Visualizzazione post con etichetta soldi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta soldi. Mostra tutti i post

sabato 27 giugno 2026

Perché un mondiale in tre continenti?

Riscrivo qui, in testo unico, un thread che ho appena pubblicato sui social networks.

Perché i mondiali di calcio del 2030 si svolgeranno in tre continenti diversi (Sud America, Africa ed Europa)? Semplice: perché Infantino è amico dell'Arabia Saudita, anzi del regime saudita. Ora, voi direte: che c'entra, visto che l'Arabia Saudita è in Asia? Seguitemi e capirete.

Secondo il criterio della rotazione tra i continenti introdotto qualche mondiale fa, se il mondiale 2030 fosse stato assegnato a un solo continente, l'Arabia Saudita avrebbe dovuto aspettare il 2042 (ignorando l'Oceania, come la FIFA spesso fa) o addirittura il 2046 (considerando l'Oceania). C'era ovviamente da aspettare troppo. Chissà se Infantino allora sarebbe stato ancora in sella. E chissà se i sauditi avrebbero avuto così tanta pazienza. Ma Infantino non voleva rinunciare alla prebende sottobanco, quindi si è inventato due cose. Primo: ha spinto per far unificare le candidature (originariamente separate) di Marocco e di Spagna/Portogallo. Secondo: con la scusa del centenario del primo mondiale (1930) si è inventato di far inaugurare il mondiale 2030 in Sud America, dove si tenne il mondiale 1930. Così facendo ha fatto fuori in un colpo solo tre continenti (e il Nord America era già fuori, ospitandolo quest'anno). Rimanevano quindi solo Asia e Oceania (che non conta, visto che l'Australia è nella federazione asiatica e il resto dell'Oceania non è in grado di ospitare un mondiale).
Quindi problema risolto: mondiale 2034 all'Asia... e guarda caso l'Arabia Saudita era l'unico paese asiatico candidatosi. E Infantino soddisfatto, insieme alla casa Saud.

Saluti,

Mauro.

venerdì 29 maggio 2026

Il nuovo Commissario Tecnico

Dopo la terza non qualificazione di fila ai mondiali di calcio, ora si cerca non solo un nuovo presidente per la FIGC ma anche, forse soprattutto, un nuovo Commissario Tecnico, alias CT. O selezionatore che dir si voglia.

E tra i nomi che vengono fatti ritorna sempre Mancini.
Mancini ha sì guidato l'Italia alla vittoria dell'Europeo nel 2021 (vittoria che comunque dobbiamo anche all'arbitro, visto che non ha espulso Chiellini per un fallo obiettivamente da codice penale nella finale)... però poi ha mollato la nazionale senza rispetto né di contratti né di etica solo perché gli arabi lo ricoprirono di soldi (ok, che Mancini di etica e morale sappia zero a Genova lo sappiamo da sempre, ma questa è un'altra storia).

Parliamoci chiaro: come CT chiunque tranne Mancini.
Un CT non deve essere solo capace, ma deve anche dimostrare di avere un legame con la nazionale, con il Paese.
E Mancini, visto come si comportò allora, tale legame non lo ha, al limite lo potrebbe dimostrare solo pagando lui la FIGC per diventare di nuovo CT, non pretendendo di essere pagato.
Ma avido com'è... col cavolo che lo farà mai.
E, oltretutto, al di là di chi paga chi... appena qualcuno gli offrirà anche solo 10 € di più di quanto gli offra la FIGC... scapperà di nuovo, come già fece nel 2023.

Saluti,

Mauro.

domenica 15 marzo 2026

Quel furbacchione di Duplantis

Giovedì scorso Duplantis ha stabilito un nuovo record mondiale nel salto con l'asta: 6 metri e 31 centimetri.

Armand "Mondo" Duplantis è un grandissimo atleta, nessuno lo discute. Anzi uno dei più grandi di sempre. Nella sua specialità, il salto con l'asta, forse addirittura il più grande di sempre.
Due ori olimpici, tre ori mondiali, quindici record del mondo. Questi numeri dicono tutto.
Un titolo singolo puoi anche vincerlo per caso. Un record singolo puoi anche ottenerlo in una singola giornata di grazia.
Ma quando i titoli diventano tanti e i record pure... beh, allora stiamo parlando di un vero grande.
Non si discute.

Però Duplantis è sì un campione, ma è anche un furbacchione.
Perché?
Guardate la progressione dei suoi record. Vanno sempre di centimetro in centimetro. Mai una volta che superi il record precedente di due, tre o più centimetri. Sempre solo un centimetro per volta.
Ora, mi direte voi, superare un record non è facile, magari Duplantis teme di fallire se osa di più.
Sì, ma...

Il fatto è che gli sponsor nei meetings ti pagano l'ingaggio... ma ti pagano anche dei bonus se stabilisci un record.
E se superi il record precedente di tre centimetri in una sola volta (cosa che Duplantis potrebbe fare senza problemi)... ottieni un bonus.
Se invece vai di centimetro in centimetro... tre centimetri in tre meetings significano tre bonus. E Duplantis lo sa benissimo.

Campione sì, ma anche furbacchione.

Saluti,

Mauro.

P.S.: Io al suo posto farei lo stesso, sia chiaro 😉

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Festival e la musica

La "e" è ovviamente e giustamente senza accento.
E sapete altrettanto ovviamente di quale Festival parlo.

Premesso questo, veniamo alla sostanza.

Il Festival di Sanremo è ormai assolutamente inguardabile. È prolisso e palloso.
La musica, la competizione sono ormai solo il contorno. E lo sono da tanti, troppi anni.
E allora, direte voi, perché gli italiani continuano a guardarlo?
Perché ormai è un'istituzione... e gli italiani un'istituzione cercano (o più probabilmente fanno finta di cercare) di cambiarla dall'interno, non la abbattono (soprattutto se non è ufficialmente politica ma alla politica serve, come appunto il Festival), sapendo benissimo però che se rimani all'interno dell'istituzione sarà l'istituzione a inglobarti, non tu a cambiarla.

Però, come scritto sopra, il vero problema di Sanremo non è la musica.
Questa può piacere o meno, ma è solo contorno.

Il Festival dura cinque (5) giorni... e le serate durano almeno quattro (4) ore ciascuna (almeno, in realtà di più, ma prendiamo quattro ore come base), cioè in totale almeno venti (20) ore. In realtà sono ormai sempre almeno trenta (30). Almeno.
Le canzoni in concorso sono in tutto 34.
Mettiamo che tra presentazione, esibizione e un paio di parole dopo l'esibizione, ogni canzone prenda 10 minuti (in realtà sono tra 5 e 6 minuti in tutto, ma facciamo finta che...).
34 canzoni, 10 minuti a canzone... in tutto 340 minuti. Neanche sei (6) ore.
Mettiamo anche che le fai sentire tutte due volte, presumendo che tutte abbiano diritto alla finale... le canzoni (compresa presentazione e tutto, se pensassimo solo alle canzoni stesse sarebbe molto di meno) ti occupano tra le undici (11) e le dodici (12) ore.
In realtà molte di meno, non più di otto (8) ore in totale, visto che nessuna canzone, come spiegato sopra, arriva a prendere 10 minuti di tempo.

E tutto il resto del tempo?
Tutto il resto del tempo è quello che purtroppo porta al tempo stesso soldi e disprezzo al Festival.
Ospiti con canzoni già pubblicate (e quindi non presentabili in concorso), ma da pubblicizzare, marchette varie verso aziende, film, programmi RAI e simili, conduttori che sono i veri protagonisti e che allungano il brodo per stare sul palcoscenico molto più della musica (e farsi pubblicità).
Ma soprattutto... togliere spazio ad altri programmi che magari parlerebbero di cose serie (cioè scomode, indipendentemente da come ne parli).

Però Sanremo rimane (purtroppo) obiettivamente importante per la musica italiana.
E allora?
Che fare? (Come direbbe Lenin).

Io personalmente limiterei il Festival a due serate (in realtà una basterebbe, ma non voglio fare l'estremista).
La prima di qualificazione (per eliminare le canzoni meno apprezzate e per evitare di appesantire la seconda serata) e la seconda di finale (magari questa sì con ospiti vari). E con introduzioni serie, non prolisse per allungare il brodo.
Due serate, otto (8) ore al massimo in tutto (ma proprio al massimo, visto che oltretutto nella seconda serata arriverebbe solo una parte delle canzoni).
In modo da riportare la musica al centro.
E credetemi... così Sanremo verrebbe di nuovo apprezzato anche da chi ha meno di 80 anni (che siano sulla carta d'identità o nell'anima cambia poco) o da chi non è fan assoluto e perso di uno dei concorrenti.

Prendiamo l'autore di questo blog, che casualmente è il sottoscritto 😉.
Il Festival attuale non lo guardo, proprio per nulla. Neanche se mi pagano.
Del resto se in concorso ci fossero canzoni degne di essere ascoltate, queste poi si farebbero comunque strada in radio, in streaming, eccetera. Le scoprirei lo stesso. E le ascolterei (e comprerei) lo stesso. Solo con magari un po' di ritardo.
Mentre tutto il contorno, se lo guardassi, mi servirebbe solo come sonnifero (o più probabilmente come lassativo).
Un Festival di due serate compatte, centrate solo sulla musica, invece potrebbe essere anche per me apprezzabile (certo, dipenderebbe anche dal conduttore o dalla conduttrice, ma questo vale per ogni trasmissione, non solo per il Festival).
Di sicuro però non lo rifiuterei a priori e a prescindere come faccio col Festival attuale.

Buona musica a tutti.

Saluti,

Mauro.

giovedì 12 febbraio 2026

Giada D'Antonio... sci e politica

Prima che fraintendiate: Giada D'Antonio come persona non fa politica (almeno che io sappia), anzi in parte lei è forse solo una vittima della situazione, ma la sua convocazione per le Olimpiadi invernali del 2026 (e prima il paio di convocazioni in Coppa del Mondo di sci alpino) è pura politica.

In parte politica interna sportiva, ma soprattutto politica in senso assoluto.

E questo per tre motivi.
Vediamoli.

Il primo motivo (e comunque, tutto sommato, il meno importante) è l'età.
In un paese dove anche Franzoni (che ha 24 anni) viene trattato come un atleta giovane, alle prime armi, che deve ancora crescere (ok, crescere si può sempre, anche a 70/80 anni, ma avete capito cosa intendo)... una ragazzina sedicenne (che non ha ancora dimostrato nulla a parte il sapersi vendere, o meglio... hanno dimostrato i genitori di saperla vendere) che tutto sommato sa stare sugli sci è utilissima per ripulire almeno un po' l'immagine di vetustà dello sport italiano.

Il secondo motivo è decisamente più importante.
E decisamente più scomodo (infatti su questo punto mi aspetto insulti, tanti insulti).
Questo motivo ha a che fare con dove questa ragazzina è nata, cresciuta e vive: cioè Napoli.
E dove sta il problema?
Nel fatto che ovviamente gli sport invernali al sud hanno meno spazio che al nord... ma vi sembra strano? Se rispondete sì... o siete in malafede o non avete capito il punto: certi sport dipendono dal clima (e dalle tradizioni), non hanno a che fare con scelte politiche o simili, non si tratta di una qualche discriminazione, e non è essere razzisti dirlo... ma per qualcuno invece è così e quindi cerca di fare in modo che le scelte politiche comandino.
Quindi una napoletana (indipendentemente dal suo valore e dai suoi risultati) nella nazionale di sci serve politicamente.
Perché D'Antonio nella nazionale di sci ha lo stesso significato che atleti di Courmayeur o Dobbiaco (soprattutto se anche ivi giochino) avrebbero nella nazionale di pallanuoto: la prima serve a dimostrare che anche al sud si può sciare, anche lontano da piste da sci, i secondi servirebbero solo a dimostrare che anche in mezzo alle Alpi si può fare pallanuoto (e che le piscine non servono solo a imparare a nuotare, come se bastasse una piscina per fare pallanuoto), non solo nelle grandi città o in regioni di mare.

Ma purtroppo il motivo più importante, più politico (e più da condannare) per la convocazione di D'Antonio è il terzo.
E riguarda il non farsela sfuggire, riguarda la paura che si ripeta la storia di Lara Colturi, italianissima e senza legami con l'Albania... ma che ora gareggia a livello internazionale per l'Albania, perché i suoi genitori pretendevano di comandare e che la federazione obbedisse e basta.
La federazione italiana ovviamente non era d'accordo... mentre a quella albanese sono luccicati gli occhi quando papà e mamma Colturi hanno telefonato e fatto la proposta.
E i genitori di D'Antonio hanno fatto la stessa minaccia (con addirittura un peso maggiore, visto che Colturi ha entrambi i genitori italiani, D'Antonio ha padre italiano e madre colombiana)... o la nostra bimba diventa nazionale o diventerà nazionale altrove.
Come detto, per evitare tale rischio, la FISI ha quindi convocato D'Antonio per un paio di gare di Coppa del Mondo (in nessuna è arrivata in fondo) e poi per le Olimpiadi (dove anche non è arrivata mai in fondo).
Il problema è che D'Antonio non ha ancora dimostrato nulla, neanche a livello giovanile (contrariamente a Colturi), ma la storia Colturi a quanto pare brucia ancora troppo.

Il vero problema sono i genitori, sia nel caso Colturi che in quello D'Antonio (e come fu, in altri tempi e non in Italia, il caso Girardelli).
Genitori che pretendono di gestire i figli e di imporli alle federazioni. Genitori disposti a tutto (temo anche a reati, anche se in questi casi non mi pare ce ne siano stati, almeno non di mia conoscenza) pur di vedere i figlioli o le figliole partecipare alle più grandi competizioni mondiali indipendentemente dai meriti.
Oppure (anzi forse più probabilmente) genitori che hanno capito come fare i soldi (non credetevi che le federazioni di arrivo non paghino o che i genitori di cui sopra si muovano senza aspettarsi vantaggi... oltretutto essere convocati in nazionale porta già in sé qualche soldino, non è solo gloria), togliendo potere alle federazioni con minacce varie.

Saluti,

Mauro.

giovedì 9 ottobre 2025

La Serie A in Australia

Ne avrete sentito parlare tutti, o comunque in molti: a inizio febbraio la partita del campionato italiano di Serie A tra Milan e Como si giocherà (salvo retromarce dell'ultimo minuto) a Perth, in Australia.

La scusa ufficiale è che purtroppo lo stadio di Milano (San Siro o Meazza, a seconda del nome che preferite) sarà occupato dalla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Il motivo vero: soldi.
Infatti se il problema fosse stato solo sportivo c'erano una sacco di possibilità di spostare la partita in un altro stadio italiano (o, ancora più semplice, invertire andata e ritorno tra Milano e Como).

A parte ciò (cioè che non ci sono ragioni per andare all'estero, tanto meno dall'altra parte del mondo), mi ha colpito una certa cecità da parte di certi tifosi che hanno sostenuto che, dato che la Supercoppa italiana è già stata giocata più volte all'estero, non vedono la differenza, il problema.

Premesso che io non approvo neanche la Supercoppa all'estero, le differenze ci sono. Eccome se ci sono.
Primo: la Supercoppa è un trofeo secondario, non ti dà accesso a nessuna coppa europea (anche perché se arrivi a giocarla significa che hai già il pass per dette coppe), non ha il prestigio di uno scudetto o neanche di una Coppa Italia.
Ma soprattutto, secondo: la Supercoppa non viene falsata se la giochi a 10000 km o più dall'Italia , si tratta di un torneo giocato al massimo in due partite e tutte e due nello stesso posto. Il campionato invece lo falsi, visto che almeno alla prima partita dopo il ritorno dall'Australia, Milan e Como non saranno al massimo, tra jet lag, mancati allenamenti, stress, e ciò favorirà i loro avversari, falsando appunto il campionato.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 6 agosto 2025

Quello sconosciuto del TCO

No, non sto parlando del TSO... anche se molti economisti e politici il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) lo meriterebbero 😉
Sto parlando del TCO.

Purtroppo quando si parla di investimenti (sia privati che, soprattutto, pubblici) il lato economico viene generalmente valutato in base ai soldi necessari per metterlo in piedi, ergo i costi di costruzione e/o acquisto.
E questa è una grandissima belinata.
Certo, se quei soldi non li hai e non hai nessuno che te li presta, ovviamente non puoi investire, questo è ovvio.

Ma la sensatezza di un investimento non va valutata in base ai costi di costruzione/acquisto, bensì in base al TCO. Cosa significa TCO? Semplicemente "Total Cost of Ownership" (talvolta anche detto "Total Cost of Operation").
E questo tiene conto di tutti i costi dal momento della decisione di investire fino al momento in cui smantelli tutto.
E chi calcola seriamente il TCO mette sull'altra colonna tutti i guadagni, sia diretti che indiretti (e se si tratta di investimenti pubblici sia propri del pubblico che di riflesso del privato, in quanto - se onesti - di vantaggio per tutta la società).
Il costo secco di costruzione/acquisto non ti dice nulla su quanto positivo economicamente sia quell'investimento.
Ti dice solo se in quel preciso momento te lo puoi permettere oppure no.

Saluti,

Mauro.

giovedì 14 maggio 2020

Alitalia. Perché?

Io mi sto facendo domande.
Ma in questo momento su Alitalia non su Covid19.
Io ormai non ricordo più quante volte lo Stato ha dovuto (dovuto?) salvare Alitalia e quanti miliardi (oltre a questi tre) sono stati buttati per farlo.

Perché nessuno ha mai avuto il coraggio di staccare la spina?

No, non venitemi a dire che serve a salvaguardare i posti di lavoro.
Primo: i dipendenti Alitalia sono in più o meno costante calo da lungo tempo.
Secondo: i posti di lavoro non li salvi tenendo in vita aziende morte, ma facendo sì che ne vengano creati di nuovi.

E allora?

Normalmente ci sono due motivazioni in questi casi.
1) Motivazioni elettorali: il salvataggio porta voti a chi lo mette in atto.
2) Motivazioni strategiche: l'azienda in questione, pur andando male, è strategica per lo Stato.

Peccato che in questo caso non regga nessuna delle due motivazioni.
1) Quanti voti possono garantire i dipendenti Alitalia e i loro famigliari (contate pure anche l'indotto)? Tenendo anche conto che salvarla rischia di fare perdere voti presso il resto dell'elettorato?
2) Alitalia poteva essere strategica quando esistevano le cosiddette compagnie di bandiera e la concorrenza privata era trascurabile. Oggi nessuna ex compagnia di bandiera può essere considerata strategica, non solo Alitalia (neanche Lufthansa o British Airways lo sono più). Se Alitalia è strategica, allora lo sono anche ATAC, AMT e ATM.

E allora perché?

Perché? Perché? Perché?

Saluti,

Mauro.

giovedì 11 luglio 2019

Per un giusto trattamento mutualistico dell'omeopatia

In Francia si sta legiferando per rendere non rimborsabili dal sistema sanitario i "medicinali" omeopatici (virgolette non casuali).
In Germania ci sono campagne per raggiungere lo stesso obiettivo, ma le resistenze sono molto più forti che in Francia (del resto l'omeopatia è nata qui, come anche la cosiddetta Nuova Medicina Germanica e altra fuffa varia, come la Heilpraktik... ma della fuffa medica tedesca in genere ve ne parlerò un'altra volta).

Ora, è giusto non rimborsare i "medicinali" omeopatici?
Chi mi conosce sa che l'unica risposta che ci si possa attendere da me è un chiaro e deciso.
Ma... ma riflettiamo un attimo.

L'omoepatia ormai è una fede.
Se il sistema sanitario non la rimborsa più, i venditori di omeopatia chiederanno i soldi ai clienti (no, non sono pazienti, visto che l'omeopatia non è una cura, sono solo clienti). E questi pagheranno, proprio perché è una fede. E magari si indebiteranno per le "terapie" (in fondo l'omeopatia è paragonabile alla ludopatia, per molti è una dipendenza).

E allora?
Allora introduciamo il rimborso omeopatico.
Essendo un rimborso, i venditori di omeopatia non potranno chiedere nulla ai clienti, sarebbe illegale.
E oltretutto ci guadagnerebbero: secondo il loro credo, più un rimborso sarà omeopatico, più sarà diluito, più avrà effetto arricchente sui loro conti e sui loro portafogli.

Giusto?

Saluti,

Mauro.

P.S.: Qui la versione tedesca.

sabato 21 luglio 2018

Soldi buttati via

Un'installazione da perdere.
No, non ho dimenticato un "non".

Io sono un amante di Vincent Van Gogh (ok, dell'arte in generale, ma di Van Gogh in particolare).
Ho visitato più volte il museo a lui dedicato ad Amsterdam, non perdo l'occasione di visitare mostre su di lui e suoi contemporanei in giro per l'Europa, nel 1990 organizzai un viaggio nei Paesi Bassi per vedere le mostre organizzate ad Amsterdam e Otterlo per il centenario della morte, ecc., ecc.

Così ieri ho approfittato delle ferie a Genova per andare a vedere la mostra, anzi l'installazione, "Van Gogh Alive - The experience".
Sapevo che non c'erano opere originali, certo, ma da come era stata presentata credevo in un'immersione 3D, con molto materiale informativo (non che Van Gogh io lo conosca poco, ma magari qualcosa di nuovo o un modo nuovo di vedere cose note lo si può sempre scoprire).

E invece?
E invece una delusione totale. In pratica una proiezione di diapositive fatta con computer e beamer invece che con le diapositive d'antan.
E per di più piccola, male organizzata, con quattro frasette banali di e su Van Gogh (non che lui in vita sia stato un fine intellettuale, ma nelle sue lettere al fratello si trovano cose molto più interessanti che quattro banalità da biscotti della fortuna... o meglio sfortuna, vista la sfiga da lui avuta in vita).
Multimediale? Beh, se la musica di sottofondo ad accompagnare le immagini vale, allora sì, multimediale almeno la era.
E comunque ingiustificatamente cara.

Non andateci, non visitatela (né da genovesi, né da turisti e neanche quando si trasferirà in altre città).

Soldi buttati via.

Saluti,

Mauro.

domenica 15 luglio 2018

Start-Up: come diventare ricchi alla svelta (Il visionario)

Simpatico e interessante video satirico (ma non troppo) del Bayerisches Fernsehen:


Traduzione (mia) del dialogo:

Conduttore: Nel frattempo viene fuori che spesso non c'è una vera intelligenza artificiale dietro, cioè complicati algoritmi che risolvono semplici problemi, bensì impiegati malpagati vulgo persone, cosiddetti "operai del click" che digitano a mano presunte risposte automatiche a mails utilizzando l'ormai fuorimoda cervello. Quindi, persone in carne e ossa simulano intelligenza artificiale dovendo svolgere un compito enormemente noioso e stupido.
Visionario: Ma questo è bene. Per lo meno voi gioirete quando l'intelligenza artificiale prima o poi vi porterà via i vostri lavori monotoni.
C: Capisco. E lei chi è?
V: Io sono il prodotto.
C: [NdM: sullo schermo alle spalle della coppia] è anche lei.
V: Sì. Io.
C: E lei è il prodotto?
V: Chiaro, vecchio mio. Perché di cosa hai bisogno quando vuoi fondare una start-up di successo?
C: Un'idea?
V: È qualcosa da decennio passato. Idee? Chiunque ha idee. Ciò di cui uno ha bisogno sono i soldi.
C: Credevo che lo si ottenesse grazie alle idee.
V: No. Lo si ottiene per l'idea di un'idea.
C: Prego?
V: Nelle teste dei finanziatori deve formarsi l'idea che io abbia un'idea.
C: Perché?
V: Perché io sono giovane, perché io sono bravo. Perché io sono un visionario.
C: Ma lei è quindi un visionario?
V: Questa è l'idea. Mi spiego. Se non lo fossi, perché allora sarei visibile su un così grande schermo?
C: Perché ne ha uno?
V: In linea di principio è corretto. Ma perché ce l'ho?
C: Perché... ma che ne so!
V: Perché ho i soldi per comprarlo. E io ho i soldi perché sono visionario.
C: E lei è un visionario...
V: ...perché sono visibile su un grande schermo. Precisamente.
C: Ma ciò non ha [NdM: in tedesco si usa fa, che rende più logica la risposta sotto] nessun senso!
V: Senso no. Ma soldi.
C: Che lei ottiene perché i finanziatori credono che lei sia un visionario?
V: Precisamente. Mi danno soldi perché credono in me.
C: Quindi sono creditori? [NdM: in tedesco creditore e credente, hanno la stessa traduzione, Gläubiger, e su questo gioca lo scambio di battute]
V: Questo valeva un tempo. Oggi sono discepoli. Discepoli che credono nel visionario. Ma cosa succede quando non fornisco risultati? Quando non ho nessuna idea visionaria?
C: Allora, allora viene sbugiardato.
V: No. Allora ottengo più soldi. Perché se i creditori, che ora sono miei discepoli, volessero indietro i loro soldi significherebbe ammettere che io non sono un visionario e loro non sono discepoli, bensì idioti.
C: Ah ecco... Ma cosa fa lei coi nuovi finanziamenti?
V: Compro schermi più grandi per incassare più soldi con le presentazioni, con cui convinco più gente di essere un visionario.
C: Ma lei non fa quindi proprio nulla!
V: Niente? Nella mia azienda lavorano più di mille dipendenti.
C: E loro cosa fanno?
V: Amministrano i soldi, spediscono promemoria a nuovi finanziatori, che convincono a scucire ancora più soldi dicendogli che nella mia azienda lavorano più di mille dipendenti.
C: Ma i finanziatori non chiedono per cosa?
V: Sì. E io dico: per il futuro, perché sono un visionario.
C: Lei è un truffatore!
V: Ora ha capito!
C: Ah... Ah, il mondo può essere così semplice.

Vi ricorda qualcuno? 😉

E comunque non dimenticate mai quello che disse il vecchio cancelliere tedesco Helmut Schmidt: Wer Visionen hat, soll zum Arzt gehen (Chi ha visioni, deve andare dal medico).

Saluti,

Mauro.

P.S.:
NdM = Nota di Mauro.

venerdì 4 agosto 2017

Al vostro servizio... o no?

Oggi sono andato a fare un prelievo al bancomat.
Essendo la mia carta emessa da una banca tedesca senza succursali o partner in Italia, prelevare da una banca o dall'altra per me è lo stesso.
Casualmente mi sono trovato davanti allo sportello della ING-DiBa, banca tedesca appartente al gruppo olandese ING.
Inserisco la carta nell'apposita fessura e il software, riconoscendo che la carta è tedesca, mi fa apparire sullo schermo il testo in tedesco.

Peccato che mi accolga con questa schermata:


Cosa significa il testo?
Semplicemente... "Pregasi aspettare, mentre non diamo corso alla sua richiesta".

Molto gentili.

Saluti,

Mauro.

P.S.: Poi il prelievo è andato bene... era la traduzione andata male... e per fortuna che era una banca tedesca 😀