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giovedì 23 luglio 2026

La cucina italiana

La cucina italiana.
È senza se e senza ma la migliore.
Ma non per il motivo che credete voi.

Ci sono piatti eccezionali e gustosissimi in Italia?
Vero. E ce ne sono veramente tanti.
Ma ce ne sono anche in Francia, Germania, Giappone, Messico e in quasi ogni altro paese (Stati Uniti esclusi, visto che le poche cose buone che fanno sono importate dall'Europa o, tramite gli schiavi, dall'Africa).
Chi lo nega è uno che non sa nulla della cucina e della cultura in generale.

Però rimane il fatto che in Italia a tavola godi di più.
E la domanda quindi è: perché?

I motivi sono due.

1) In Italia il cibo è cultura, nel senso più alto del termine. Non è semplicemente nutrirsi. E non è neanche ostentazione. È proprio cultura, anzi varietà culturale. Non solo cultura popolare o solo cultura d'élite. È entrambe. È cultura tout court, senza se e senza ma. E in cucina popolo ed élite in Italia si uniscono, si completano e quindi si moltiplicano. Non si evitano, contrariamente a quello che accade altrove.
2) Ma soprattutto l'Italia ha una varietà immensa (e in questo dobbiamo ringraziare il campanilismo e le divisioni, che in altri contesti ci hanno danneggiato e hanno impedito a lungo la nostra unità... ma che riguardo la cucina ci hanno resi i numeri uno). Io in Italia potrei vivere un anno intero, se non di più, con tre pasti al giorno senza mangiare due volte la stessa cosa. E nessun altro paese al mondo me lo permetterebbe. Altrove durerei al massimo tre mesi (forse quattro, o anche cinque, ma solo se ci mettessero in mezzo qualche piatto non proprio) senza ritrovarmi davanti un piatto già provato. 

E non c'entra la qualità.
O meglio, c'entra... ma da sola non basta, proprio per niente.
Ovvio che la qualità in Italia è incredibile. Ma lo è anche altrove. Anche qui in Germania, dove io vivo (e mangio).
Dove ci sono ingredienti di qualità, la cucina (a meno che il cuoco non sia un deficiente assunto solo perché accetta di essere pagato una miseria) è notevole ovunque. In Italia, in Germania, in India, in Brasile... persino in Inghilterra!
La differenza vera la fa la varietà. E in questa nessun paese al mondo è neanche lontanamente paragonabile a quella piccola striscia di terra chiamata Italia.

Buon appetito.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Con piatti diversi intendo veramente diversi. Per esempio: se mi fai la carbonara col guanciale o la carbonara con la pancetta non mi fai due piatti diversi. Mi fai lo stesso piatto giocando con gli ingredienti.

giovedì 21 maggio 2026

Il politichese

Tutti abbiamo sentito parlare del (e spesso sentito usare il) politichese.

Il politichese, come ogni altro gergo, non è una lingua in sé, ma è un linguaggio.
E come linguaggio è cambiato nel corso del tempo. Ma non nel senso che si è evoluto (come capita a ogni lingua e linguaggio), bensì nel senso che ha cambiato direzione.
Da linguaggio orizzontale è diventato linguaggio verticale.
Leggete oltre e capirete.

Ma prima di tutto bisogna definire cosa è il politichese.
Il politichese è un linguaggio (direi gergale, anche se la parola non rende l'idea con la necessaria precisione) usato nel mondo della politica e che sembra astruso, nebuloso a chi di politica non sa.
Esattamente come altri linguaggi gergali in altri settori.

E ora veniamo al punto.
In origine il politichese era trasversale, orizzontale.
Nel senso che, astruso o no che fosse, era comune a tutto l'arco parlamentare.
Chi faceva politica, chi capiva di politica, ma anche solo chi era abbastanza istruito, lo capiva indipendentemente dalle proprie idee politiche.
Era un linguaggio comune a tutte le forze politiche.
Magari escludeva il popolino poco istruito, ma non escludeva nessuno in base alla rappresentanza politica.

Oggi invece il politichese è diventato verticale.
Nel senso che non esclude più il popolino poco istruito. Ma esclude chi non la pensa come te.
I vari partiti usano ciascuno un proprio politichese che viene capito dai propri fans, ma non dai fans altrui. Spesso neanche dai politici di altri colori.
Perché punta sulla fidelizzazione: prima che conquistare chi non mi vota devo "incatenare" chi mi vota, non lasciarlo più andare, quindi lui mi deve capire (o almeno devo fargli credere che mi capisce).
Oggi non esiste più il politichese. Esistono i politichesi.

Saluti,

Mauro.

lunedì 17 aprile 2017

Democrazia antidemocratica

Il referendum in Turchia mi ha fatto tornare in mente una domanda che già mi frullava in testa tempo fa.

Il referendum è, almeno in teoria, il massimo esempio di democrazia (soprassediamo qui sui suoi limiti, soprattutto per stati di grandi dimensioni e lasciamo anche perdere l'ipotesi manipolazioni: la mia domanda riguarda tutti i referenda o manifestazioni democratiche analoghe, non solo quello turco).

La domanda è: Se il popolo vota democraticamente misure antidemocratiche... si può ancora parlare di democrazia?

In teoria sì, perché il popolo ha votato democraticamente... però poi la democrazia non c'è più. E allora?

Saluti,

Mauro.

lunedì 1 giugno 2015

Una buona idea nell'ambiente sbagliato

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere su Neues Deutschland un interessantissimo articolo del bravo giornalista tedesco Roberto De Lapuente dedicato ai referenda e al fatto se è il caso di far decidere alla volontà popolare su temi che possono essere sfruttati demagogicamente (o, aggiungo io, su questioni tecniche, complicate che pochi possono veramente capire bene) e la sua conclusione è scettica, pur non essendo lui in principio contrario ai referenda.
L'articolo si intitola Gute Idee im schlechten Umfeld (letteralmente "Una buona idea in un cattivo ambiente", ma in italiano rende meglio "Una buona idea nell'ambiente sbagliato").
Chiaramente De Lapuente si riferisce alla situazione tedesca. Ma il suo discorso è applicabile con minime correzioni anche all'Italia e a (quasi) ogni altro paese.

Con il suo permesso pubblico qui sotto la traduzione del suddetto articolo.
Grazie Roberto.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
In realtà io all'articolo ci sono arrivato tramite il suo blog Ad Sinistram, che consiglio a chiunque sa leggere il tedesco.

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Neues Deutschland, 28.05.2015

Una buona idea nell'ambiente sbagliato

Dopo il referendum e le sue conseguenze sul matrimonio omosessuale in Irlanda, alcuni ritengono di nuovo che giunto il momento di indire anche in Germania più referenda. In sè è una buona idea di democrazia di base. Solo le condizioni al contorno rendono scettici.

Naturalmente una persona di sinistra ha un debole per forti elementi di partecipazione in ogni campo. Se essere di sinistra significa qualcosa, allora significa essere veementemente per il fatto che le persone si gestiscano, organizzino autonomamente e conseguentemente debbano partecipare ai necessari processi decisionali. I referenda sono, particolarmente tra persone di sinistra, classici mezzi per cui ci si debba impegnare. Io ritengo gli argomenti a favore dei referenda completamente condivisibili. Ma il tutto mi provoca mal di pancia. Perché per qualche motivo partiamo dal presupposto di trovarci nelle condizioni ottimali: il cittadino colto e che pondera con intelligenza prende una decisione. E proprio a questo punto la bella teoria traballa.


Si possono naturalmente citare grandi momenti delle consultazioni popolari, per supportare questa idea fondante della democrazia di base. Risultati appunto come quello che ha visto la luce la scorsa settimana in Irlanda. Quando la maggioranza della gente vota per far sì che anche gay e lesbiche d'ora in avanti possano contrarre matrimonio, uno potrebbe anche essere orgoglioso per il referendum come mezzo di partecipazione. Il problema è che talvolta ne viene fuori anche un sacco di porcheria.

Basti pensare agli svizzeri che seguendo un impulso islamofobo si sono espressi contro i minareti e di conseguenza contro la libertà di religione. Se nei mesi precedenti Hartz IV, durante la sbornia generale per l'Agenda 2010, si fosse chiesto alla gente se bisognasse tenere al guinzaglio i disoccupati, cosa ne sarebbe venuto fuori? Può sembrare pura speculazione, ma il clima contro i parassiti sociali era già stato preparato. Il vento nuovo di queste "riforme sociali" era ampiamente apprezzato. E cosa sarebbe successo se la settimana scorsa si fosse chiesto al popolo se la riduzione dell'autonomia sindacale fosse giusta?

Nel mio libro "Unzugehörig" ("Non appartenente") invitavo già qualche anno fa a riflettere sul fatto che "in un mondo dove la formazione dell'opinione pubblica è concentrata, difficilmente ci si [può] immaginare il prezioso bene della consultazione popolare". Perché i cittadini di una mediocrazia, quale questa è, che si informano sulla stampa scandalistica e si devono lasciar istruire dalla Bild e formare economicamente dall'INSM, in realtà esercitano solo molto limitatamente un "libero" voto. Riproducono semplicemente nella cabina elettorale ciò che gli opinion maker gli hanno instillato in testa. Si indica sì la loro scelta come libera volontà, ma, come scrissi ulteriormente allora, "esaminando bene, non [è] altro che la rappresentazione inoculata, premasticata, sempre ripetentesi, spezzettata, gonfiata, condizionata, limitata e strozzata di un mondo come ci viene instillata in maniera mediaticamente efficace attraverso l'etere".

Detto più semplicemente, per ridurlo a uno semplice slogan: dove gruppi industriali come Springer o Bertelsmann guidano l'opinione pubblica, dove la Bild-Zeitung e RTL liquidano le persone con punti di vista monodimensionali sugli avvenimenti in Germania e nel mondo, lì allora la consultazione popolare non è più una così buona idea, forse è addirittura l'opposto. Diventerà uno strumento di approvazione popolare per concetti neoliberali, idee reazionarie e anacronistiche retromarce. Per la serie: "Noi ve lo abbiamo chiesto - voi lo avete approvato e perciò avete così voluto!". E il fondamento per la decisione lo si è preso così da coloro che hanno formato l'opinione pubblica contro i rifugiati economici, i musulmani o i macchinisti. Uno deve pur prendere le proprie informazioni da qualche parte.

Prima che i sostenitori della democrazia di base si delizino con sogni referendari, bisognerebbe sognare come liberarsi dall'incubo che le truppe di Bertelsmann e Springer vendono quotidianamente come giornalismo illuminato e non unilaterale. Solo allora la consultazione popolare potrà andare bene. Forse.

Roberto J. De Lapuente