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martedì 25 agosto 2026

Quando si perde o si vince una guerra (e quando la stampa chiude gli occhi)

Esistono tre situazioni che certificano la vittoria in una guerra.
Non devono necessariamente verificarsi tutte e tre insieme, generalmente una basta e due rendono la cosa già inequivocabile.
Se poi ci sono tutte e tre...

Queste tre situazioni sono:
1) Tu distruggi il tuo avversario, lo conquisti completamente;
2) Tu raggiungi obiettivi tali da far sì che il resto del mondo accetti la tua vittoria, anche se non hai raggiunto quanto al punto 1;
3) Tu raggiungi i tuoi obiettivi dichiarati nei tempi che ti eri prefissato o al peggio con limitato ritardo.

Bene, la Russia - che tanti ritengono imbattibile e vittoriosa - contro l'Ucraina non ha raggiunto, costruito nessuna delle tre situazioni citate. Nessuna. Anzi è lontanissima da tutte e tre.
La terza poi è la peggiore di tutte: la Russia avrebbe dovuto piegare l'Ucraina in una settimana o poco più... sono passati quattro anni e mezzo e la Russia è più in difficoltà dell'Ucraina sul campo.

Ma purtroppo sta al momento vincendo la guerra mediatica, visti gli alleati che ha nella stampa occidentale (i primi che mi vengono in mente sono il Fatto Quotidiano in Italia e la Bild Zeitung in Germania, ma non sono di certo gli unici, anzi).
Un dittatore odierno ha bisogno di questo, della stampa amica, non della repressione violenta (cioè, questa la usa, ma mirata, non di massa come facevano i dittatori del passato).

Ecco... tu perdi una guerra (perché la Russia la sta perdendo, è un fatto) ma riesci a far credere al mondo di stare vincendo, perché sul campo non vali niente ma riesci ancora a pagare stampa compiacente.

È ovvio che i politici degli altri paesi sanno quanto sopra, loro hanno accesso a informazioni serie, non sono legati a quelle di certa stampa... ma detti politici devono anche cercare di farsi eleggere/rieleggere, quindi sono ovviamente tentati dai voti di chi casca nella trappola della stampa pagata dal Cremlino.
Cosa significa questo? Che i politici sanno che la Russia sta perdendo ma che hanno bisogno dei voti di chi non ci crede.

Ed è anche per questo che nonostante tutto Putin è ancora in sella.
Putin sa usare i media purtroppo molto meglio di quanto sappiano fare i politici occidentali, di qualsiasi colore essi siano.
E soprattutto sa usare quelli di altri paesi. Quelli russi ormai non li usa più. Li possiede e basta.

Saluti,

Mauro.

domenica 2 agosto 2026

Il tavolo negoziale

Ogni tre per due spunta da qualche parte in Europa (ma non solo) un politico o presunto tale che vuole aprire un tavolo negoziale per risolvere la guerra tra Ucraina e Russia (ok, vale per ogni guerra e controversia, ma questa è quella per cui nel mondo attuale ne sentiamo parlare più spesso, pur essendoci altre guerre in giro per il mondo).
L'ultimo in ordine di tempo è l'italiano Giuseppe Conte alias Giuseppi.

Ora, tutti vorremmo che ogni crisi, ogni controversia venisse risolta sedendosi a un tavolo, con la diplomazia e le trattative.
Sarebbe il paradiso (anche se farebbe lavorare di più i politici... ed è forse per questo che non è una soluzione troppo amata, lavorare stanca 😉).
Battute a parte, sarebbe veramente qualcosa di splendido.

Però, se tu dici semplicemente "sediamoci a un tavolo e parliamone" (cosa che purtroppo generalmente succede) non funziona. Non può funzionare.
Per vari motivi.

Prima di tutto stai parlando a parti in causa nemiche tra loro... al di là di ragioni e torti è ovvio che stai parlando a parti irrigidite e spesso inviperite. Parlare e basta per loro è solo una perdita di tempo.

Secondariamente (e forse più importante), mettiamo che comunque accettino: parlare davanti a un foglio bianco è il miglior presupposto per litigare a quel tavolo, visto che quel foglio bianco ciascuna delle parti cercherebbe di riempirlo a proprio piacere.

E quindi, terzo, se vuoi veramente intavolare una trattativa devi partire da una tua proposta concreta da sottoporre alle parti in causa. Non da un foglio bianco. Le parti in causa per trattare hanno bisogno di una base su cui farlo. E questa base di partenza (non vincolante, ovviamente) deve concedere qualcosa a entrambe le parti, se no la parte "ignorata" (anche fosse quella colpevole) non accetterà mai di sedersi e trattare.

Questo significa aprire un negoziato, una trattativa.
Non semplicemente dire "sediamoci e parliamone".

Ovviamente quanto sopra vale per negoziati a guerra in corso, anche se magari aperti durante un cessate il fuoco.
In negoziati a guerra finita chi ha perso, anche se fosse dalla parte della ragione, purtroppo ha poco da chiedere. Non è giusto, ma è ciò che la storia insegna.

Saluti,

Mauro.

domenica 26 luglio 2026

Pirlo CT. Qualquadra non cosa.

Ok, il nuovo CT della nazionale è ufficialmente ora Andrea Pirlo.

Come calciatore tutti lo ricordiamo (e adoriamo) per il mondiale vinto nel 2006, oltre che per i vari titoli vinti con i club. E soprattutto per quello che ha mostrato in campo, al di là del vincere o perdere.
Come allenatore invece lo ricordiamo per non aver combinato nulla, anzi per avere praticamente sempre fallito.
Ma siamo onesti: un allenatore è una cosa, un CT è un'altra.
Anche Pozzo, Bearzot, Maldini e Vicini non avevano certo un gran passato nei club.
E vale anche fuori Italia: Löw, Southgate, Zagallo, Deschamps e tanti altri... che carriera di allenatori di club hanno avuto prima di essere chiamati in nazionale?
Da questo punto di vista Pirlo è una scelta perfettamente giustificata o per lo meno accettabile: fare il CT è un mestiere completamente diverso dal fare l'allenatore, come scritto e dimostrato sopra.
E Pirlo, onestamente, sembra più adatto come CT che come allenatore.
Il CT deve scegliere, l'allenatore deve insegnare, creare.

Il problema di Pirlo però è politico, non calcistico.

Pirlo è la faccia pubblica di una società di scommesse sportive russa, la Fonbet.
Scommesse e Russia... due cose che anche da sole onestamente sarebbero inaccettabili. Figuriamoci insieme.
In più, non troppo tempo fa, Pirlo ha partecipato a una manifestazione di promozione sportiva a Mosca "benedetta" da Putin.

Il problema è proprio questo.
Politico, non sportivo.

Pirlo rimane Pirlo.
Maldini, Leonardo e Malagò dimostrano invece di essere dei pirla (a voler essere buoni), avendolo scelto tenendo conto di quanto sopra.

Saluti,

Mauro.

giovedì 5 marzo 2026

Iran. E ora?

L'attacco israelo-statunitense all'Iran era prevedibile. Forse inevitabile, conoscendo Trump e soprattutto i provocatori Netanyahu e Khamenei, che hanno sempre entrambi provocato l'altro per poter poi reagire, "difendersi".
Ma lasciamo perdere i giudizi personali e anche quelli giuridici (il diritto internazionale ormai non esiste più, è solo una foglia di fico per gli ignavi) e cerchiamo di capire cosa succederà ora, cosa ci aspetta.

La prima cosa da dire chiaramente è che non è un problema locale. È un problema globale. Ci riguarda tutti, qualsiasi cosa pensiamo.
Ormai ci stiamo avvicinando alla guerra globale, alla quarta guerra mondiale (sì, la quarta, la terza è stata la Guerra Fredda, anche se i due blocchi non la hanno mai combattuta frontalmente, guerra di Corea nei primi anni '50 a parte).

Non dimentichiamo che Iran e Russia sono alleati.
Il casino è che gli attuali governi di USA e Israele hanno forti legami (più espliciti per gli USA) con la Russia.
Sembra di rivedere la seconda guerra mondiale: l'URSS dapprima alleata del male (allora la Germania hitleriana, oggi l'Iran degli Ayatollah) e poi con l'occidente... come oggi è probabile che la Russia abbandoni l'Iran per parlare con gli USA, anche se senza considerare l'UE (del resto anche nel 1941 l'URSS si avvicinò in realtà solo agli USA, nei fatti di UK, Francia e altri alleati non gliene fregava nulla, anche perché ai suoi occhi nulla contavano... come agli occhi della Russia odierna).

E l'Ucraina rischia di trovarsi nella stessa situazione in cui si trovarono Finlandia o Cecoslovacchia allora.
Cercare alleati, anche appartenenti al male, non facendoti nessuno scrupolo, pur di contrastare chi ti vuole invadere come fece la Finlandia?
O subire decisioni altrui volte a "garantire la pace" (ma che provocarono la guerra) come fu costretta a fare la Cecoslovacchia?
Il comportamento USA non sembra lasciarle terze possibilità, visto che l'UE è una potenza economica ma non militare.

Tante domande aperte.
Io non ho risposte. Idee, opinioni sì, ma risposte purtroppo no.

Però a questo punto vorrei tornare all'Iran, citato nel titolo e di cui ho accennato all'inizio del testo.

Ali Khamenei è morto.
Ma la sua morte non è la fine del regime. Questo deve essere chiaro.
Khamenei non è burocraticamente assimilabile ai classici dittatori di stampo fascista, ma solo burocraticamente. Il regime di Teheran è politicamente di stampo fascista... la sinistra si fa però ingannare dal fatto che Khomeini ha abbattuto un regime di destra e filo occidentale (sì, regime, la democrazia in Iran è stata abbattuta dal regime destrorso e filo-statunitense dei Pahlavi, che andarono al potere con un colpo di Stato nel 1953, non da Khomeini nel 1978... nel 1978 si è solo cambiata dittatura).

Quindi cosa succederà con la sua morte?
Se ci si fermerà alla sua morte... non significherà nulla. Solo il cambiamento del nome di chi è "Guida Suprema", come quando Khomeini morì e Khamenei prese il suo posto.

Siamo onesti: il regime lo puoi abbattere definitivamente solo in due modi.
O con un'invasione di terra (come hai fatto con Saddam, per intenderci), i classici "boots on the ground".
O grazie a una rivolta violenta, armata interna. Le manifestazioni pacifiche portano simpatia, ma non veri cambiamenti.

La prima cosa sembra non sconfinferare gli USA (e in questo caso non li biasimo, stiamo parlando di un paese enorme, con 90 milioni di abitanti e forze militari e - soprattutto - paramilitari ben armate e preparate, l'Iran non è Grenada e neanche l'Iraq).
La seconda cosa richiederebbe oltre alla volontà popolare (che magari ci sarebbe anche, nonostante che finora non ci sia stata violenza da parte dei manifestanti) anche la presenza di un fronte di opposizione unitario. O almeno di una struttura politica definita - seppur magari minoritaria - pronta a prendere il posto degli ayatollah. E in questo momento in Iran non c'è nessuna delle due cose. (E no, non parlatemi dell'erede della dinastia Pahlavi: non ha un partito dietro di sé, parla da lontano senza sapere nulla dell'Iran attuale e soprattutto si vede come erede del vecchio Scià, non come politico democratico).

E allora?
Allora, se non ci sarà nessuna di queste due cose, succederà semplicemente che il regime sarà indebolito militarmente, non sarà più un pericolo per il resto del mondo (o almeno sarà un pericolo molto meno preoccupante che in passato), ma che per contrasto diventerà più duro, più reazionario, più violento all'interno, indebolendosi sì militarmente ma rafforzandosi da un punto di vista poliziesco. Si chiuderà come una Corea del Nord.

Ovviamente spero che tutto finisca meglio di come io penso e di essere il classico pessimista cosmico... però le premesse sono queste.
Vedremo come si svilupperanno le cose.

Saluti,

Mauro.

lunedì 5 gennaio 2026

Qualche domanda sull'intervento USA in Venezuela

Maduro è (era) un dittatore?
Sì, su questo penso che siamo tutti d'accordo (tranne ovviamente chi dal suo regime traeva profitto).

Il popolo venezuelano è oppresso?
Anche qui la risposta è sì. Magari può non sembrarlo veramente perché il regime è meno violento di altri a noi noti, ma l'oppressione è indubitabile.

Quindi l'intervento USA è legittimo o almeno giustificato?
Legittimo di sicuro no, essendo il Venezuela un Paese sovrano con pieno controllo internazionalmente riconosciuto sul proprio territorio e, nonostante tutti suoi problemi, non certo uno Stato fallito stile Somalia o Libia.
Giustificato è in parte questione di opinioni, ma la lancetta tende anche qui decisamente verso il no, vista la mancanza di richieste d'"aiuto" da parte delle opposizioni o del popolo.

Cosa dice il diritto internazionale al proposito?
Il diritto internazionale non è codificato con la stessa precisione e dettaglio dei vari diritti interni, comunque praticamente tutti i giuristi sono concordi nel giudicare l'intervento USA contrario al diritto internazionale. 
Bisogna però distinguere tra due punti: il rapimento (o arresto, secondo gli USA) e l'incriminazione. Il primo è senza dubbio illegittimo, la seconda dipende anche da come verrà formulata dal tribunale di New York.
Qui un video che spiega molto bene la questione.

Trump ha "sfruttato" l'esempio di Putin con l'Ucraina?
Tenendo conto del livello intellettuale di Trump la cosa non è da escludere, ma ciò dimostrerebbe solo che Trump non ha capito nulla della situazione russo-ucraina.
L'unica cosa in comune tra i due interventi è l'essere in violazione del diritto internazionale. Sotto ogni altro piano sono situazioni completamente diverse.
Semmai l'intervento in Venezuela ricorda quello che gli stessi USA fecero a Panama nel 1989 contro Noriega.

Maduro è veramente un narcotrafficante?
Onestamente non lo so, ma la cosa è in realtà totalmente irrilevante, visto che il narcotraffico è stato usato solo come scusa giuridica per giustificare l'attacco.
I due punti che interessano Trump e la sua banda sono il petrolio e la Cina.
Se a Trump fosse veramente interessato il narcotraffico avrebbe attaccato la Colombia.

Ecco, cosa c'entra la Cina?
La Cina, come la Russia, ha stretto negli ultimi decenni forti legami col Venezuela, ma mentre il legame con la Russia di fatto si limitava al petrolio, la Cina andava oltre, esercitando anche influenza politica che avrebbe potuto estendersi anche a paesi vicini.
Gli USA vedevano in questo un pericolo e si sono mossi di conseguenza.

Ora la Cina cosa farà? Ci possono essere conseguenze su Taiwan?
La Cina per ora (e probabilmente non solo per ora) si muoverà giuridicamente, pretendendo il rispetto dei contratti firmati col governo venezuelano e il ripagamento dei debiti nei termini già definiti.
Chiunque vada prossimamente al governo in Venezuela, che sia succube agli USA o no, verrà visto dalla Cina come successore del governo Maduro, quindi giuridicamente vincolato ai contratti di cui sopra, salvo stipula di nuovi accordi con annullamento dei vecchi (cosa a cui la Cina acconsentirebbe solo in cambio di petroliere piene di soldi e forse neanche basterebbero).
Per quanto riguarda Taiwan non cambierà nulla: le situazioni sono diverse e soprattutto Xi mira a entrare nei libri di storia prendendosi Taiwan pacificamente, infiltrando il Parlamento dell'isola.

E il petrolio venezuelano?
Per prima cosa chiariamo che, contrariamente a quanto detto da Trump, non appartiene agli USA, ma - appunto - al Venezuela, trovandosi nel sottosuolo del Paese o in quello della sua ZEE.
Che i giacimenti vengano dati in concessione anche a compagnie estere non cambia il proprietario (del resto, p.e., se un'azienda italiana costruisce una fabbrica in Romania non è che il terreno dove è sito lo stabilimento diventa Italia solo perché l'azienda è italiana).
Quello che gli USA (o meglio le aziende statunitensi) hanno perso con la nazionalizzazione del 1976 (sì, la nazionalizzazione dell'industria petrolifera venezuelana è precedente a Chávez e Maduro) sono gli impianti di estrazione, trasporto e in parte lavorazione.
Ora Trump vuole restituire questi impianti alle aziende USA e contemporaneamente appropriarsi del petrolio venezuelano. Vedremo in quali termini lo farà.

Ora Trump metterà in pratica anche le sue minacce contro la Groenlandia?
Questo è il grande punto interrogativo del momento.
Se Trump decidesse tutto completamente da solo temo che la risposta sarebbe sì, ma nonostante tutto non è ancora un uomo solo al comando, anche se lui tale si sente.
Certo che la Groenlandia è un calibro diverso. Infatti appartiene al Regno di Danimarca, che è paese NATO e UE.
E, mentre il Venezuela era (al di là di ciò che dice il diritto internazionale) inviso a mezzo mondo, lo stesso non si può certo dire della Danimarca o anche della Groenlandia presa da sola.
Qui può veramente succedere di tutto. A questo punto ogni previsione è legittima, dalla più ottimistica alla più pessimistica.

E in tutto questo... la UE?
Incredibilmente per la UE questo potrebbe essere un assist incredibile per crescere anche politicamente nel mondo e non rimanere solo un gigante economico.
L'UE deve vincere la sua congenita timidezza e mettere finalmente all'angolo i sabotatori interni.
Ma su questo punto sono, purtroppo, decisamente pessimista.

Saluti,

Mauro.

lunedì 18 agosto 2025

L'asta

L'incontro odierno a Washington tra Trump, Zelensky e i leader europei non è un incontro politico.
Zelensky crede (o almeno spera) che sia un incontro sulla situazione dell'Ucraina.
Il leader europei credono (illusi!) che sia un incontro politico, mettono in conto che possa essere dannoso per l'Ucraina, ma ritengono comunque che sia basato su fondamenta politiche.

Mi dispiace, ma sbagliano tutti.
Zelensky, vista la situazione, comprensibilmente. Von der Leyen, Merz e co. no, non comprensibilmente.

L'incontro odierno a Washington è parte di un'asta, la cui prima parte si è svolta ad Anchorage, in Alaska.

Trump si mette in vendita, Trump è acquistabile.
Lui non è contro l'Ucraina, l'Europa e la NATO. Basta che queste gli offrano più di quanto gli offra la Russia.

E va aggiunto che il continuare a trattarlo come un politico, magari sui generis ma comunque politico, da parte degli europei è un errore madornale, un grandissimo autogol.
Trump non è un politico, ma un giocatore d'azzardo. Anzi un giocatore d'azzardo che bara.

Infatti l'asta di cui sopra è truccata, visto che parte da una base in cui i partecipanti non sono alla pari: la Russia gli ha già dato la presidenza degli USA e Putin è disposto (almeno in parte) a dividere le risorse minerarie ucraine con lui.

Cosa gli può offrire di più l'Europa?

L'Europa (e l'Ucraina con lei) non possono vincere l'asta.
Devono però trovare il modo di far saltare il banco. E con Trump questo non lo fai trattando, ma sbattendo i pugni sul tavolo.

L'Europa a questo punto deve fare come il famoso piccione sulla scacchiera.
Ne avrà il coraggio?

Saluti,

Mauro.

P.S.: No, non ho confuso Europa con UE, ho proprio inteso Europa visto che sono coinvolti anche UK e, in misura minore, Norvegia.

giovedì 6 marzo 2025

Diplomazia, trattati e ricatti

Molti di noi (io stesso per primo, lo confesso) hanno paragonato gli inviti alla pace di certi "pacifisti" a quanto successe nella conferenza di Monaco del 1938, dove Regno Unito e Francia concessero alla Germania di Hitler di prendersi parte della Cecoslovacchia senza coinvolgere la stessa nella conferenza di cui sopra (a cui, oltre ai tre paesi citati, partecipò ufficialmente come arbitro - ma non proprio un arbitro neutrale - l'Italia, ma come detto non la Cecoslovacchia, che venne tenuta fuori dalla porta).
Il paragone ci sta, in realtà, visto che si chiede all'Ucraina di cedere in nome della pace come ai tempi lo si chiese alla Cecoslovacchia.
Solo che allora questo cedimento (che poi fu di Francia e Regno Unito, non della Cecoslovacchia) permise alla Germania di preparare la guerra (quella che oggi conosciamo come seconda guerra mondiale, non proprio una guerriciola), non portò alla pace.
E oggi la guerra in realtà già c'è, ma se l'Ucraina facesse quanto i "pacifisti" chiedono si aprirebbero solo le porta a un attacco russo ai paesi baltici e forse anche alla Polonia (e qui il parallelo passa al 1939 e al patto Molotov-Ribbentrop...).

Ma quanto abbiamo visto alla Casa Bianca (nel 2025, non nel 1938!), tra Trump/Vance e Zelensky ricorda in realtà qualcosa successo quasi vent'anni prima di Monaco.
Ricorda Versailles 1919, dove le potenze vincitrici (con di nuovo Francia e Regno Unito in prima fila) imposero le proprie condizioni alla Germania sconfitta.
Nonostante le apparenze, non ci fu trattativa, ci fu solo imposizione.
Ora io non voglio difendere l'impero tedesco (anche perché non lo merita, al di là degli scopi di questo mio articolo), ma quelle imposizioni senza discussione, senza trattativa, senza valutazione delle possibili conseguenze furono obiettivamente una delle basi (non l'unica, da sole non sarebbero comunque bastate) dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Quello che è successo nello Studio Ovale della Casa Bianca è quasi pari a quanto nel 1919 a Versailles.
Con una sola, ma fondamentale, differenza: a Versailles furono i nemici a imporre le condizioni agli sconfitti, a Washington lo hanno fatto gli amici... e senza che la controparte fosse già sconfitta.

Un novum totale nella storia.
Un novum pericolosissimo, perché di fatto dà la stura alla più totale anarchia nei rapporti internazionali.

Saluti,

Mauro.

martedì 25 febbraio 2025

L'Europa e la difesa comune

Ultimamente, purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista, si sta discutendo seriamente di spesa militare europea.
Sia intesa come spesa operata direttamente dall'UE sia come spesa dei singoli paesi ma coordinata/autorizzata dall'UE.

Ora che gli USA vogliono tirarsi indietro e non impegnarsi più (o almeno non più di tanto) nel coprire l'Europa questa discussione è comunque assolutamente necessaria e doverosa.

Vanno però posti dei paletti, dei punti che non possono essere ignorati se si vogliono ottenere dei risultati seri, concreti.
Io vorrei qui citare cinque punti a mio parere significativi (non che non possano essercene altri, anzi).
Il primo in realtà è una premessa (non solo per la discussione, ma anche per la narrativa che l'informazione deciderà di farne), gli altri quattro sono veri paletti nel senso di cui sopra.

1) Molti sostengono che l'Europa ha dormito troppo, si è cullata nelle braccia statunitensi convinta che queste la avrebbero protetta in eterno.
Non è proprio così. Che l'Europa un po' abbia dormito è vero, ma non lo ha fatto nell'illusione che gli USA ci avrebbero protetto per sempre, bensì nell'illusione di un malinteso pacifismo, che dopo la caduta del muro di Berlino ci ha convinto che non sarebbero mai più scoppiate guerre sul suolo europeo (e in questa ottica molti hanno visto - e alcuni continuano a vedere - le guerre jugoslave degli anni '90 come guerre civili, non come guerre tout court).
Oltretutto non dimentichiamo mai una cosa: la "protezione", almeno fino al cambio di millennio (ma probabilmente ancora oggi), gli USA ce la hanno imposta, non è mai stata un'offerta a cui potessimo anche dire di no.

2) Un aumento della spesa, che sia gestito direttamente dalla UE o dai singoli paesi, ha senso solo se i paesi europei ragionano come una cosa sola, non come semplici alleati.
Se aumentiamo la spesa ma continuiamo ad andare ognuno per conto proprio serve a poco. La Russia sarà sempre più forte dei paesi europei presi singolarmente.
Vero che Francia (e UK, anche se ora uscito dalla UE) hanno un deterrente nucleare.
Vero che Italia e Francia hanno entrambe una marina probabilmente superiore a quella russa.
Vero che gli aerei europei (in particolare il Gripen svedese) sono superiori a quelli russi (e in molti casi anche a quelli statunitensi).
Ma i numeri contano: la Russia, se mettiamo insieme marina, esercito e aviazione, ha numeri che nessun paese europeo da solo può contrastare. E possibilità di mobilitazione forzata che le democrazie non si possono permettere.
Se non vere e proprie forze armate comuni, l'UE deve almeno darsi un comando militare comune che abbia la possibilità legale se necessario di scavalcare gli stati maggiori dei singoli paesi e mobilitarne le truppe di propria iniziativa.

3) Anche se stiamo parlando di UE e siamo in era post Brexit, non si può parlare di difesa comune europea senza coinvolgere anche il Regno Unito.
Conviene a entrambe le parti (UE e UK) andare a braccetto su questo tema. Per motivi sia militari che politici (e ovviamente economici).
E sotto questo punto di vista il discorso non cambierebbe anche dovessero tornare al potere a Londra gli artefici della Brexit. Coglioni sì, ma suicidi no... almeno lo spero per loro 😉
Oltretutto il Regno Unito con la Brexit aveva puntato una partnership preferenziale con gli USA... puntata che si è dimostrata perdente. E a Londra i Tories sono i primi a rendersene conto.

4) Nonostante il comportamento USA non bisogna fare l'errore di costruire una difesa comune europea in alternativa o, peggio, in contrapposizione alla NATO.
Tenendo anche conto che 23 dei 27 paesi UE sono anche paesi NATO (Austria, Cipro, Irlanda e Malta sono gli unici a non essere nella NATO) si capisce come una contrapposizione indebolirebbe entrambe le parti.
Non dico che la UE debba entrare come istituzione nella NATO (anzi, sostengo che non debba farlo), ma le due istituzioni devono essere forti alleati, Trump o non Trump.

5) E non bisogna fare l'errore di sottovalutare la componente industriale della difesa.
Una difesa comune forte non può prescindere da un'industria militare europea forte.
Sia ben chiaro: non voglio fare lo statalista e chiedere ai paesi europei o alla UE stessa di diventare imprenditori nel settore militare più di quanto già non siano, ma le forze armate europee devono poter contare su attrezzature europee, non essere obbligate (come Trump e Hegseth vorrebbero) a comprare dagli USA.
Le eccellenze tra UE e UK le abbiamo: Airbus, Saab, Leonardo, Rheinmetall, Thales-Alenia, BAE, Dassault, ecc.
Che si compri a livello UE o che si compri ognuno per sé, è lì che bisogna comprare.

Saluti,

Mauro.

giovedì 31 ottobre 2024

I tre pacifismi

In teoria il pacifismo dovrebbe essere per la pace, contro ogni guerra, ma in primis contro ogni aggressione. Su ciò siamo tutti d'accordo, credo e spero. Ma allora perché il pacifismo odierno (ma non solo odierno, anche se oggi più che mai) di fatto è contro chi si difende? Lo vediamo nella maniera più lampante possibile nell'aggressione russa all'Ucraina. I pacifisti chiedono di non mandare armi all'Ucraina, di usare la diplomazia e le trattative (oltretutto non capendo come funziona la diplomazia, come scrissi qui). Perché non si rendono conto che così aiutano la Russia? Che se vuoi fermare la guerra devi fermare la Russia, non l'Ucraina? Sono scemi? Sono collusi? Sono manipolati? Beh, in parte sì, ma in realtà per capire veramente bisogna andare un po' più a fondo, non etichettare e basta. Io voglio qui provare a fare una breve (e non scientifica, almeno non in senso rigoroso) analisi basandomi su due paesi. 1) L'Italia, dove sono nato e cresciuto. 2) La Germania, dove vivo da quasi trent'anni. Ma credo possa essere allargata al resto dell'Europa occidentale. Prima di andare avanti però una piccola premessa: in questo thread non voglio giudicare la politica dei singoli governi e dei vari blocchi, quindi non commentatemi con "sì, però questo governo ha fatto questo e quell'altro quello, ecc. ecc.". Sarà anche vero (anzi spesso lo è), ma qui, in questo articolo, non conta. Osservando i movimenti pacifisti dei due paesi citati dagli anni '70/'80 a oggi (per prima di allora dovrei basarmi su studi, non sulle mie osservazioni, essendo io nato nel 1968) si notano due categorie principali, che di fatto si sono divise il movimento pacifista. La prima categoria è quella che definirei dei "gandhiani", cioè coloro che rifiutano ogni forma di violenza, anche la più innocua e anche quella necessaria a difendere sé stessi. Quelli che dicono che Gandhi ha liberato l'India (un paese enorme!) senza alzare un dito. E che quindi ogni paese può farlo. Fraintendendo così sia la storia dell'India sia l'insegnamento di Gandhi. Questi sono innocenti, ingenui e idealisti, quindi sotto un certo punto di vista ammirevoli e degni di rispetto, ma comunque pericolosi. Perché se tutti fossimo come loro, basterebbero quattro gatti violenti e antidemocratici per conquistare il mondo intero e renderci tutti schiavi. La seconda categoria sono quelli che confondono pacifismo con antiamericanismo (e antioccidentalismo in generale). Anche questi in maggioranza (non tutti, ovviamente) in buona fede. Perché? Perché loro conoscevano le atomiche, le armi statunitensi, non quelle sovietiche. Le conoscevano per colpa di Hiroshima e Nagasaki e anche perché vedevano i missili USA installati in Europa (quelli sovietici non li potevano vedere, ne sapevano solo dalla stampa, che era... occidentale). Quindi la loro posizione era comprensibile, anche se sbagliata. Di questo pacifismo ne scrissi (in maniera comunque più polemica e meno equilibrata di quanto farei oggi) già nel 2006 in questo articolo. Questi due tipi di pacifismo avevano una giustificazione (sbagliata ma onestamente comprensibile) alcuni decenni fa, ma non più oggi. Però l'umanità è lenta, è pachidermica e prima che ci se ne renda conto ci vorranno ancora alcuni decenni. E ovviamente sono due tipi di pacifismo facilmente manipolabili da chi ne vuol trarre politicamente vantaggio (non serve che vi dica a chi alludo, vero?). Ma esiste un altro pacifismo, quello che io considero il vero pacifismo. Quello che aborre sì la guerra ma che sa due cose. 1) Che la non violenza fine a sé stessa aiuta solo i violenti; 2) Che la pace può esserci solo se viene garantita la giustizia. Esistono pacifisti del genere? Sì, ne esistono, anche se sono in minoranza e vengono sommersi dalle urla delle due categorie precedenti. Che questo terzo pacifismo può e deve esistere ce lo insegna un vero grande pacifista: Alexander Langer. Lo dimostrò durante le guerre jugoslave degli anni '90, ma quanto disse vale per ogni guerra (all'interno di questo mio articolo il link al suo discorso completo). Saluti, Mauro.

domenica 14 maggio 2023

La guerra e la diplomazia

Ieri su Twitter ho pubblicato un thread sulla diplomazia relativamente al conflitto in Ucraina.
Qui lo ripubblico come testo unico, correggendo gli errori di battitura e cercando di renderlo più leggibile.

Il mio è un ragionamento su quanto sta succedendo dietro le quinte relativamente al conflitto.
Lasciamo per un attimo da parte torti e ragioni e chi e perché si schiera da una parte o dall'altra e riflettiamo solo sulla richiesta di negoziati, di diplomazia al posto delle armi.
Ecco, chi fa questa richiesta non ha studiato la storia.

E no, non è che la storia insegna che la diplomazia non serva o che non debba intervenire.
Proprio per niente. Anzi esattamente l'opposto. La storia insegna che la diplomazia deve intervenire e che non deve aspettare che i combattimenti si fermino per farlo.
La storia (almeno dalla fine dell'epoca napoleonica) insegna che la diplomazia è sempre in moto.

Anche nelle fasi peggiori delle varie guerre le diplomazie hanno continuato a lavorare, a parlarsi, anche se spesso non direttamente, bensì per interposta persona.
Persino durante la seconda guerra mondiale! Persino durante le sue ultime settimane!
Pensate che persino Göring a Reich ormai quasi caduto provò la via della diplomazia. E i diplomatici alleati ascoltarono, non si tapparono le orecchie, anche se poi la cosa non portò a niente.

Che poi il lavoro della diplomazia porti frutti o meno, porti pace e giustizia o meno, beh, questo è ovviamente un altro punto.
La diplomazia può fallire.
La diplomazia può arrivare a risultati discutibili.
E anche quando ha successo non può accontentare tutti.
Ma non sta mai ferma, neanche durante le fasi peggiori dei peggiori conflitti.

È chiaro che in situazioni come quella ucraina i contendenti non possano parlarsi direttamente, neanche dietro le quinte.
Ma si sta lavorando per interposta persona.
Credete proprio che la NATO oltre che armi non mandi in giro anche diplomatici?
E poi lo vedete anche voi: persone come Guterres, Xi o Bergoglio - tra le altre - stanno lavorando (e no, non venitemi a dire cose come "ma stanno dalla parte sbagliata" o "ma fanno i loro interessi" o simili... sarà anche vero, ma stanno comunque cercando di fermare o almeno limitare il conflitto, anche se magari lo fanno male).

Insomma, chi chiede che intervenga la diplomazia... sta chiedendo quello che già sta succedendo. Fin dal primo giorno.
E che succede sempre, in ogni conflitto, almeno da dopo Napoleone.

Per questo dovrebbe (ri)studiare la storia.

Saluti,

Mauro.

sabato 6 agosto 2022

Ucraina, Russia ed ex Jugoslavia

Quando parliamo dell'invasione russa dell'Ucraina, quando parliamo di pace senza rendersi conto di quello che succede sul posto, quando chiediamo all'Ucraina di non resistere (e quindi di accettare la pace eterna), quando protestiamo contro l'invio di armi all'Ucraina (sapendo bene che la Russia ne ha molte di più)...

...bene, quando facciamo così, ricordiamoci quanto nel 1993 un grande pacifista, Alexander Langer, scrisse sulle guerre jugoslave.

Leggetevi questo testo (originariamente parlato da Langer su Radio Radicale) sul sito della Fondazione Langer.

Vi cito l'ultimo capoverso (ma voi leggete tutto!):

La minaccia o l'effettuazione reale di un intervento militare hanno senso solo se non resteranno l'unico tipo di impegno internazionale: ci sarà bisogno di un forte e molteplice impegno internazionale, a cominciare da un solido e generoso programma di ricostruzione del dialogo e della democrazia. Ma se si continuasse ad escludere, per le più svariate ragioni, il ricorso alla forza internazionale, si continuerebbe a lasciare libero il campo ai più forti e meglio armati, con il rischio di sterminare i gruppi più deboli (i musulmani bosniaci oggi, altri domani), di costituire un precedente pericolosissimo in Europa, di moltiplicare le guerre nell'area e di approfondire ancora di più il fossato tra Est e Ovest, tra mondo cristiano ed Islam, tra cristiani occidentali ed orientali. Questo non deve succedere.

La verità è che Langer sapeva che la pace non è solo assenza di combattimenti.
E qualche combattimento in più oggi in certi casi significa più pace domani. Se serve a difendere chi è più debole (e chi viene invaso).

Saluti,

Mauro.

giovedì 7 luglio 2022

E se la Z non fosse una Z?

Da quando è iniziata l'invasione russa dell'Ucraina ci si chiede cosa significa la Z che appare su molti mezzi militari russi e che ora in Russia (e non solo) viene usata da chi sostiene Putin e l'intervento russo.
Ci si chiede di che parola sia l'iniziale o domande simili.

Un ottimo esempio di queste domande lo si trova in un articolo del Post del 4 giugno scorso.

Ma... e se la Z non fosse per niente una Z?

Mi spiego meglio.

In Russia si usa l'alfabeto cirillico (anche in Ucraina del resto) e nell'alfabeto cirillico non esiste la lettera Z, come vedete in questa tabella:


Come vedete non esiste nessuna Z.
E perché i russi dovrebbero usare una lettera di un alfabeto non loro? La Z si usa nell'alfabeto latino... l'alfabeto del nemico occidentale.
E non venitemi a dire che magari è un messaggio per gli ucraini: anche gli ucraini usano l'alfabeto cirillico.

E quindi?

E quindi... se la Z fosse non una lettera ma un simbolo?
Un simbolo come la svastica nazista, la falce e martello comunista o mille altri simboli politici o nazionali nella storia del mondo?

Saluti,

Mauro.

martedì 17 maggio 2022

Io sono un idiota

Infatti continuo a illudermi che con l'umanità si possa ragionare.

Non ho mai creduto veramente alla bontà dell'essere umano, ma ho sempre sperato che sapesse ragionare, che non fosse così scemo da andare contro sé stesso.
Insomma, ho sempre creduto in un suo sano egoismo.

Ma la realtà mi smentisce quotidianamente.
Ogni allusione alla pandemia e alla guerra scatenata dalla Russia in Ucraina (ma anche a tante altre cose) è puramente voluta.

L'essere umano ha un egoismo malato: è disponibile a farsi del male da solo purché anche gli altri si facciano male. E se il bene proprio diventa anche il bene altrui... allora diventa masochista. Basta che gli altri soffrano, se ne frega di subire danni in proprio.

Saluti,

Mauro.

martedì 3 maggio 2022

Siamo in guerra?

Negli ultimi giorni sono sempre più frequenti le affermazioni secondo cui siamo già in guerra. Sia come Italia (o Germania, dove vivo), sia come UE o NATO.

Ma cosa significa "essere in guerra"?'
Quando si è tecnicamente in guerra?
Questa è la domanda importante, cosa significa essere in guerra in termini di diritto.
Quello che noi sentiamo e proviamo ha sì un valore morale... ma, appunto, solo morale, nient'altro. E dato che il livello morale è soggettivo, cambia da persona a persona... in questo caso non conta.

Quindi, usando criteri oggettivi, siamo in guerra o no?

No, non lo siamo.
Essere in guerra presuppone due fatti.
1) Avere dichiarato guerra (o altre dichiarazioni magari non così esplicite, ma comunque non interpretabili);
2) Avere truppe sul campo, magari non direttamente combattenti, ma comunque vicine e di sostegno a chi combatte.

E nessuno dei due fatti esiste.

Sosteniamo l'Ucraina con armi e fondi?
Sì, vero, ma più o meno direttamente lo facciamo anche con la Russia, che vi piaccia o meno (insomma, teniamo il piede in due scarpe).

Cosa significa questo?
Che a livello di diritto non siamo in guerra, ma stiamo facendo un grande esercizio di ipocrisia (e non vale solo per l'Italia, anzi Germania e Regno Unito stanno facendo esercizi di ipocrisia ben peggiori, soprattutto la Germania).
E purtroppo questo esercizio lo stiamo di fatto facendo a favore della Russia, non dell'Ucraina (e anche qui la Germania lo sta facendo molto più di noi e di chiunque altro).

Saluti,

Mauro.

martedì 26 aprile 2022

Se l'Ucraina è nazista... allora il mondo?

Molti si stanno schierando contro l'Ucraina perché sarebbe un paese nazista a causa del battaglione Azov.

Bene, vediamo un po' i fatti.

Il battaglione Azov è nato da idee di estrema destra? Sì.
Il battaglione Azov è ora inquadrato nelle forze armate ucraine? Sì.
Il battaglione Azov è ancora oggi formato da persone di estrema destra? Probabilmente sì.
Il battaglione Azov è la dimostrazione che l'Ucraina è nazista? No. Proprio per niente.

Vediamo anche i fatti riguardo la Russia.

Il gruppo Wagner è nato da idee di estrema destra? Sì.
Il gruppo Wagner combatte al fianco delle truppe russe? Sì.
Il gruppo Wagner è ancora oggi formato da persone di estrema destra? Sì, senza dubbio.
Il gruppo Wagner è la dimostrazione che la Russia è nazista? No. Ma ci sono ben altre prove che lo dimostrano.
Esistono altri gruppi neonazisti/neofascisti che combattono al fianco delle truppe russe e delle milizie separatiste del Donbass? Sì.

Ora vediamo perché il battaglione Azov e il gruppo Wagner (e le altre milizie russe o filorusse) non sono significativi per definire i relativi paesi nazisti (cioè, la Russia può essere definita neofascista, ma a causa della guida politica, non certo a causa del gruppo Wagner, per quanto criminale questo sia).

Esistono formazioni militari o paramilitari di estrema destra in Europa? Sì.
Esistono formazioni militari o paramilitari di estrema destra nel mondo? Sì.
Esistono formazioni politiche di estrema destra in Europa? Sì.
Esistono formazioni politiche di estrema destra nel mondo? Sì.
Possiamo perciò definire l'Europa o il mondo come nazisti? No.

Ergo: se definiamo l'Ucraina nazista a causa del battaglione Azov... per coerenza allora dovremmo definire il mondo intero come nazista.

Da qui non si scappa, a meno di non essere in malafede.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 9 marzo 2022

Germania e Russia: una storia che viene da lontano

Per capire la posizione della Germania nei confronti della Russia in questo momento di grave crisi bisogna comunque anche guardare la storia.
Proviamo a farlo, anche se semplificando e riassumendo (eufemismi, lo ammetto), visto che chiudere in un articolo 150 anni storia di un paese così complesso è in realtà impossibile.
Spero però che questo articolo vi sia di spunto per cercare libri o siti per approfondire.

La Germania in realtà ha sempre avuto il suo baricentro politico ed economico spostato a est. In maniera più o meno forte, più o meno evidente è sempre stato così, anche ai tempi delle due Germanie (e per entrambe, nonostante le apparenze).

Perché questo?

Perché la Germania è stata creata dalla Prussia. E la Prussia era un paese dell'est.
La Prussia ha di fatto costituito il cuore e la parte più forte della Germania fino alla caduta di Hitler (anche se lui non era prussiano, bensì austriaco col cuore in Baviera).
E mentalmente questo "nucleo" prussiano è rimasto anche dopo.
Nei confronti dell'est la Germania ragiona di fatto ancora oggi come la vecchia Prussia.

Passiamo al dopoguerra, che è ciò che oggi ci interessa di più per capire i rapporti tedeschi con l'est.

Fino agli anni '60 questa spinta verso est era di fatto rivendicativa. Si continuava a pensare ai territori persi, a chi fu costretto a scappare dai Sudeti e dalla Slesia.
Atteggiamento mai aperto, esplicito, comunque, a causa della presenza delle potenze occupanti, che mai lo avrebbero permesso.
(Nota: ancora oggi le associazioni dei profughi dei Sudeti e della Slesia sono molto forti e molto politicizzate. Molto più forti e politicizzate, per esempio, delle associazioni dei profughi giuliano-dalmati in Italia).

Negli anni '60 ci fu la prima cesura: Willy Brandt lanciò la Ostpolitik, ma non in termini rivendicativi bensì di riconciliazione. La foto di Brandt inginocchiato a Varsavia è una delle più iconiche della storia, la conosciamo tutti.
E questa politica con alti e bassi e aggiustamenti vari venne poi portata avanti anche da Helmut Schmidt ed Helmut Kohl (parlo solo della politica verso l'Europa dell'est, non della politica in generale: sia Schmidt che Kohl in generale fecero una politica molto diversa da Brandt).
Col secondo che, dopo l'avvento di Gorbaciov e soprattutto dopo la caduta del muro, intensificò il rapporto economico con l'est facendo però l'errore di "scavalcare" Polonia, Cecoslovacchia, ecc. per guardare direttamente all'URSS e poi alla Russia.

E su questo errore di Kohl si compì, grazie a Gerhard Schröder (successore di Kohl alla Cancelleria), la seconda cesura: la Germania si legò mani e piedi alla Russia (Schröder e i suoi accoliti avevano anche interessi personali nella cosa).
La differenza?
Con Kohl di fatto la Germania era il senior partner, con Schröder il senior partner divenne la Russia.
Angela Merkel continuò poi la politica di Schröder, cambiando lo stile ma non la sostanza. Del resto la sua storia parla per lei: prima della caduta del Muro era ben inserita nelle strutture della vecchia DDR e non partecipò mai alle manifestazioni per la democrazia e per la riunificazione.

Ora è arrivato Olaf Scholz che, per necessità o per volontà, vuole spostare il baricentro.
Ma la Germania ha troppi impegni e legami con la Russia per potersi liberare facilmente da questa situazione (di fatto la Germania è sotto ricatto da parte russa) e quindi Scholz se vuole durare e avere successo deve andare coi piedi di piombo.
O fare l'esatto opposto: dare un taglio netto e totale immediatamente. Cosa che non rientra nelle corde della politica (ma neanche della società) tedesca. Ci vuole troppo coraggio e la disponibilità a fare sacrifici.

Saluti,

Mauro.

domenica 15 agosto 2021

La fuga dall'Afghanistan

Provo qui a mettere in testo unico, con qualche aggiunta, un thread che ho scritto stamattina su Twitter.

L'altro ieri al telegiornale si parlava di un possibile crollo dello Stato in Afghanistan.

Ma di che crollo si parla?
Uno Stato reale, esistente, può crollare. Non uno Stato di facciata, inesistente.
Quando mai è esistito lo Stato in Afghanistan?
Di nome, sì, è esistito, ma di fatto l'Afghanistan è sempre stato o diviso o occupato (sì, anche i Talebani sono di fatto un occupante, visto che si sono formati e organizzati in Pakistan).
Oltretutto l'Afghanistan nacque artificialmente come Stato cuscinetto tra l'India britannica e la Russia zarista, quindi il difetto è di nascita. Non si tratta di una novità.

Ma anche guardando l'attuale Stato, quello che la comunità internazionale riconosce come Afghanistan... non esiste.
Anche se i Talebani sparissero d'incanto, non rimarebbe uno Stato, un Afghanistan. Lo Stato non c'è. L'Afghanistan non esiste.
L'unica forza di unificazione negli ultimi vent'anni sono state le forze militari NATO.
Erano loro a essere presenti dappertutto. Erano loro a gestire o fornire i servizi essenziali. Non le istituzioni afghane.

Se l'Occidente avesse voluto creare qualcosa di stabile, di efficiente, non avrebbe dovuto insistere su uno Stato unitario, unico (tra l'altro, come accennato sopra creato artificialmente dai britannici nell'800) ma permettere e sostenere ufficialmente la formazione di Stati diversi e compatti (ufficialmente, visto che di fatto sono sempre esistiti).
Insistendo su una forma vuota è logico che questa crolli una volta che tu occupante sei scappato (sì, perché quella di USA e NATO è una vera e propria fuga, fatta alla svelta e quasi di soppiatto, senza un vero passaggio di consegne, non un ritiro ordinato e organizzato).

L'Afghanistan sarebbe crollato anche senza Talebani.
Con meno violenza, probabilmente. Con meno profughi, forse. Con meno problemi per l'Occidente, di sicuro.
Ma sarebbe crollato comunque.

Però sotto un certo punto di vista sembra che la cosa fosse voluta.
Del resto perché avresti speso miliardi e miliardi di dollari ed euro per NON formare delle vere forze armate?
Hai speso e speso in addestramento, armi e mezzi e poi, alla prova del fuoco, queste forze armate, puff... si sciolgono come neve al sole.
Hai speso miliardi per formarle come? Per formarle a non combattere, a farsela addosso, a scappare?
Bella formazione!

O lo hai fatto di proposito? Non le hai formate di proposito?
È stata solo facciata e per qualche strana ragione non volevi uno Stato forte?

Perché uno Stato forte presuppone tra le altre cose forze armate efficienti. Magari non potenti, ma di sicuro efficienti.
Qui di efficienti sembrano esserci solo le scarpe che i militari afghani usano per scappare.

Ma forse... forse è tutto voluto per poter reintervenire un domani.
Magari con la scusa di frenare l'espansionismo cinese o quello russo.

Forse.

Saluti,

Mauro.

venerdì 25 gennaio 2019

La geografia, questa sconosciuta

Oggi al supermercato volevo comprare del salmone.
E ho visto questo:


Traduco la frase "geräuchert nach kanadischem Originalrezept aus Alaska": "affumicato secondo l'originale ricetta canadese dell'Alaska".

Che c'entra l'Alaska col Canada? L'Alaska era in origine russo e gli USA lo hanno comprato dall'impero zarista. Non è mai stato canadese, né quando il Canada era colonia britannica, né col Canada indipendente.

Boh.

Saluti,

Mauro.

martedì 10 aprile 2018

La matematica, la storia e l'ignoranza

Voi sapete che, pur essendo questo blog un blog generalista, uno degli argomenti che mi interessano di più è sbugiardare l'ignoranza scientifica dell'informazione (in particolare, ed è logico vista la mia formazione, su temi matematici e fisici).

Ora Linkiesta ha superato ogni mia speranza (o incubo, fate voi): è riuscita a mettere insieme ignoranza matematica e ignoranza storica.
Sì, avete letto bene: Linkiesta ha violentato insieme matematica e storia.

In un articolo di ieri dedicato a un film austriaco uscito nelle sale nel 1924, l'autore (non so chi sia: l'articolo è firmato genericamente LinkPop) sostiene che il film predice Hitler e la sua caccia agli ebrei di 20 anni.

Ora 1924+20 fa (nel mio mondo dove la matematica non è un'opinione) 1944... e nel 1944 Hitler ormai stava perdendo la guerra, dopo undici anni di regime.
Oppure tra il 1933 e il 1944 la Germania è stata governata da Churchill e gli ebrei erano rispettati e amati?

Per di più (e qui anche il più impreparato degli storici avrebbe potuto evitare l'errore all'autore) nel 1924 non c'era nulla da predire: Hitler nel mondo di lingua tedesca era ben noto almeno a partire dal 1923 (tentato putsch di Monaco) e anche la caccia agli ebrei era già sport comune (esempio per tutti i pogrom in Russia, ma non solo).

Insomma, l'unica cosa che (forse) ha predetto quel film è l'ignoranza di chi ha scritto l'articolo.

Saluti,

Mauro.

sabato 7 aprile 2018

Misteri novaresi

Qualche tempo fa vi avevo raccontato qui dell'impennata di visite dalla Russia sperimentata dal mio blog nel 2017 (per inciso: sta continuando nel 2018).

Però la Russia in realtà non è l'unico caso particolare.
Io tengo statistiche abbastanza dettagliate solo per gli stati... ma in qualche modo tengo sott'occhio anche le città... e Novara sembra essere diventata la Russia italiana, almeno per quanto riguarda il mio blog ;-)

Come vi dissi quando scrissi dei misteri russi, tengo statistiche a partire dal 2010.
Bene, tra il 2010 e il 10 marzo 2018 dalla città di Novara ho ricevuto 164 visite. Tenendo conto delle dimensioni della città e della posizione geografica (rispetto ai "miei" luoghi) nulla di strano.
Però... tra l'11 marzo 2018 e il 31 marzo 2018 (cioè 20 giorni rispetto ai circa 8 anni di cui sopra) da Novara sono arrivate ben 105 visite.

Che i russi si siano trasferiti a Novara?

Saluti,

Mauro.