori/scienziati stessi e per le università di partenza e di arrivo... quindi il problema delle università italiane non sono i cervelli che se ne vanno, ma quelli che non arrivano!

Facciamola breve.
Freghiamocene se i ragazzi italiani se ne vanno. In realtà è un bene.
Preoccupiamoci piuttosto se i ragazzi stranieri non vengono. Questo è il vero problema.

Saluti,

Mauro.

giovedì 23 novembre 2017

Non mi piacciono le nuvole

No, non mi riferisco né alla commedia di Aristofane, né al disco di De André e neanche all'edificio di Fuksas, anche se quest'ultimo effettivamente poi tanto bello non è.

E neanche mi riferisco al clima.

No, mi riferisco alla moda (nefasta) del "cloud" come soluzione per archiviare i dati.
Grazie alla bella parola "cloud" (=nuvola) sembra che i nostri dati, una volta lì, siano in un ambiente etereo, sicuro in quanto non fisico.
E vedo tanti intorno a me (sia singole persone che aziende) che sbavano per questa geniale soluzione che risolve ogni problema.

Col cavolo!

Ma lo sapete cos'è un "cloud"?
È semplicemente un server su cui non avete nessun potere in quanto esterno a voi e non sotto il vostro controllo.
Non è un ambiente neutro, etereo. Per niente.
È esattamente la stessa cosa che è la memoria del vostro computer a casa o il server centrale della vostra azienda (o istituto) sul lavoro.
Solo che la memoria del vostro computer a casa la controllate voi, quella del server centrale della vostra azienda (o istituto) la controlla, appunto, la vostra azienda (o istituto)... mentre il cloud chi lo controlla? Il vostro provider? Forse, ma anche il vostro provider è un qualcosa di esterno a voi, alla vostra azienda (o istituto)... E poi siete sicuri che il vostro provider sia veramente in controllo dei server o non sia solo un intermediario? No, non lo siete (anche se magari credete di esserlo).

No, le nuvole non mi piacciono.

Saluti,

Mauro.