mercoledì 28 febbraio 2018

Il divino astrologo

Il giuramento sul Vangelo di Salvini mi ha portato a fare qualche considerazione.

Premetto: io sono ateo, ma come quasi ogni italiano vengo da una cultura cattolica. Ergo i Vangeli fanno parte delle mie basi culturali.
Però c'è una differenza tra me e il cattolico medio: lui ha letto (sempre che li abbia letti) solo i Vangeli. Io ho letto tutta la Bibbia. Dalla Genesi fino all'Apocalisse di San Giovanni.
E in più ho letto estratti di altri libri cosiddetti sacri: Corano, Talmud, Veda.

Cosa posso dire al proposito?
Semplicemente che ai cosiddetti testi sacri puoi far dire tutto e il contrario di tutto. Esattamente come accade negli oroscopi.

Ergo: o Dio è un astrologo o i testi sacri poi tanto sacri non sono.

Saluti,

Mauro.

No, lo Spartak non è di Roma

Oggi sul portale ItaSportPress (legato alla Gazzetta dello Sport) è apparso un articolo su un avvenimento del calcio russo.
L'avvenimento in sé non è importante. Importante è ancora una volta l'ignoranza dei giornalisti.

Leggete qui:


Sì, c'è proprio scritto "La compagine capitolina".

Peccato solo che l'aggettivo "capitolina" si riferisca alla parola "Campidoglio" (anticamente "monte capitolino") e non alla parola "capitale".
E non mi risulta che a Mosca ci sia nessun monte o colle chiamato Campidoglio.

Per i pignoli: che la parola "capitale" derivi anche da "Campidoglio" non cambia le cose, "capitolina" rimane riferito a "Campidoglio". "Capitale" viaggia in parallelo, non in sequenza.

Saluti,

Mauro.

martedì 27 febbraio 2018

Le balle sui trasferimenti fiscali

Quando sentite parlare leghisti e antieuropeisti sui trasferimenti fiscali... storcete il naso.

Uno dei cavalli di battaglia di leghisti e autonomisti vari è il mancato ritorno delle tasse pagate nei territori dove esse sono state pagate.
Senza dimenticare che certi ragionamenti possono portare agli estremi che descrissi qui, c'è un problema di comprensione di base.

Esistono due tipi di tasse.
Le tasse locali e quelle nazionali.

Le tasse locali vengono raccolte dagli enti locali e dagli stessi vengono usate. Che vengano usate bene o male, non possono comunque uscire dall'ambito locale.

Le tasse nazionali, dovunque vengano raccolte, appartengono allo Stato e basta, non hanno nulla a che vedere con le regioni, con le varie entità locali dove vengono raccolte.
In Italia non esiste nessun trasferimento da una regione all'altra. Esiste solo il trasferimento dallo Stato alle varie regioni (o altre entità locali).

Quindi quando, per esempio, un Salvini sbraita sui trasferimenti dalla Lombardia alla Calabria, per esempio,sbraita sul nulla: detti trasferimenti non esistono.

Le tasse locali raccolte dalla regione Lombardia rimangono già in Lombardia, non servono leggi per garantirlo.
Le tasse nazionali - dovunque vengano raccolte - appartengono allo Stato e lo Stato le utilizza dove servono. A vantaggio dell'intero paese. Punto.
È lo Stato a trasferire da sé stesso alle periferie (tra cui vi sono anche le regioni ricche come Lombardia, Piemonte o Emilia Romagna) in base ai bisogni delle stesse, non esiste nessun trasferimento da regione a regione.

Saluti,

Mauro.

Il malinteso sulla fuga dei cervelli

Ormai da anni (già dagli ultimi tempi della cosiddetta prima repubblica) si parla del problema della fuga dei cervelli, cioè dei laureati italiani che vanno a cercar successo all'estero (che poi lo trovino anche è un altro discorso, visto che la stampa italiana riporta solo le storie di successo... ma parlare di questo non è comunque lo scopo di questo articolo).

Il concetto di base delle lamentele è: se i giovani devono scappare l'università ha fallito. E giù con nuove riforme dell'università a ogni nuovo governo.
Dimostrando di non avere capito un belino del problema.

Primo: se i giovani scappano dopo la laurea (breve o lunga che sia), significa che il vero problema è ciò che c'è (o non c'è) dopo l'università, non l'università stessa.

Secondo: se questi laureati italiani vengono accolti a braccia aperte all'estero, significa che l'università italiana qualcosa da offrire ha (io stesso ricordo quando nel 1996 mi presentai per un posto di ricercatore in Germania: a un candidato inglese venne chiesto un master per pareggiare la mia laurea - senza master - italiana).

Terzo: la mobilità dei ricercatori e degli scienziati è sempre stata vista come un valore aggiunto per i ricercatori/scienziati stessi e per le università di partenza e di arrivo... quindi il problema delle università italiane non sono i cervelli che se ne vanno, ma quelli che non arrivano!

Facciamola breve.
Freghiamocene se i ragazzi italiani se ne vanno. In realtà è un bene.
Preoccupiamoci piuttosto se i ragazzi stranieri non vengono. Questo è il vero problema.

Saluti,

Mauro.

sabato 24 febbraio 2018

No, lui non ha dato la pensione agli italiani

Uno dei mantra dei neofascisti alla carbonara è il fatto che Mussolini abbia dato le pensioni agli italiani.
Talmente ripetuto, talmente urlato che hanno finito per crederci anche coloro che neofascisti non sono.

Bene, sappiate che è una bufala.

Le pensioni sono state introdotte in Italia nel 1898 (ben prima dell'arrivo del fascismo, quindi) con la fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai, su base volontaria.
Nel 1919 (quindi sempre prima dell'arrivo del fascismo) l'iscrizione a detta cassa diventa obbligatoria, quindi nascono le pensioni come le conosciamo oggi (a livello di principio, non certo di qualità).
Nel 1933 (quindi ben dopo l'arrivo del fascismo, quindi anche se gli sbraitatori di cui sopra avessero ragione, dovrebbero comunque spiegarci perché Mussolini ha dormito 11 anni prima di fare qualcosa) tale cassa viene trasformata in Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), estendendo le categorie con diritto di pensione.

Va osservato che l'ampliamento dei diritti pensionistici è stato un processo continuo, cominciato prima del fascismo, continuato durante lo stesso e decisamente accelerato dopo la seconda guerra mondiale, quindi anche volendogli dare solo il merito dell'ampliamento... beh, è un merito ben piccolo, visto quanto sopra.

Qualcuno - lo so, perché è una cosa che ho già sentito - ora tirerà fuori che sì, va beh... ma lui ha introdotto le pensioni sociali!
Altra bufala.
Le pensioni sociali non sono - udite, udite! - né merito del fascismo, né dell'antifascismo, essendo state introdotte nel 1969 (sì, 26 anni dopo la caduta del fascismo, 24 anni dopo la fine della guerra e 21 anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione) a seguito delle lotte per i diritti civili degli anni '60.

Il riassunto breve di questa storia lo trovate su Wikipedia. Tramite i link ivi presenti potete scoprire di più.

Saluti,

Mauro.

giovedì 22 febbraio 2018

L'inflazione, la matematica e l'ignoranza - Insistono

Oggi dopo aver letto l'articolo di Genova Today intitolato Inflazione, Genova è la seconda città più cara d'Italia mi è venuta voglia di scrivere qualcosa per bastonarli, vista l'ignoranza matematica.

Poi mi sono accorto che lo avevo già scritto nel 2013, allora per bastonare il TG3, nell'articolo L'inflazione, la matematica e l'ignoranza.

Quando i giornalisti impareranno non dico a usare correttamente, ma almeno a rispettare la matematica sarà sempre troppo tardi.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 21 febbraio 2018

La moda delle cose quantiche

Oggi siamo circondati di fuffa pseudoscientifica di ogni tipo. Non serve che vi faccia un elenco.

Certe volte si capisce subito che è fuffa, certe volte bisogna approfondire il tema prima di capirlo (anche se i promotori cercano di convincerci semplicemente a fidarsi).
Certe volte invece la cosa è semplicissima, basta la presenza di una singola parola e sai già che puoi (anzi devi) buttare nel cesso.

Uno di questi casi è la moda delle cose "quantiche", che vorrebbe farci credere che si tratta di cose derivate dalla fisica dei quanti.

Ecco, in italiano non esiste nulla di quantico. La scienza, la fisica in questione sono quantistiche, non quantiche.

Quindi basta la parola: prendete tutto ciò che è quantico, buttatelo nel cesso e tirate lo sciacquone.

Saluti,

Mauro.

martedì 20 febbraio 2018

Una piccola storia di social

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a rilanciare una bufala: l'assenteismo di Salvini al Parlamento Europeo.
Come dimostrano i numeri è una leggenda metropolitana, ma dura a morire. Salvini non è certo recordman di presenze, ma (almeno rispetto alla media) non lo si può certo definire assenteista.
Una persona che ha letto il mio tweet mi ha corretto (pacatamente e portando argomenti, come dovrebbe sempre essere, e non come spesso accade accusando chi sbaglia di chissà cosa).
Preso nota della sua correzione non ho cancellato il mio tweet originario ma ne ho pubblicato uno in cui ammettevo l'errore e mi scusavo con Salvini e con i lettori per l'errore stesso (trovo scorretto cancellare gli errori facendo finta di non averli mai commessi come ha fatto, per esempio, il Post in una recente occasione).

E la cosa normalmente finirebbe qui.
Uno sbaglia, viene corretto, rettifica e si scusa e poi la vita va avanti.

Se non fosse che la cosa è successa su un social network...
E quindi?
E quindi il mio tweet originario (quello con l'errore) ha ricevuto vari "like" e "retweet". Il tweet con cui sono stato corretto e quello in cui mi scusavo no. Io e il mio "correttore" ci siamo apprezzati a vicenda con un like, ma praticamente nessun altro lo ha fatto.
La cosa più grave però non è tanto questa... quanto che il mio tweet originario ha ricevuto like e retweet anche dopo la pubblicazione di correzione e scuse.

Perché?
Io personalmente vedo due motivi (due motivi principali, in realtà ce ne sono più di due):
1) La gente agisce prima di leggere tutto, cioè pur vedendo che la discussione continuava con altri tweet, molti lettori si sono fermati al mio primo;
2) Essendo sia io che la persona che mi ha corretto non certo salviniani (anzi né io né lui lo apprezziamo, ma proprio per niente) è probabile che anche la maggioranza dei nostri lettori non lo apprezzino... quindi meglio una notizia falsa contro, che una vera a favore.

Tempi tristi.

Saluti,

Mauro.

I misteri del tedesco 10 - Capire la stazione

Ci sono situazioni in cui i tedeschi capiscono solo stazione.
Vi sembra una frase assurda? In effetti la è. Ma è nonostante tutto corretta ed è comunque ampiamente usata.

Infatti quando in tedesco si vuole dire di non capire nulla (spesso sottintendendo di non voler capire nulla) si usa l'espressione "nur Bahnhof verstehen" (generalmente espresso in prima persona come "ich verstehe nur Bahnhof") che tradotto in italiano letteralmente significa "capire solo stazione" (trasposto nella prima persona di cui sopra: "io capisco solo stazione"), anche se in italiano uno questa espressione non la capirebbe e direbbe semplicemente "non capire nulla" (in prima persona "io non capisco nulla").

Ma da dove viene questa strana espressione?

L'origine è in realtà poco chiara, ma viene spesso riportata alla prima guerra mondiale, dove i soldati in licenza (o, a maggior ragione, quelli sbandati dopo l'armistizio) capivano solo "stazione", cioè gli interessava solo arrivare alla stazione (di partenza e/o di arrivo) e non gli interessava nulla di tutto ciò che stava prima, in mezzo o dopo.
L'espressione si diffuse in Germania comunque negli anni '20 e '30 del '900, quindi dopo, ma non immediatamente dopo, la prima guerra mondiale.
Possibile è che l'espressione sia veramente nata come sopra descritto, ma abbia avuto successo solo grazie ai romanzi di Hans Fallada degli anni '30 nei quali vi erano numerosi riferimenti alla guerra e in cui veniva spesso usata questa espressione (spesso nella forma "immer Bahnhof verstehen", cioè "capire sempre stazione").

Saluti (dalla stazione),

Mauro.

Altre puntate:
I misteri del tedesco 1
I misteri del tedesco 2
I misteri del tedesco 3
I misteri del tedesco 4
I misteri del tedesco 5
I misteri del tedesco 6
I misteri del tedesco 7
I misteri del tedesco 8
I misteri del tedesco 9
I misteri del tedesco 11
I misteri del tedesco 12
I misteri del tedesco 13

lunedì 19 febbraio 2018

La Turchia e la democrazia

Nei giorni scorsi si è tenuta a Monaco di Baviera l'annuale Conferenza sulla Sicurezza.

La delegazione turca era alloggiata in un albergo dove erano presnti anche altre politici, tra cui il parlamentare tedesco Cem Özdemir dei Verdi.
Cem Özdemir è un normale politico che come ogni politico può piacere o no, ma ha due caratteristiche che per la delegazione turca costituivano un problema: Özdemir è di genitori turchi emigrati in Germania negli anni '60 ed è sempre stato critico nei confronti della politica di Erdogan (tra l'altro critiche sempre espresse in maniera civile e mai sopra le righe).

Quindi cosa è successo?
La delegazione turca ha chiesto alle autorità tedesche di allorntare il "terrorista" (sì, lo hanno proprio definito così, neanche fiancheggiatori, sostenitore o amico del terrorismo, proprio terrorista tout court) dall'albergo dove alloggiavano entrambi.

Come ha reagito la Germania?
Ha concesso a Özdemir una scorta di polizia per la durata della conferenza senza allontanarlo dall'albergo.

Tanto per chiarire su Turchia e democrazia.

Saluti,

Mauro.

domenica 18 febbraio 2018

Le percentuali e l'assenza di cultura matematica - Il Post ha corretto

Ritorniamo per l'ultima volta sull'ormai famoso articolo del Post di cui parlai qui e qui.

Il Post ha finalmente corretto lo svarione sulle percentuali:


Però ha corretto mostrandosi scorretto: ha semplicemente sostituito le parole senza ammettere l'errore o aggiungere una nota che spiegasse la correzione.
Chiunque legga l'articolo solo ora quindi è portato a pensare che l'articolo sia stato matematicamente giusto fin dalla sua prima pubblicazione.

No, caro Post, così non va.

Saluti,

Mauro.

venerdì 16 febbraio 2018

Le percentuali e l'assenza di cultura matematica - La censura del Post

Qualche giorno fa vi raccontai qui di una figuraccia matematica del Post.

Feci notare a quelli del Post la cosa anche in un commento all'articolo stesso sul loro sito.
Ma sorpresa... censura.
Sono stati pubblicati un sacco di commenti, alcuni anche idioti e un po' volgari, ma il mio no. E neanche quello successivo in cui chiedevo spiegazioni.

E no, non era un commento volgare: in passato il Post ha pubblicato commenti molto più "coloriti" (anche miei, sono sincero).
E no, non c'entra che avessi messo nel commento un link al mio blog: in passato il Post ha accettato senza problemi commenti con link al mio blog.
E no, non c'entra che li contestavo: su altri argomenti il Post accetta senza batter ciglio contestazioni.

Però fargli notare una cazzata matematica (spiegando anche didatticamente come andrebbero fatti i conti, quindi rendendo tutto sommato un servizio ai lettori) non si può.
La matematica corretta? Non sia mai!

Ah, un'altra cosa: all'articolo in questione il Post ha chiuso i commenti in pochi giorni... cosa per lo meno anomala se non forse addirittura una première.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
E ovviamente l'errore non è stato corretto, come lo screenshot preso oggi mostra:

La puntata seguente:
Il Post ha corretto

martedì 13 febbraio 2018

Un libro necessariamente inutile

O inutilmente necessario, fate voi.

Quando sono sceso in Italia per Natale ho comprato tra gli altri l'ultimo libro di Roberto Burioni, "La congiura dei somari".
Nei giorni scorsi lo ho letto.

Scrittura semplice e scorrevole, testo e contenuti comprensibili anche a chi ha solo la terza media (al netto dell'analfabetismo funzionale dilagante), scelta dei temi e degli esempi attuale e funzionale allo scopo del libro, informazioni contenute scientificamente e fattualmente corrette.
Insomma giudizio estremamente positivo.

Eppure tale libro lascia l'amaro in bocca.
Lascia l'amaro in bocca per il semplice fatto che è stato necessario scriverlo.

In un paese dove istruzione e informazione funzionino questo libro di Burioni sarebbe assolutamente inutile, in quanto molte delle informazioni in esso contenute sarebbero patrimonio comune del cittadino medio (e anche meno che medio) e le altre facilmente recuperabili a partire dalle prime per chi ne avesse voglia.

Bel libro, ma è triste un paese che ha bisogno di questi libri.

Saluti,

Mauro.

lunedì 12 febbraio 2018

Le percentuali e l'assenza di cultura matematica

Non serve più che vi dica quanto in Italia le scienze naturali e la matematica siano disprezzate (sia sempre ringraziato Maledetto Croce).
Quando si tratta di numeri, formule, dati e simili quasi tutti sono allergici. Anche (forse soprattutto) i giornalisti.

Leggete questo articolo del Post di oggi.

In particolare questo estratto:


Notate nulla di strano?
Se non lo notate ve lo dico io. Leggete questa frase:

Circa il 13% degli abitanti era a rischio povertà nel 2013, mentre nel 2016 la percentuale è passata a più del 23%, con una crescita di più del 10%.

Vi quadra? Se vi quadra, dovete tornare a studiare matematica.

L'aumento vero è di circa 10 punti percentuali (per la precisione 10,3), che in questo caso equivalgono a un aumento di circa il 78% (prendendo i valori corretti di 23,5% e 13,2%, se prendessimo i valori arrotondati di 23% e 13% l'aumento sarebbe di circa il 77%).

Perché?
In realtà è semplice. Per semplicità consideriamo i valori arrotondati di 23% e 13% (con i valori precisi il procedimento è identico, solo calcoli un pochino più lunghi se svolti a mano).

10% è la differenza "assoluta" tra 23% e 13%, non è la differenza "percentuale" tra i due valori.
Se io, invece di 23% e 13%, vi avessi detto solo 23 e 13 voi avreste (giustamente) detto che tra i due valori c'è una differenza di 10 unità, non del 10%.
Quindi quel 10% rappresenta l'aumento in valore assoluto (potremmo qui quasi considerare il "%" come un'unità di misura).

Per calcolare l'aumento in percentuale devo fare un altro ragionamento.
Prendiamo solo 23 e 13 (e non 23% e 13%). Se io vi chiedo quant'è l'aumento percentuale passando da 13 a 23 voi cosa fareste?
Voi fareste il seguente calcolo (con dP indico l'aumento in percentuale):

dP=[(23-13)/13]x100=76,92%

Che è il modo corretto di calcolare un aumento (o una diminuzione) in percentuale.
E per 23% e 13% invece di 23 e 13 vale assolutamente la stessa cosa.

Usando i valori precisi:

dP=[(23,5-13,2)/13,2]x100=78,03%

Saluti,

Mauro.

Le puntate seguenti:
La censura del Post
Il Post ha corretto

domenica 11 febbraio 2018

Ma la Terra è piatta o cava?

Lo sviluppo di internet ha ridato voce a una particolare categoria di complottisti: quelli secondo cui la sfericità della Terra è una falsità propagata da un complotto politico-scientifico.
Sì, avete capito bene: sto parlando dei terrapiattisti, coloro che credono alla Terra piatta (e hanno anche una loro società "scientifica": la Flat Earth Society).
Non sono certo pericolosi come altri complottisti, ma quanto a mancanza di capacità logiche non sono secondi a nessuno.

Però in realtà esiste una piccola categoria di folli (in questo caso la parola folli è ancora più giustificata di complottisti) che è ancora peggio di loro: coloro che credono che la Terra sia sì sferica, ma anche cava e, udite, udite, credono che noi viviamo sulla superficie interna della stessa e non su quella esterna!
Di teorie che prevedono una Terra parzialmente o totalmente cava ce ne sono sempre state nel corso delle epoche. Alcune la prevedevano cava ma con il mondo come lo conosciamo solo all'esterno, altre prevedevano che oltre al nostro mondo esterno ci fossero anche mondi interni.
Ma la più incredibile, quella a cui mi riferivo all'inizio del paragrafo e alla quale come detto nonostante tutto ancora oggi qualcuno crede, è la teoria della Terra concava.
Secondo questa teoria la Terra è cava e noi viviamo al suo interno (col Sole al centro della sfera).

Insomma... i terrapiattisti rischiano di sembrar quasi ragionevoli al confronto.

Saluti,

Mauro.

I misteri del tedesco 9 - Avere il maiale

Qualche giorno fa, parlando di una puntata dell'Eredità vi avevo introdotto l'espressione tedesca Schwein haben, che significa avere fortuna, ma tradotta letteralmente sarebbe avere maiale.

Ma cosa c'entra il maiale con la fortuna?
Come animale infatti non è mica particolarmente fortunato, visto che finisce diviso tra prosciutti, salsicce e mortadelle :-)

In realtà l'origine non è chiara, anche qui in Germania non ci sono certezze.
Girano quattro teorie, non tutte ugualmente credibili, ma nessuna definitivamente da escludere.

1)
C'è chi dice che arrivi dai giochi di carte, dove un tempo l'asso (Ass in tedesco), la carta di maggior valore, veniva anche chiamato Sau, cioè scrofa. E chi aveva la carta più alta aveva fortuna (16° secolo). In Germania meridionale la parola Sau in tal senso viene usata ancora oggi.

2)
Un'altra teoria riporta ad alluvioni nella cittadina di Hannoversche Münden, dove chi riusciva a salvare il proprio maiale dai flutti aveva dopo l'alluvione una vita migliore di chi aveva perso tutto (immagini al proposito si trovano negli affreschi in municipio).

3)
Terza ipotesi (sempre dal 16° secolo) riporta a tempi difficili in cui la gente ricordava i tempi migliori ricordando di avere avuto un maiale e quindi prosciutto e altri alimentari (detto tra noi, a me questa pare tanto generica da essere tirata per i capelli).

4)
Sembra che nelle feste medievali a chi perdeva nelle gare di tiro venisse dato come premio di consolazione un maiale.
Questa ipotesi viene raccontata, ma probabilmente si tratta di una leggenda metropolitana in quanto nessun documento, neanche apocrifo, del passato riporta detta tradizione. Del resto un maiale era ai tempi un animale di troppo valore per essere concesso come premio di consolazione.

Insomma, le uniche ipotesi in qualche modo credibili sono le prime due, anche se pure per esse non vi sono prove documentali adeguate.
Boh.

Saluti,

Mauro.

Altre puntate:
I misteri del tedesco 1
I misteri del tedesco 2
I misteri del tedesco 3
I misteri del tedesco 4
I misteri del tedesco 5
I misteri del tedesco 6
I misteri del tedesco 7
I misteri del tedesco 8
I misteri del tedesco 10
I misteri del tedesco 11 
I misteri del tedesco 12
I misteri del tedesco 13

sabato 10 febbraio 2018

Ha fatto anche cose buone

Uno dei ritornelli tirati regolarmente in ballo per giustificare (o addirittura assolvere) il fascismo (in Italia, altrove la tattica viene usata per giustificare nazismo, stalinismo o altre dittature).

La mia prima reazione in questi casi è... e allora?
È logico che una dittatura possa fare anche cose buone: una dittatura fa sempre ciò che le serve per mantenere il potere, e tra le cose che le servono possono benissimo esserci anche cose buone.

Ma la cosa più importante è: se giudichiamo i singoli atti di un governo (anche il governo della peggiore delle dittature) questi atti vanno giudicati in sé stessi. E possono essere senza problemi (sì, anche senza problemi morali) giudicati sia positivi che negativi.
Però... però appunto questo vale per i singoli atti.

Se invece vogliamo giudicare il governo in sé - democratico o dittatoriale che sia - dobbiamo giudicare il complesso di quanto detto governo ha fatto, non i singoli atti isolatamente.

E per governi di stampo fascista, nazista, stalinista o simili tale giudizio complessivo non può che essere di condanna senza appello.
Indipendentemente dal giudizio sui singoli atti.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 7 febbraio 2018

Le lingue, queste sconosciute

Sto guardando la puntata odierna de L'Eredità.

Una delle domande è appena stata: "In tedesco avere fortuna si dice Schwein haben, che letteralmente significa avere...?"

Le quattro possibili risposte erano:
- due scarpe
- un'oca
- un maiale
- un quadrifoglio

La concorrente ha risposto: "Non so il tedesco, ma per assonanza con l'inglese dico un'oca".

Ma di che cazzo di assonanza parli visto che oca in inglese si dice goose?
Ci sto provando, ma non riesco a far suonare Schwein e goose allo stesso modo.
(E Frizzi mica glielo ha fatto notare, sempre che lui lo sappia).

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Sì, Schwein in tedesco è maiale.

domenica 4 febbraio 2018

La reazione alle molestie sessuali

Oggi si parla tanto delle molestie nel mondo dello spettacolo e non solo.
Però non è di questo che voglio parlarvi (però il titolo poteva portarvi a pensarlo).

Voglio parlarvi di come una normale ragazza o giovane donna tedesca avrebbe reagito fino a un paio di mesi fa (prima che Hollywood ne facesse uno scandalo mondiale) alle molestie in base a chi le perpetra (OK, un primo cambiamento ci fu dopo i fatti di Colonia del capodanno 2016, ma il cambiamento grosso sta arrivando ora... vediamo in che direzione andrà).
Come esempio prendo una molestia che è vera, grave e illegale ma è ben lontana dall'essere uno stupro (o tentato tale): la pacca sul culo.

Intanto la reazione sarebbe stata diversa a seconda del periodo: nella notte di Capodanno o nel periodo di Carnevale ci sarebbe stata una reazione, nel resto dell'anno un'altra.
E poi ci sarebbe stata una differenziazione in base all'origine dell'autore (o meglio in base a quella che sembra dal suo aspetto): tedesco o nordico, europeo del sud (categoria in cui io rientro sia come origine vera che come aspetto estetico) o dell'est, extraeuropeo.

Vi faccio una tabella in maniera che la cosa sia sufficientemente chiara.


Giudizi e commenti li lascio a voi.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Prima che qualcuno venga a spaccare il capello in quattro (oltre che le palle al sottoscritto): è chiaro che quanto sopra non vale per tutte le ragazze e giovani donne, ma per la maggioranza sì (almeno qui in Germania, ma non vedo perché altrove debba essere diverso).

No, non è un folle

Non serve che vi parli per esteso di quanto successo ieri a Macerata.
Tutti ne hanno scritto e tutti ne avete letto.

Qui voglio solo ribadire un'ovvietà, un'ovvietà che purtroppo molti (anche dalla parte avversa a Traini) stanno negando o per lo meno tacendo.
Traini non è un pazzo. O almeno non è per prima cosa un pazzo.

Per prima cosa è un terrorista.

Come lo fu Breivik (vedasi qui) nel 2011.
Non solo quelli che vengono da altre culture possono essere terroristi. Lo possono essere (e spesso lo sono) anche i "nostri".

Perché un terrorista è una persona che compie reati politicamente motivati. E quelli di Traini e Breivik lo sono.

E noi italiani questo, vista la nostra storia degli anni '70 e '80 del secolo scorso, dovremmo saperlo bene, anzi benissimo. E dovremmo saperlo riconoscere. Al di là delle posizioni politiche di ciascuno di noi.

Saluti,

Mauro.

sabato 3 febbraio 2018

Patriottismo e nazionalismo

Un patriota è uno che ama il proprio paese.

Un nazionalista è uno che odia i paesi degli altri (e spesso non sa niente del proprio).

Tutto qui.

Saluti,

Mauro.