domenica 30 maggio 2021

Due storie europee: Schwabenkinder e Verdingkinder

Vorrei raccontarvi due storie. Due storie che non conoscete (a meno di non vivere in determinate zone di Svizzera, Austria e Germania). Due storie che in fondo sono, almeno in parte, la stessa storia.

Ma prima di raccontarvele voglio farvi una domanda: secondo voi la schiavitù in Europa centrale e occidentale quando è stata abolita?
No, non sto parlando dello sfruttamento, del lavoro nero, di situazioni illegali o di cose simili.
Sto parlando di schiavitù legale (anche se non ufficialmente definita così).

La maggioranza di voi mi risponderà in qualche momento del '600 o del '700.
I più pessimisti diranno che in alcune zone magari è durata fino a metà o addirittura fine '800.

Bene, siete tutti ottimisti. È durata fino a '900 ben inoltrato.

Sedetevi comodi e fatevi raccontare la storia degli Schwabenkinder (letteralmente: bambini svevi) e quella dei Verdingkinder (letteralmente: bambini mandati a lavorare).
Non sono storie per stomaci deboli, però, anche se io non userò né immagini né espressioni forti. Sappiatelo.

Partiamo dagli Schwabenkinder.

A partire dal sedicesimo secolo è documentato che bambini da famiglie e zone povere dell'Austria e della Svizzera intraprendevano il cammino verso la Svevia (regione a cavallo tra gli odierni Baden-Württemberg e Baviera, ma la parte più pregnante per la nostra storia è quella nel Württemberg) con lunghe e faticose marce, spesso guidati da sacerdoti che si facevano garanti del buon successo della cosa.
Ma perché questi bambini venivano mandati in Svevia?
Per lavorare nei campi e nelle stalle come forza lavoro a basso costo. La Svevia, in particolare la parte nel Württemberg, era allora ricca, contrariamente alle zone rurali della Svizzera e alle parti occidentali dell'Austria.
Il problema non è solo che si trattasse di lavoro infantile (cosa purtroppo ai tempi molto diffusa in tutta Europa), ma era il modo in cui questi bambini venivano reclutati: nei Kindermärkte (letteralmente: mercati dei bambini).
Dopo la marcia di molti chilometri e giorni attraverso i vari paesi questi bambini arrivavano nel sud della Svevia, dove venivano legalmente "messi all'asta" in mercati che ricordavano in tutto e per tutto i mercati degli schiavi come ce li immaginiamo negli USA prima della guerra di Secessione.
In questi mercati (il principale dei quali era a Friedrichshafen e generalmente si tenevano nella festa di San Giuseppe, il 19 marzo) i bambini venivano "affidati" ad allevatori e latifondisti con cui l'accompagnatore (spesso un sacerdote, come scritto sopra) trattava il prezzo.
Era una schiavitù temporanea, visto che tra ottobre e novembre i bambini tornavano a casa (del resto in inverno nei campi c'era poco da fare e quindi per le stalle bastavano i membri della famiglia e i dipendenti fissi), però in quei mesi era vera e propria schiavitù e i bambini tornavano a casa solo con un cambio d'abiti e pochi spiccioli di ricompensa.
In realtà ai tempi esisteva già nei paesi in questione l'obbligo scolastico... ma i paesi di partenza "liberavano" questi bambini da detto obbligo e nei paesi d'arrivo l'obbligo non valeva per i bambini stranieri.
Infatti, anche se i Kindermärkte vennero chiusi nel 1915, il fenomeno regredì e poi finì solo a partire dal 1921, quando nel Württemberg venne imposto l'obbligo scolastico anche per i bambini stranieri. Infatti ad allevatori e latifondisti a quel punto quei bambini non convenivano più, se dovevano passare tempo a scuola e non essere sempre disponibili per il lavoro.
Così poteva apparire (anche se l'immagine è in realtà un po' troppo romantica) uno di questi mercati:


Veniamo ora ai Verdingkinder.

Questa è una storia interna svizzera. Una storia di Stato. Anche se con tante comunanze e somiglianze con la storia che vi ho raccontato sopra.
A partire dall'800 in Svizzera i bambini orfani o di genitori singoli o separati (ma talvolta anche solo bambini di famiglie povere o senza fissa dimora, anche se con entrambi i genitori presenti) venivano dati via dalle famiglie stesse o portati via d'ufficio dallo Stato e quindi offerti in vendita a chi fosse interessato nei cosiddetti Verdingmärkte (letteralmente: mercati dei mandati al lavoro).
C'erano diversi metodi di assegnazione di questo bambini, ma comunque venivano venduti/comprati come forza lavoro a basso costo e trattati come schiavi o servi della gleba.
In teoria c'erano leggi per proteggere questi bambini dai maltrattamenti a cui spesso erano soggetti (anche se le autorità chiudevano volentieri un occhio), ma lo sfruttamento in stile schiavistico era legale.
Prima ho scritto "a partire dall'800" ma non vi ho detto fino a quando si è protratta questa storia. Si è protratta fino agli anni '60/'70 del '900, anche se negli ultimi anni in maniera sotterranea, non ufficiale. Anni '60/'70. Gli anni in cui sono nato io.
Qui la testimonianza di un Verdingkind (in tedesco, purtroppo).

Storie simili ci sono state anche in Svezia e in Gran Bretagna (magari anche altrove, io cito solo ciò che conosco), ma non mi risulta si siano protratte nel tempo come le due di cui vi ho raccontato.

Negli ultimi anni in Svizzera c'è stata una presa di coscienza sui Verdingkinder, quindi in rete si trova molto materiale. Su YouTube trovate anche documentari e interviste sul tema.
Sugli Schwabenkinder, anche per ragioni temporali (ma non solo), si trova meno, ma comunque un po' di materiale c'è.

Sono storie finite, almeno in Europa, che si spera che non si ripetano, ma che non vanno dimenticate.
Perché se le dimentichiamo apriamo le porte al loro ritorno.

Saluti,

Mauro.

domenica 23 maggio 2021

I jeans... mito americano, che di americano non ha nulla

Per molti, in tutto il mondo, i jeans, o meglio i blue jeans, sono parte integrante del mito americano.

Ormai tutti sappiamo che blue jeans significa semplicemente blu di Genova.
Ma cosa collega la parola jeans al nome di Genova?
Questo non tutti lo sanno: la Francia! Sì, la Francia. Vi stupite? Seguitemi.
La tela di cotone che oggi conosciamo come blue jeans è nata come tela per pantaloni da lavoro a Genova, per la precisione per i lavoratori del porto di Genova, i famosi camalli.
Però questa tela oltreoceano ci arrivò attraverso la Francia, non direttamente da Genova... e in francese Genova si dice Gênes... ma dato che gli anglofoni non sono in grado di pronunciare altre lingue (ok, anche con la propria hanno problemi, non esistendo pronuncia univoca per grafie uguali, ma adesso andiamo fuori tema) quel Gênes loro lo pronunciavano jeans. E come jeans si è diffuso nel mondo.

Chiarito questo ora mi direte: ok, la tela è nata a Genova, ma poi tutto il resto è americano, vero?
Ehm... no, anche tralasciando Genova di americano nei jeans c'è ben poco.

La tela genovese era molto grezza. Tela da lavoro, appunto.
I francesi, una volta scopertala, ne vollero fare una tela sempre da lavoro ma non così grezza come in origine.
E quindi inventarono quella che è la tela da jeans oggi più diffusa al mondo: il denim.
Perché, di sicuro non lo sapete, ma anche la parola denim è una storpiatura degli anglofoni dal francese: denim altro non significa che... de Nîmes, cioè tela di Nîmes, città francese.

Ma andiamo oltre.
Finora abbiamo parlato solo della tela, non dell'estetica.
Il modello di jeans, a livello estetico, venne definito oltreoceano dalla Levi Strauss (che noi conosciamo come Levi's) e quindi voi mi direte: quindi almeno l'estetica del jeans è americana! Almeno il design viene da oltreoceano.
Per niente.
Levi Strauss (nato Löb Strauß) era un ebreo bavarese che, trasferitosi negli Stati Uniti, creò il jeans moderno. Ma per l'aspetto estetico si ispirò in origine ai tipici pantaloni da lavoro in pelle bavaresi (ma non quelli che conoscete voi dal folklore, bensì quelli veri da lavoro, generalmente scamosciati).

Quindi, come vedete... Genova, Nîmes, Baviera.

Cosa rimane di americano?

Saluti,

Mauro.

venerdì 21 maggio 2021

Pesto genovese o alla genovese?

Il pesto è un argomento delicato, da trattare con le molle, soprattutto quando ne parlate con noi liguri.
Ne parlai già su questo blog e l'argomento torna ciclicamente a galla sui social networks.

Oggi voglio insegnarvi qualcosa, aiutarvi a riconoscere quando fidarvi e quando no.
Quando voi andate al ristorante, al supermercato, nei negozi di specialità liguri oppure in rosticceria, dove lo fanno fresco, vi troverete davanti a pesti genovesi e a pesti alla genovese.
E molti di voi neanche faranno caso alla differenza.

Eppure, sappiatelo, la differenza c'è.
Ed è anche una differenza legale, non solo qualitativa.

Il pesto infatti è un prodotto DOP (Denominazione di Origine Protetta), come molti altri prodotti tipici di qualità.
Questo significa che il pesto ha un disciplinare ben preciso, del cui controllo e applicazione si occupa il Consorzio del Pesto Genovese (e qui comincerete già a capire quale è la denominazione giusta).

Il disciplinare è questo:


Detto tutto questo ora sappiamo cosa dobbiamo cercare quando vogliamo un vero pesto come lo facciamo noi liguri:
- il Pesto Genovese è il vero pesto, quello autorizzato dal Consorzio, quello fatto secondo il disciplinare (e che, salvo imprevisti durante la preparazione o annate andate male di qualche ingrediente, è anche quello più buono, più gustoso) e solo chi lo fa seguendo il disciplinare può denominarlo così;
- il Pesto alla Genovese non è un prodotto definito, è un prodotto che si ispira al Pesto Genovese, ma che può fare chiunque senza seguire nessun disciplinare. Magari poi come gusto può piacere, non sono certo io a negarlo, ma nel 99% dei casi sarà inferiore sia come gusto che come qualità a quello fatto secondo il disciplinare.

Due osservazioni:
- se da qualche parte trovate un pesto che non segue il disciplinare (come clienti ovviamente voi, tranne rari casi, potrete controllare solo gli ingredienti) ma che è denominato "Pesto Genovese" e non "Pesto alla Genovese", quella è una truffa dal punto di vista legale, per quanto buono sia quel pesto;
- se un pesto si allontana veramente troppo dal disciplinare (come quelli che usano la rucola invece del basilico, per esempio) chi lo produce dovrebbe avere l'onestà intellettuale di non usare neanche l'espressione "Pesto alla Genovese", anche se questa non è una denominazione protetta e quindi chiunque la può usare.

C'è un'ultima cosa da dire.
Molti di voi ora diranno... e il pesto coi fagiolini e con le patate?
Vero, in Liguria trovate spesso piatti di pasta al pesto con fagiolini e patate... ma i fagiolini e le patate non fanno parte del pesto. Fanno parte della pasta, infatti vengono bolliti insieme alla pasta nella sua acqua di cottura.

Ecco, ora sapete tutto sul pesto, quindi se vi fate fregare... colpa vostra.

Saluti,

Mauro.

giovedì 20 maggio 2021

I misteri del tedesco 21 - Avere senso fa senso

Avere senso talvolta fa senso.
Mi state prendendo per matto?
Bene, seguitemi tra il tedesco e l'italiano.

In Italia se tu mi dici qualcosa che io non so, che non posso controllare, ma che trovo sensata, plausibile, credibile... ti dirò che quella cosa ha senso, che tu mi stai dicendo qualcosa che ha senso.

Se però ci troviamo nella stessa situazione in Germania, io ti dirò che quella cosa, che quello mi stai dicendo macht Sinn.
Ma in italiano la traduzione letterale di macht Sinn è fa senso. E io sinceramente mi auguro che tu non mi racconterai mai qualcosa che mi faccia senso 😉.

(Va detto che in inglese è come in tedesco: makes sense. Ma sono entrambe lingue germaniche...)

martedì 18 maggio 2021

Non sapete come è fatta la striscia di Gaza

Vorrei fare un commento sulla situazione israelo-palestinese, ma solo su quella momentanea, non facendo analisi globali. Ho letto molti scrivere che i morti civili palestinesi ci sono solo perché Hamas li usa come scudi umani.

Questo lo sostiene chi non sa di cosa parla.

Che Hamas faccia anche terrorismo lo sappiamo tutti, persino Al-Fatah stessa (cioè il partito che fu di Arafat) lo sostiene, non solo Israele o osservatori terzi.

Ma se credete che Hamas abbia bisogno di scudi umani non sapete come è fatta la striscia di Gaza.

La striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo.

Pensate che la città metropolitana di Napoli, la provincia più densamente popolata d'Italia, ha una densità di popolazione che è la metà di quella della striscia di Gaza.

E la maggioranza degli italiani considererebbe Napoli invivibile solo per la densità, per l'affollamento. Figuriamoci come considererebbe Gaza anche se fosse pacifica! A Gaza non c'è bisogno di scudi umani. Il solo viverci ti rende scudo umano: tutti sono attaccati a tutti.

Qualunque cosa faccia Hamas, la Striscia di Gaza è semplicemente un pollaio umano. Se la bombardi, uccidi civili indipendentemente da come si comporti Hamas nei loro confronti. È inevitabile.

Saluti,

Mauro.

lunedì 17 maggio 2021

Cosa rimarrebbe della Bibbia?

Negli ultimi tempi si sono accumulate notizie di iniziative (generalmente assurde) riconducibili alla cosiddetta cancel culture e più in generale al politicamente corretto.
Statue ribaltate o imbrattate, musica proibita, libri riscritti, film oscurati e chi più ne ha più ne metta.
Premesso che molte di queste notizie erano travisate (per esempio Oxford che cancella Mozart e il pentagramma musicale... Oxford non ha cancellato nulla, ha semmai integrato aggiungendo qualcosa) e che quelle giuste riportavano comunque iniziative di poche persone, non certo di massa.
Premesso ciò va detto che comunque c'è veramente una deriva pericolosa, una voglia di proibire ciò che ci disturba senza però sforzarsi di capire perché ci disturba (se lo capissimo, magari poi non ci disturberebbe più).

A me ultimamente è venuto da chiedermi (da non credente ma cresciuto in una cultura, in una famiglia cattolica... non sono appunto credente, ma non posso negare che il cattolicesimo faccia parte del mio retroterra culturale) cosa rimarrebbe della Bibbia se l'ipotetica cancel culture venisse applicata anche per essa.
Ve ne rendete conto di quanto poco rimarrebbe? In particolare del Vecchio Testamento?

Immaginate se, per esempio, la storia di Abramo e Isacco finisse sotto processo. Un padre disposto a uccidere un figlio per nulla? Ma siamo matti? Tagliare!
E il Cantico dei Cantici? Pornografia! Tagliare!

Ma anche i Vangeli... per esempio quando Matteo fa dire a Gesù; "non sono venuto a metter pace, ma spada!" Istigazione alla violenza! Tagliare!

E io parlo della Bibbia perché è il libro sacro che conosco meglio, ma non crediatevi che Corano, Talmud, Veda e compagnia bella siano meglio.

Saluti,

Mauro.

domenica 16 maggio 2021

Riparliamo delle quote rosa

Più di dieci anni fa (gennaio 2010) scrissi la mia opinione sulle quote rosa su questo blog.
Nel corso degli anni il tema non ha perso, purtroppo, importanza. Purtroppo sia che si sia favorevoli, sia che si sia contrari. Spero di non dovervi spiegare quel purtroppo.

Negli ultimi giorni la questione tra Rula Jebreal e Propaganda Live (di cui tutti avete sentito, non voglio ripetervela qui) ha riportato il tema in prima pagina.

Ma, al di là delle questioni etiche, servono le quote (rosa o di qualsiasi altro tipo)?

Parliamoci chiaro: le quote sono dannose.

Quelle rosa rischiano addirittura di fornire combustibile al maschilismo, quasi di giustificarlo.
Faccio un esempio.
Mettiamo che io partecipi a un concorso che preveda quattro assunzioni ma anche la parità di genere.
Io arrivo quarto, quindi dovrei essere uno dei quattro assunti. Ma la mia sfortuna è che davanti a me sono arrivati due uomini e una donna. E quindi io sono fuori. Serve una seconda donna. Ma dietro di me tanti altri uomini e la prima (anzi, seconda) donna arriva solo decima in graduatoria.
E non perché la commissione valutatrice sia misogina o le donne siano sceme... solo perché si sono presentate pochissime donne, quindi il risultato è statisticamente logico.
Però immaginatevi come ci sentiremmo io e gli altri uomini finiti, per merito, davanti a questa donna che poi ha ottenuto il posto.
Potreste biasimarci se diventassimo almeno un po' più maschilisti?
Se rispondete sì, siete fuori dalla realtà, vivete su un altro pianeta. O siete in malafede.

Però c'è una considerazione ancora più importante da fare e di cui parlai già nel mio articolo del 2010 citato sopra.
Le quote garantite portano la parte garantita a pensare di avere diritto a quel punto di arrivo, indipendentemente dal meritarlo.
L'uguaglianza, la parità (di genere o di qualsiasi altra cosa) invece si ottiene quando tutti hanno garantite le stesse condizioni di partenza, le stesse possibilità di studiare, di presentarsi, di mettersi in mostra, di essere presi sul serio... non quando si hanno posizioni di arrivo garantite.
Queste ultime sono la negazione della parità e dell'uguaglianza.

In sostanza le quote alla fine mortificano chi ne gode, perché in pratica è come se ti dicessero: "Da sola non ce la farai mai, quindi ti do una bella spinta" (rimango sull'esempio delle quote rosa, per questo il femminile, ma vale per ogni tipo di quota).

Il problema è culturale, non legislativo o normativo.
Affrontarlo solo dal punto di vista delle norme (anche se magari non scritte, come nel caso posto da Rula Jebreal) e delle leggi, può solo esasperarlo, non risolverlo.

Saluti,

Mauro.

sabato 1 maggio 2021

Pensa prima a te stesso, così aiuterai gli altri

Oggi durante una telefonata ho fatto una considerazione (considerazione che ho fatto già molte volte, ma più invecchio più ne sono convinto).

Io non ho una gran fiducia nell'umanità (e purtroppo i comportamenti durante la pandemia hanno dimostrato che avevo ragione).
Però è indubbio che per fortuna esistono persone altruiste, persone che si sacrificano per gli altri. Persone che talvolta proprio dimenticano sé stesse per gli altri. Bello? Beh, apparentemente sì. Ma sbagliato. Se dimentichi te stesso, agli altri non servi a nulla. E no, non ti sto dicendo che devi essere egoista.

Cosa voglio dire?
Da non credente ve lo spiego partendo da un versetto dei Vangeli, per la precisione Marco 12,31: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Esaminiamo questa semplice frase. La formulazione è chiara: devi amare te stesso e poi amerai il prossimo.
Ora lasciamo da parte i discorsi teologici e filosofici su chi sia il prossimo (ci infileremmo in un ginepraio senza fine) e guardiamo al senso della frase. Ci dice semplicemente che se non amiamo noi stessi non possiamo amare gli altri. Non c'è la base per farlo.

E di conseguenza non puoi aiutare gli altri se prima non aiuti te stesso. Tutti abbiamo problemi, chi piccoli e chi grandi, ma se io non risolvo i miei (o almeno non ci vengo a patti), col cavolo che posso aiutare te a risolvere i tuoi, anche se voglio, anche se mi impegno.
Chi vi dice "io non conto", chi si butta ad aiutarvi ignorando i propri problemi spesso è veramente una brava persona, altruista. Ma sbaglia. Se è in buona fede, danneggerà o sé stesso o voi (o entrambi). Se è in mala fede, vuole imporvi la propria visione delle cose.

Saluti,

Mauro.