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mercoledì 25 febbraio 2026

Il Festival e la musica

La "e" è ovviamente e giustamente senza accento.
E sapete altrettanto ovviamente di quale Festival parlo.

Premesso questo, veniamo alla sostanza.

Il Festival di Sanremo è ormai assolutamente inguardabile. È prolisso e palloso.
La musica, la competizione sono ormai solo il contorno. E lo sono da tanti, troppi anni.
E allora, direte voi, perché gli italiani continuano a guardarlo?
Perché ormai è un'istituzione... e gli italiani un'istituzione cercano (o più probabilmente fanno finta di cercare) di cambiarla dall'interno, non la abbattono (soprattutto se non è ufficialmente politica ma alla politica serve, come appunto il Festival), sapendo benissimo però che se rimani all'interno dell'istituzione sarà l'istituzione a inglobarti, non tu a cambiarla.

Però, come scritto sopra, il vero problema di Sanremo non è la musica.
Questa può piacere o meno, ma è solo contorno.

Il Festival dura cinque (5) giorni... e le serate durano almeno quattro (4) ore ciascuna (almeno, in realtà di più, ma prendiamo quattro ore come base), cioè in totale almeno venti (20) ore. In realtà sono ormai sempre almeno trenta (30). Almeno.
Le canzoni in concorso sono in tutto 34.
Mettiamo che tra presentazione, esibizione e un paio di parole dopo l'esibizione, ogni canzone prenda 10 minuti (in realtà sono tra 5 e 6 minuti in tutto, ma facciamo finta che...).
34 canzoni, 10 minuti a canzone... in tutto 340 minuti. Neanche sei (6) ore.
Mettiamo anche che le fai sentire tutte due volte, presumendo che tutte abbiano diritto alla finale... le canzoni (compresa presentazione e tutto, se pensassimo solo alle canzoni stesse sarebbe molto di meno) ti occupano tra le undici (11) e le dodici (12) ore.
In realtà molte di meno, non più di otto (8) ore in totale, visto che nessuna canzone, come spiegato sopra, arriva a prendere 10 minuti di tempo.

E tutto il resto del tempo?
Tutto il resto del tempo è quello che purtroppo porta al tempo stesso soldi e disprezzo al Festival.
Ospiti con canzoni già pubblicate (e quindi non presentabili in concorso), ma da pubblicizzare, marchette varie verso aziende, film, programmi RAI e simili, conduttori che sono i veri protagonisti e che allungano il brodo per stare sul palcoscenico molto più della musica (e farsi pubblicità).
Ma soprattutto... togliere spazio ad altri programmi che magari parlerebbero di cose serie (cioè scomode, indipendentemente da come ne parli).

Però Sanremo rimane (purtroppo) obiettivamente importante per la musica italiana.
E allora?
Che fare? (Come direbbe Lenin).

Io personalmente limiterei il Festival a due serate (in realtà una basterebbe, ma non voglio fare l'estremista).
La prima di qualificazione (per eliminare le canzoni meno apprezzate e per evitare di appesantire la seconda serata) e la seconda di finale (magari questa sì con ospiti vari). E con introduzioni serie, non prolisse per allungare il brodo.
Due serate, otto (8) ore al massimo in tutto (ma proprio al massimo, visto che oltretutto nella seconda serata arriverebbe solo una parte delle canzoni).
In modo da riportare la musica al centro.
E credetemi... così Sanremo verrebbe di nuovo apprezzato anche da chi ha meno di 80 anni (che siano sulla carta d'identità o nell'anima cambia poco) o da chi non è fan assoluto e perso di uno dei concorrenti.

Prendiamo l'autore di questo blog, che casualmente è il sottoscritto 😉.
Il Festival attuale non lo guardo, proprio per nulla. Neanche se mi pagano.
Del resto se in concorso ci fossero canzoni degne di essere ascoltate, queste poi si farebbero comunque strada in radio, in streaming, eccetera. Le scoprirei lo stesso. E le ascolterei (e comprerei) lo stesso. Solo con magari un po' di ritardo.
Mentre tutto il contorno, se lo guardassi, mi servirebbe solo come sonnifero (o più probabilmente come lassativo).
Un Festival di due serate compatte, centrate solo sulla musica, invece potrebbe essere anche per me apprezzabile (certo, dipenderebbe anche dal conduttore o dalla conduttrice, ma questo vale per ogni trasmissione, non solo per il Festival).
Di sicuro però non lo rifiuterei a priori e a prescindere come faccio col Festival attuale.

Buona musica a tutti.

Saluti,

Mauro.

venerdì 18 aprile 2025

Trans-sport

La recente sentenza della Corte Suprema britannica sul sesso biologico che può essere solo maschile o femminile ha ulteriormente aperto il vaso di Pandora delle discussioni sul tema.
Io non sono in grado di giudicare da un punto di vista giuridico la sentenza in quanto, al di là del non essere un giurista, non conosco a sufficienza la legge britannica per valutare.
Da un punto di vista biologico vi rimando a un lungo tweet di chi ne sa molto più di me (il bravissimo Ranieri Bizzarri).

Io qui ne voglio parlare da un punto di vista sportivo.
Sì, da un punto di vista sportivo, ripartendo dalle Olimpiadi di Parigi dell'anno scorso.
Ricorderete tutti le polemiche relative alla partecipazione della pugile algerina Imane Khalif.
Ok, il suo "problema" era un altro, lei non è transgender, ma ai tempi come tale venne trattata (e qualcuno sostiene ancora che lo sia, ma vabbé).

Ai tempi un follower su Twitter mi chiese (in privato, quindi nessun link) la mia opinione su come si potrebbe risolvere il problema della partecipazione di questi/e atleti/e alle competizioni.
Io una mia opinione la ho, anche se non la ho mai espressa in pubblico fino a oggi.
Prima di andare avanti: è la mia opinione, non una definizione legale e/o scientifica. Quindi come tale prendetela e, se volete, commentatela.

Generalmente quando si parla di questo tema in campo sportivo si parla solo di uomini che fanno (o hanno già fatto) la transizione per diventare donne. Quasi mai della transizione inversa.
Io non ho statistiche sottomano ma di sicuro la cosa è in parte dovuta al fatto che la transizione uomo->donna è più frequente della transizione donna->uomo.
Poi magari ci sono anche altre ragioni, non lo so.

Un fatto è chiaro: chi fa la transizione da adulto (o almeno a partire dai 14-15 anni circa) ha già comunque sviluppato una struttura muscolare e ossea che non potrà essere fatta tornare indietro o cambiata con la transizione stessa (ovviamente vale a maggior ragione per la struttura ossea).
Questo significa che un atleta transgender nato uomo e poi transito a donna sarà atleticamente svantaggiato rispetto a un atleta nato uomo e tale rimasto ma avvantaggiato rispetto a un'atleta nata donna e tale rimasta.
Quindi continuando a gareggiare tra gli uomini finirebbe (quasi) sempre ultimo e passando a gareggiare  tra le donne finirebbe (quasi) sempre primo.
E nessuna delle due cose, siamo sinceri, apparirebbe molto sportiva.
E certi paesi diversamente democratici magari imporrebbero anche la transizione a qualche atleta per vincere più medaglie nello sport femminile (posso immaginare cosa farebbe oggi il sistema medico-sportivo della vecchia Germania Est se questa esistesse ancora).

Come risolvere la questione?
Ecco, la mia opinione è prevedere nelle manifestazioni sportive (per lo meno in quelle di una certa importanza) tre e non due categorie.
Oggi ci sono le competizioni per uomini e quelle per donne.
Domani dovrebbero esserci le competizioni per uomini, quelle per donne e quelle per transgender.

Vedo già qualcuno che sta per saltare su pensando "ma esiste già lo sport paralimpico, mandiamoli lì!".
A parte che anche lì i transgender partirebbero avvantaggiati, quindi torniamo al punto di partenza... gli sport paralimpici sono sport per persone con disabilità (che sia dovuta a malattia, genetica, incidente o che so io qui non conta). Gli atleti transgender sono invece persone normodotate, senza nessuna disabilità, quindi avvantaggiati o svantaggiati che siano, con quell'ambiente comunque non c'entrano.

Saluti,

Mauro.

Aggiornamento 19.04.2025
Come mi ha fatto notare Martina Pugliese su BlueSky, in realtà gli atleti transgender avrebbero bisogno di essere divisi in due categorie, non messi tutti insieme: uomo->donna e donna->uomo.