giovedì 20 luglio 2023

Il decreto di Lollo

A parte che la carne (perché è da lì che parte il decreto, non dal cibo in generale) in questione è coltivata e non sintetica. A parte il fatto che, se cotta male o se consumata in quantità esagerata, i pericoli per la salute vengono anche dalla carne naturale. A parte ciò... certe affermazioni dimostrano solo l'ignoranza imperante in chimica. Sì, in chimica. Analizzate la composizione molecolare della carne coltivata e confrontatela con quella della carne naturale. I casi sono due: è diversa (e allora è giusto stare attenti) o è uguale (e allora è decreto-cazzata). Ma la carne coltivata è prodotta a partire da cellule di carne naturale, quindi la composizione chimica, molecolare è esattamente la stessa. NON può proprio essere diversa!
Riassunto: caro ministro Lollobrigida, torna a scuola e lascia la politica a chi è preparato.

Saluti,

Mauro.

L'"accogliente" Bibby Stockholm

È giusto parlare della storia della Bibby Stockholm, chiatta senza motore che il Regno Unito vuole utilizzare per "accogliere" fino a 500 profughi nel Dorset, in maniera che questi non possano creare problemi a terra.

Ma è giusto anche raccontarla completa.

È vero che il governo di Londra vuole mettere in pratica questa inumanità e che la cosa è inaccettabile.

Ma va anche ricordato che la stessa chiatta tra il 1994 e il 1998 venne utilizzata per lo stesso scopo ad Amburgo. In teoria allora per accogliere i senzatetto, ma vi vennero portati anche richiedenti asilo. E sempre la stesa chiatta a partire dal 2005 venne utilizzata per alcuni anni dai Paesi Bassi a Rotterdam per "accogliere" chi cercava asilo.

Giustissimo condannare l'UK.
Ma sbagliato non ricordare chi fece altrettanto. E forse sarebbe anche il caso di farsi qualche domanda sull'armatore, la Bibby Line, fondata dal 1807. Forse certe ditte amano affari di stampo, per così dire, neoschiavistico.

Saluti,

Mauro.

lunedì 17 luglio 2023

Endotermico, elettrico e ibrido: come funzionano?

Tuti (o quasi) sappiamo almeno a grandi linee come funzionano un motore a combustione interna (o endotermico) e un motore elettrico.
Ma quanti sanno come funziona un veicolo ibrido?

Oggi voglio parlarvi del funzionamento dei vari motori, senza scendere troppo in profondità nei dettagli tecnici (se vi interessassero, chiedete e faremo degli approfondimenti).
E in parallelo vi spiegherò il significato delle sigle, talvolta misteriose al profano anche se in realtà banali, che trovate quando vi avvicinate a questi argomenti.
Non vi spiegherò invece, almeno non qui, vantaggi e svantaggi delle varie tipologie di motore.

Il motore a combustione interna (MCI o ICE in inglese, Internal Combustion Engine) sfrutta appunto la combustione di un gas o di un liguido per trasformare l'energia termica in energia meccanica. Grazie alla combustione i gas combusti si espandono e creano pressione mettendo in movimento dei pistoni o dispositivi simili, movimento poi trasmesso agli altri ingranaggi fino alle ruote. E il veicolo si muove.
Mentre il comburente è sempre l'ossigeno, i combustibili possono essere diversi. Dai classici benzina, gasolio o GPL fino a gas naturale, alcool e, sì, anche l'idrogeno.
Il motore a combustione di idrogeno (HICEV, Hydrogen Internal Combustion Engine Vehicle) sfrutta appunto la combustione dell'idrogeno. Quindi è sì un motore "pulito" (tra virgolette perché esistono sì motori più o meno puliti, ma non esistono motori completamente puliti) ma rientra nella classica categoria degli endotermici.
Piccola curiosità: la prima idea di un motore che sfruttasse la combustione dell'idrogeno risale al... 1806. Sì, 1806, non è un errore di battitura.

Nel motore elettrico si usa, ovviamente, l'energia elettrica e non più quella termica per produrre energia meccanica, che poi serve a far muovere i vari veicoli.
Detto in termini molto basilari, il motore elettrico è composto da un rotore e uno statore ed è alimentato in corrente continua o alternata. All'interno del motore viene generato un campo magnetico che fa muovere il rotore a cui possiamo collegare un albero motore e questo poi mette in movimento la trazione e le ruote come in un motore endotermico, ma senza bruciare nulla.
Tecnologicamente il problema dei motori elettrici non è il... motore.
I problemi che finora ne hanno impedito una diffusione maggiore sono dovuti alla sua alimentazione.
Se tutti i veicoli elettrici potessero essere alimentati direttamente dalla rete (come treni, tram, filobus, ecc.) il problema non ci sarebbe.
Tale alimentazione però è impossibile per la mobilità globale. Auto e camion non puoi alimentarli così, non puoi avere la rete su ogni più sperduta strada del globo. Infatti quando parliamo di mobilità elettrica parliamo di auto alimentate a batteria (BEV, Battery Electric Vehicle). E il freno alla mobilità elettrica sono infatti finora state le batterie, non i motori.
Infatti il primo prototipo di veicolo elettrico risale agli anni '30 dell'800. Musk non ha inventato un belino.

Ma, come detto, il funzionamento di motore endotermico e motore elettrico è bene o male noto alla maggioranza di noi, anche ai profani.
Ma possiamo dire lo stesso di un motore ibrido?

No.
E infatti dobbiamo fare subito una precisazione: il motore ibrido non esiste.
Esistono i veicoli ibridi, i quali si muovono grazie a una combinazione di motore elettrico e motore endotermico.

Di veicoli ibridi ne esistono di vari tipi e le sigle con cui questi tipi vengono definiti talvolta possono sembrare misteriore al profano.
La prima distinzione va fatta tra ibrido parallelo e ibrido serie.

L'ibrido parallelo si ha quando motore elettrico e motore endotermico possono funzionare insieme o separatamente, usando solo l'uno o solo l'altro.
Ovviamente il motore elettrico e quello endotermico presi in sé funzionano esattamente come descritto sopra.
Esistono sostanzialmente tre tipi di ibrido parallelo.
Il primo, il più basilare è il veicolo elettrico ibrido leggero (MHEV, Mild Hybrid Electric Vehicle). Questo tipo di ibrido ha batterie di piccole dimensioni ed è solitamente composto da un motore endotermico collegato a un generatore, che serve ad alleggerire il lavoro del motore termico fornendogli potenza aggiuntiva per brevi tratti. Qui il motore elettrico non può mai funzionare da solo.
Vi è poi il veicolo elettrico ibrido (HEV, (Full) Hybrid Electric Vehicle). Questa è la tecnologia più diffusa e collaudata di ibrido. Qui i pacchi batteria non sono grandi, ma comunque tali da garantire la possibilità di fare tratti discreti in modalità completamente elettrica. Le batterie si ricaricano in frenata (quindi annullando la necessità di carica esterna).
Il terzo tipo è il veicolo elettrico ibrido ricaricabile (PHEV, Plug-In Hybrid Electric Vehicle) è la forma più avanzata di ibrido parallelo, avendo batterie più grandi e in più ricaricabili. Questo permette autonomie maggiori anche in modalità solo elettrico, anche se non ai livelli dell'elettrico puro.

L'ibrido serie è molto meno diffuso. Si usa soprattutto nelle locomotive e in mezzi d'opera pesanti.
In pratica consiste in un motore termico che viene usato per alimentare un motore elettrico il quale poi si occupa della trazione.
C'è qui però un particolare tipo di ibrido molto interessante per la mobilità quotidiana: quello a celle di combustibile a idrogeno (FCEV, Fuel Cell Electric Vehicle). Qui al posto del motore termico classico ci sono pile a combustibile che generano energia elettrica dalla combustione dell'idrogeno e poi questa energia avvia il motore elettrico che poi fa muovere il veicolo.

Esiste poi anche l'ibrido misto dove sono presenti sia un nodo meccanico (come nell'ibrido parallelo) che un nodo elettrico (come nell'ibrido serie). Il funzionamento, a seconda della funzionalità scelta può essere come nel primo o come nel secondo.
È al momento l'ibrido più diffuso.

Saluti,

Mauro.

sabato 15 luglio 2023

L'inglese che ci hanno insegnato male a scuola

Quando andavo a scuola io (ormai quasi preistoria) a lezione di inglese ci hanno sempre raccontato una favola. Quella delle tre "cester".
Ci hanno sempre detto (almeno all'epoca, forse oggi non è più così) che esistevano tre città terminanti con "cester" in cui questo finale (per inciso: derivante dal latino "castrum") andava pronunciato in maniera assolutamente irregolare: Leicester, Gloucester, Worcester. E solo queste tre.

Falso!

C'è anche Bicester... ma anche Godmanchester (che nonostante la h non si pronuncia come Manchester e "chester" è equivalente a "cester" come origine e significato).
E altre, tipo Alcester, Towcester e forse di più.

Insomma, mentre la pronuncia di "chester" in Godmanchester sembra essere veramente un'eccezione... quella generale di "cester" mi sembra un'eccezione mica tanto eccezionale.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Cliccando sui link arrivate a una pagina dove ascoltare la pronuncia corretta del nome.

venerdì 14 luglio 2023

Il fraintendimento sulla digitalizzazione

La digitalizzazione viene oggi vista come la panacea sia per il mondo produttivo che per la burocrazia.

Ora, che la digitalizzazione (o meglio informatizzazione) possa portare un sacco di vantaggi se usata bene è palese, né io né nessun altro può negarlo. Sarebbe, nella migliore delle ipotesi, da idioti negarlo.

Ma appunto: "se usata bene"!

E questo "se usata bene" è quello che viene spesso dimenticato. La digitalizzazione è un totem. È positiva a priori e a prescindere. Non va né discussa né valutata.

Ma io invece discuto e valuto.
E lavorando nella tecnologia e in un ambiente altamente digitalizzato lo faccio sapendo di cosa parlo.
Soprattutto due cose riguardo la digitalizzazione mi fanno capire quanto poco si sappia, si capisca della stessa.

Due fraintendimenti.

1) Digitalizzazione = efficienza
2) Digitalizzazione = ecologia

Ecco, molta gente associa la digitalizzazione a processi più efficienti e più puliti.
Ma non è così a priori e a prescindere!
La digitalizzazione può veramente portare a un incremento dell'efficienza e a processi più ecologici... ma dipende da come la si usa.

Efficienza.
Esempio: io produco un rapporto e il mio capo deve approvarlo prima che venga reso disponibile a tutta l'azienda.
Nei tempi passati il capo si trovava una cartella sulla scrivania e non poteva non vederla. Se non firmava l'approvazione (a torto o ragione che fosse) era perché non voleva. Lui il rapporto non poteva non vederlo.
Oggi viene prodotto un work-flow digitale e il mio capo viene automaticamente avvertito via mail o in altro modo digitale. Il mio capo riceve però centinaia di notifiche via mail e nella marea la notifica del mio rapporto gli sfugge. Non firma. Ma non firma perché non vede. Non ha visto il rapporto.
Ci sono modi per migliorare questa situazione, ma una soluzione definitiva non c'è ancora.
E vale in tante situazioni diverse, il mio è solo un esempio che ho vissuto spesso personalmente.
La digitalizzazione produce efficienza se facciamo programmazione (no, non parlo di scrivere software, parlo di organizzare processi) prima di introdurla e gli utilizzatori (i dipendenti dell'azienda o dell'ente in primis, ovviamente) sono pronti quando viene introdotta.
Se la introduci facendola cadere dall'alto, senza preparare prima chi la deve utilizzare, non produci efficienza. Anzi, fai l'opposto.

Ecologia.
Qui è ancora più facile chiarire il fraintendimento. Vi presento due esempi.
Esempio 1: la digitalizzazione doveva portare alla "morte" della carta.
Invece ha portato all'esplosione della carta. Stampare è diventato molto più facile e veloce. E molta gente ha ancora la mentalità secondo cui un documento è "vero" solo se cartaceo e una firma è "vera" solo se fatta a mano con una penna.
Ecco qui vediamo che la digitalizzazione (ma vale per la tecnologia in generale) in sé porta sì vantaggi... ma che li porta solo se viene accompagnata da un'evoluzione della mentalità, dal capire quel che si fa e perché. E questo dipende da noi umani, da noi persone.
Esempio 2: un mondo digitale ha meno emissioni, produce meno inquinamento.
Beata ingenuità.
I computer, i robot, i server, le reti e tutto quello che serve per la digitalizzazione del lavoro, dei processi... devi produrli, devi costruirli. Ti servono fabbriche "classiche", con linee di montaggio. Con meno operai umani di un tempo, vero, ma sempre fabbriche rimangono. E ti servono miniere per avere i materiali per costruire quanto sopra.
Ecco, se la digitalizzazione è verde, lo si può valutare solo a monte, quando la produci, non a valle, quando la utilizzi.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 12 luglio 2023

Popper, la tolleranza, noi e la democrazia

Nel 1945 Karl Popper formulò il paradosso della tolleranza, all'interno del suo libro La società aperta e i suoi nemici.

Popper lo formula in questi termini:
Meno noto è invece il paradosso della tolleranza: la tolleranza illimitata deve portare alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.
E qualche riga sotto conclude quindi che:
Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti.

E qui sta il paradosso: per salvare la società dall'intolleranza bisogna essere intolleranti.

Ed è un paradosso assolutamente non risolvibile, se ci ragionate bene.
È impossibile concludere usando solo la logica se sia giusto tollerare gli intolleranti o se bisogni "abbassare" il livello di tolleranza per bloccarli.

Ed è questo, in fondo, il motivo per cui oggi (ma non è certo la prima volta nella storia) vediamo partiti palesemente antidemocratici sedere nei vari parlamenti dopo essere stati eletti in maniera assolutamente democratica.

La democrazia è come la tolleranza di Popper.
È giusto trovare modi di impedire agli antidemocratici di sfruttare la democrazia per andare al potere?

In termini di diritto credo che la risposta sia semplice: questi partiti si possono fermare se compiono atti anticostituzionali, ma non si possono fermare solo per i loro programmi e idee.

Mentre a livello logico e filosofico rimane un paradosso irrisolvibile.

Saluti,

Mauro.

martedì 11 luglio 2023

Due belle frasi ormai fuori moda

Nell'uso comune ci sono due brevissime frasi che vengono vissute oggigiorno come una vergogna e quindi si tende a pronunciarle il meno possibile.

La prima è: "Non lo so".
In un mondo di tuttologi è una vergogna ammettere di non sapere qualcosa. Se non proprio sapere tutto, bisogna avere almeno un'opinione su tutto. E meno si sa, più si parla.
No, non è obbligatorio sapere tutto. Non è neanche obbligatorio far vedere almeno di aver sentito parlare di tutto.
È una dimostrazione di serietà ammettere di non sapere tutto e soprattutto è dimostrazione di serietà non pretendere di poter esprimere opinioni anche su ciò che non si sa.

La seconda è: "Mi sono sbagliato".
Sbagliare non è una colpa. Non si può sapere tutto e spesso si hanno a disposizione informazioni sbagliate e/o incomplete che portano a dare giudizi sbagliati.
Talvolta ci portiamo anche dietro nozioni sbagliate dai tempi della scuola che influiscono negativamente sui nostri ragionamenti.
L'importante è che nel momento in cui riconosciamo di aver sbagliato, lo ammettiamo e ci correggiamo.
Invece oggi ammetterlo è una vergogna. Non sono io a sbagliare, al massimo io mi sono spiegato male. Ma più spesso sono stato capito male.
La tendenza è purtroppo di cambiare versione sperando che chi ci sta intorno non se ne accorga.

Due frasi oggi totalmente fuori moda.
Ma due frasi assolutamente bellissime (e necessarie per una convivenza civile).

Saluti,

Mauro.

lunedì 10 luglio 2023

Cosa sono i sorfanetti?

In un gruppo chiuso di Twitter ieri Anna ha raccontato che gliene hanno regalata una scatola e Marco mi ha sfidato a parlarne.

Ma cosa sono?
Prima di tutto: pseudomedicina. Fuffa.
E in secondo luogo: tradizione popolare ligure.

Quando ero bambino erano presenti negli armadietti delle medicine di ogni casa genovese o ligure. Oggi (per fortuna) non sono più così diffusi.

Ma in pratica, nel dettaglio, pseudomedicina o meno, che roba è?
Oggi voglio provare a spiegarvelo.

Tecnicamente sono dei bastoncini (o candelotti) di zolfo che vengono usati per curare il torcicollo e dolori simili.


L'utilizzo è molto semplice: si sfregano o si fanno rotolare sulla parte dolorante.
Dopo un po' lo zolfo emette un crepitio e poi spesso si spacca (la tradizione popolare dice che una volta spezzato il candelotto perda efficacia quindi le sue parti non vadano più riutilizzate).

Come detto sono pseudomedicina. Non ne è mai stata dimostrata l'efficacia al di là un possibile classico effetto placebo.

Ma secondo i cultori delle medicine cosiddette alternative, da dove verrebbe la loro efficacia?
La cosa bella è che non sono neanche d'accordo tra loro!
Ci sono diverse correnti di pensiero:
1) lo strofinamento stesso è salutare (ma nessuno spiega come/perché);
2) assorbirebbero l'elettricità statica prodotta presente in caso di dolori/lesioni muscolari;
3) la differenza di potenziale elettrico tra zolfo e fasci nervosi influirebbe sulla trasmissione del segnale nervoso;
4) assorbirebbe l'umidità (continua a essere credenza diffusa che i dolori muscolari/reumatici siano causati dall'umidità);
5) lo strofinamento produce calore, che allevia il dolore.

Esaminiamo queste ipotesi in maniera scientifica.
1) Se lo strofinamento in sè provoca beneficio, allora il materiale sarebbe secondario: perché proprio lo zolfo e solo lo zolfo?
2) Anche volendo credere che vi sia elettricità statica, questa non si assorbe. Al limite si elimina o devia (stile parafulmine).
3) Differenza di potenziale tra zolfo e fasci nervosi? OK, i nervi sono conduttori, ma qui siamo al ridicolo.
4) Lo zolfo è idrofobo. Come fa ad assorbire l'umidità?
5) Vedi 1). Allora andrebbe bene quasi ogni materiale.

Le tradizioni antiche sono una ricchezza culturale... ma non quando sono pseudomedicine che ci possono distogliere da cure serie o direttamente danneggiarci!
In questo caso i danni sono limitati (al limite uno si tiene il dolore un po' più a lungo del necessario), ma non sempre è così.
Usate la testa.
Non ascoltate i ciarlatani.

Comunque leggetevi questo articolo della Stampa del 2020!

Saluti,

Mauro.

Storia personale di Genoa-Fiorentina

Che Genoa-Fiorentina per me non sia (e non possa essere) una partita normale, lo spiegai già qui.
Ma serve un aggiornamento.
Già lo ho fatto in un thread su Twitter, ma che qui raccolgo in testo unico.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il calendario della Serie A 2023-2024.
Io, onestamente, non ho mai capito l'hype sui calendari dei vari campionati nazionali (in ogni sport, non solo nel calcio): prima o poi devi incontrare tutti, e tutti due volte, una in casa e una in trasferta.
Ergo: non esiste un calendario duro o un calendario morbido. Esiste il calendario. Punto.
L'unico effetto del calendario è al limite quando farai i punti, non quanti ne farai.

Però nel calendario del campionato 2023-2024 c'è una cosa importante.
Importante per me, non tanto per il mio Genoa (a parte l'essere l'esordio in serie A dopo un anno di Purgatorio).

Qui va fatto un inciso.
A parte il mio Genoa ci sono alcune squadre che mi stanno simpatiche (in primis il Torino) e alcune che mi stanno antipatiche (in primis la Lazio). Ma la maggioranza delle squadre mi sta semplicemente indifferente.

Torniamo ora al calendario.
Il Genoa esordirà ospitando la Fiorentina.
E allora, direte voi?

Fino a qualche anno fa (per la precisione fino al 2014) la Fiorentina apparteneva alla terza categoria: mi era indifferente.
Ma, quindi, cosa successe nel 2014? Morì mio papà.
E cosa c'entra lui con la Fiorentina?
Mio papà mi attaccò la malattia Genoa.
Però...
L'unica trasferta che abbiamo mai fatto insieme (derby esclusi, ma questi non sono vere trasferte) è stato un Fiorentina-Genoa.
L'ultima partita che vedemmo insieme al Ferraris fu un Genoa-Fiorentina.
E la prima partita che vidi al Ferraris dopo la sua morte (e vi garantisco che fu cosa casuale, non cercata) fu di nuovo un Genoa-Fiorentina.

Ecco... Genoa-Fiorentina non sarà mai più per me una partita normale.
E ovviamente la Fiorentina non è più nella categoria "indifferenti". E tanto meno in quella "antipatiche".
Non so se si possa parlare di vera simpatia, ma di sicuro ora c'è con la Fiorentina un legame particolare.

E io ora non vedo l'ora (scusate la ripetizione) che arrivi il 19 agosto per godermi questo nuovo Genoa-Fiorentina, anche se stavolta non potrò essere allo stadio.

Saluti,

Mauro.

domenica 9 luglio 2023

Quelli che hanno visto Genova 2

Nel 2015 scrissi Quelli che hanno visto Genova.

Visto che anche molti altri hanno visto Genova, è ora di fare una seconda puntata 😉

Stavolta direi di partire con l'importanza storica di Genova e non dalla sua bellezza, dando la parola ad Alessandro Barbero:
Genova. Genova è credo la città più misconosciuta e fraintesa d'Italia. Genova che è un protagonista enorme, l'elemento che tiene insieme tutto è appunto il significato di Genova nella storia d'Italia.

E la Superba cantata da Petrarca incantò anche Giosuè Carducci:
Superba ardeva di lumi e cantici
nel mar morenti lontano Genova
al vespro lunare dal suo
arco marmoreo di palagi

Mentre il pittore friulano Giovanni Battista da Udine ci ricorda che Genova è la regina del Tirreno (sì lui purtroppo considerava il Mar Ligure come parte del Tirreno) e, come già fece Twain, apprezza anche le donne genovesi:
Genova, reina e capo della Liguria, anzi del Tirreno (che, per le sue bellezze, nobilitate e ricchezze meritatamente tal nome le si puote attribuire, la quale fra tante sue grazie da Iddio, dalla natura e d'amore ricevute, di bellissime, gentili e cortesi donne, più che altra città d'Italia, era ed è oggi di adornata).

Purtroppo la pulizia ammirata ai suoi tempi da Nikolaj Vasil'evič Gogol' non so se possa più essere tanto decantata oggi:
Genova è magnifica, moltissime case somigliano piuttosto a palazzi, adorne di quadri dei migliori pittori italiani, però le strade sono così strette che due persone affiancate non riescono a passarci. In compenso, sono lastricate di marmo e molto pulite.

Più vicino ai nostri tempi, il cuore marino e repubblicano di Genova venne poeticamente descritto da Francesco Guccini:
Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l'orizzonte. Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d'anima forte.

E il nostro grande architetto Renzo Piano:
Genova è una città d'acciaio forgiata dal vento.

E un altro grande poeta, Pier Paolo Pasolini, riconobbe che la bellezza di Genova è anche il suo essere un guazzabuglio:
Genova fuma, sfuma in un guazzabuglio supremo. L’attraversi, a metà Corso Italia, già verso Levante, ti volti, e alle tue spalle ecco la più bella visione di tutta la Liguria.

Ma di Genova si ammira anche la musica, in questo caso quella tradizionale, come ci ricorda il musicologo Alan Lomax:
[Il trallallero è] Il più perfetto canto corale dell'Europa occidentale.

Mentre, un po' pomposo, lo scrittore tedesco Wilhelm Heinse ammira i nostri eroi:
Come fu giorno, feci una passeggiata sul colle e osservai la posizione di Genova: un incantevole teatro che ha spinto da sempre i suoi abitanti a dominare il mare e dal quale sono venuti i più grandi eroi. O divino Colombo e tu, Andrea Doria, che passeggiate ora in coppia con i Temistocli e gli Scipioni, io vi adoro nella polvere, semidei fra gli uomini!

E anche Albert Einstein, che a Genova aveva uno zio, venne colpito dalla città (ma anche dalle sue prelibatezze):
Per mesi ho visitato i monumenti di Genova. La fantastica strada Nuova. A due passi da casa c'era una pasticceria stupefacente con una cornucopia di marmo come insegna: mi sono fatto delle scorpacciate uniche. E poi San lorenzo, la cattedrale, la gente di quelli che voi chiamate caroggi. (...) Mi dispiace solo non essere mai più tornato. La mia vita - devo essere sincero - mi ha dato grandi soddisfazioni e sono anche diventato famoso.
 Ma Genova, anche adesso, guardando il mondo con un certo distacco, quella vacanza non la dimentico...

Più indietro nel tempo, anche Miguel de Cervantes ebbe modo di inebriarsi di Genova (anche se non è proprio il biondo il colore tipico dei capelli delle donne genovesi...):
Alla fine, esausti per le veglie, fradici e con le occhiaie, giunsero alla bellissima e splendida città di Genova e qui, dopo essere sbarcati nella sua darsena riparata e dopo aver fatto visita ad una chiesa, il capitano e tutta la brigata ripararono in un'osteria dove annebbiarono il ricordo di tutte le burrasche passate con il gaudeamus presente. [...] Il buon Tomás ebbe modo di ammirare anche i biondi capelli delle genovesi, l'eleganza e la cortesia degli uomini, l'ammirevole bellezza della città che sembrava avere le case incastonate su per quelle rocce come diamanti nell'oro.

E per oggi chiudiamo giocando in casa, con il nostro Ivano Fossati:
Signore di questo porto
vedi mi avvicino anch'io
vele ancora tese
bandiera genovese
sono io.

Magari ci si rileggerà per una terza puntata (di puntate se ne potrebbero fare quasi infinite).

Saluti,

Mauro.

sabato 8 luglio 2023

Non si bruciano i libri

Da un po' di giorni si parla molto dell'atto di Salwan Momika, rifugiato iracheno in Svezia.
Questi, a Stoccolma, ha strofinato pancetta su un Corano, lo ha calpestato e poi ne ha bruciato alcune pagine.

Ora, che a livello politico le reazioni nel mondo islamico siano state esagerate, assurde è palese, essendo per di più l'atto di un singolo individuo.
Comunque a livello di considerazioni politiche avete letture più che a sufficienza in rete, sia pro che contro. Non ci aggiungo le mie. A questo punto sarebbe solo aggiungere rumore al rumore.

Però una cosa posso e voglio dirla.

Io posso capire lo stato d'animo di Momika, la sua frustrazione, al limite anche il suo odio.
Non so cosa abbia subito in Iraq e dagli islamisti, ma di sicuro nulla di piacevole né di giustificabile o di accettabile.
Io posso capire... ma i libri non si bruciano.

Bruciare un libro significa voler tappare la bocca a chi quel libro lo ha scritto e a chi lo legge.
Quando bruci un libro (che sia un testo religioso, politico, letterario o qualsiasi altra cosa) commetti un atto di censura, di repressione, perché vuoi mettere a tacere quel libro e chi lo legge.

Se bruci un libro, anche il peggiore e più pericoloso dei libri, sei un intollerante quanto quelli che combatti. Se quel libro è pericoloso, negativo ne combatti i contenuti con gli argomenti, non con le fiamme. Soprattutto quando non sei più sul posto, ma vivi in un paese sicuro.
Se usi le fiamme significa che se tu dovessi andare al potere al posto dei tuoi nemici li opprimeresti come loro hanno oppresso te.
L'unica differenza sarebbe l'inversione dei ruoli tra persecutori e perseguitati.

Perché...

[...], dort wo man Bücher
Vebrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen.

[...], dove si bruciano i libri,
alla fine si bruciano anche gli uomini.

(Heinrich Heine, "Almansor", versi 243-4)

Saluti,

Mauro.

giovedì 6 luglio 2023

La nascita del voyeurismo di massa delle tragedie

Premettiamo subito: no, non c'entra Internet, e neanche i social networks, nonostante tutti sembrino crederlo (giornalisti in primis).
Anzi, tra i responsabili ci sono proprio i giornalisti.

Siamo chiari: un certo voyeurismo per i fatti macabri c'è sempre stato nella storia dell'uomo. In parte è connaturato alla natura umana ed è una sorta di parente del mors tua, vita mea.
Vedere che certe cose succedono ad altri e non a noi contribuisce a farci sentire vivi.

Quello che è nuovo (anche se non nuovissimo) è il voyeurismo di massa delle tragedie.
La gente è diventata nei confronti delle tragedie una versione macabra delle groupies degli anni '60/'70 nei confronti dei loro idoli musicali.

E questo voyeurismo ha, almeno in Italia, una data e un luogo di nascita ben precisi: 10 giugno 1981, Vermicino, frazione di Frascati.
Quel giorno Alfredino Rampi, sei anni di età, cadde un un pozzo non protetto... da cui non uscì vivo, nonostante tutti i tentativi (in buona parte dilettantistici a esser buoni) fatti per salvarlo.
Dal tardo pomeriggio del 10 giugno fino alla mattina del 13 giugno, quando venne stabilita la morte di Alfredino, più di due giorni di fila di servizi TV, di collegamenti dalle più varie trasmissioni, di telegiornali centrati sulla notizia fino alle ultime 18 ore della tragedia trasmesse in diretta senza interruzione dalla RAI (sì, dalla RAI!). E di folle di giornalisti e curiosi sul posto che ovviamente non facilitavano il lavoro di chi cercava di salvare il bambino.

Il voyeurismo di massa delle tragedie, del macabro in Italia è nato quel giorno.

Saluti,

Mauro.

domenica 2 luglio 2023

Incidenti (spesso omicidi) sul lavoro

Riproposizione in testo unico di un thread pubblicato su Twitter il 30 giugno scorso.

Nei primi cinque mesi del 2023 (quindi da gennaio a maggio) in Italia ci sono stati 358 morti sul lavoro (e parliamo solo dei decessi, non degli infortuni in generale).
271 direttamente sul lavoro e 87 in itinere (gli infortuni - mortali o no che siano - nel tragitto casa-lavoro sono per legge - salvo eccezioni - considerati infortuni sul lavoro).
Questi ultimi 87 sono nella maggioranza dei casi veri e propri incidenti.
Ma gli altri 271 (in 5 mesi, da gennaio a maggio, cioè 151 giorni: quasi due decessi al giorno!) sono spesso veri o propri omicidi. Magari "solo" colposi, ma comunque omicidi.

Perché però di questi si parla molto meno che di altre tipologie di omicidio molto meno frequenti?
Perché le notizie sui giornali o in TV sono molto più brevi, quasi date con fastidio, quando si tratta di morti sul lavoro?

I dati numerici di cui sopra sono dati INAIL elaborati dall'Osservatorio sicurezza sul lavoro di Vega Engineering.
Nei link a questa presentazione dell'Osservatorio trovate tutti i report, grafici e altro materiale.

Saluti,

Mauro.