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lunedì 30 marzo 2026

Statistica e grafica: come evitare di dire cose fuorvianti

Guardate questa grafica:


C'è qualcosa che non vi quadra?
No? Eppure dovrebbe.
Guardate meglio.
Vi quadra ancora tutto?
Ok, allora vi spiego.
Seguitemi.

Premettiamo che in Italia le cose non vanno bene. Sotto questo punto di vista non c'è nulla da dire: in Italia abbiamo un problema.
Ma non è questa grafica a mostrarlo, anzi dimostrarlo. Proprio per niente.

I problemi di questa grafica sono tre.

Uno è come si definisce la produttività. E non è un problema secondario... la definizione di produttività non è così univoca come si crede. Io stesso, pur avendo lavorato nel settore, non saprei darla senza se e senza ma.

Ma gli altri due problemi sono ancora più grossi e dimostrano quanto la grafica in realtà non dica nulla.

Primo: perché partire proprio dal 2004? E non dal 2000, dal 1996 o dal 2010, per esempio? Scelta ad hoc per sostenere le proprie tesi? Il sospetto è lecito, visto che generalmente in questi casi, se si vuole essere corretti, o si parte da quando ci sono dati (quindi da molto, anzi moltissimo, prima del 2004) o da quando c'è stata una cesura, uno shock (e questo non c'è stato nel 2004, c'è stato eventualmente nel 1999 - o 2002 - con l'arrivo dell'Euro, nel 2008 con la crisi iniziata col crollo di Lehman Brothers o nel 2020 a causa del Covid... ma non c'è stata nessuna cesura, nessuna crisi nel 2004).

Secondo: perché far partire tutti dallo stesso punto? Nel 2004 la produttività non era certo uguale per tutti. Quindi se metti il paese A e il paese B nel 2004 allo stesso livello, ma in realtà il paese A in quel momento aveva magari una produttività doppia del paese B, quindi al limite puoi dire che il paese B tot anni dopo è cresciuto più del paese A, ma la grafica che presenti fa credere che abbia una produttività maggiore, cosa che non è detta (anzi, è anche improbabile). Tale grafica dice solo che, percentualmente, è cresciuto di più, non che ha superato l'altro paese.
Anzi, in termini assoluti può anche essere cresciuto meno... visto che più dal basso parti... più le percentuali sembrano impressionanti, al di là dei valori assoluti.

Sono percentuali, è matematica, è statistica.
Ma il giornalismo non sa niente di tutto ciò. Non ne vuole sapere niente.

Saluti,

Mauro.

giovedì 5 marzo 2026

Iran. E ora?

L'attacco israelo-statunitense all'Iran era prevedibile. Forse inevitabile, conoscendo Trump e soprattutto i provocatori Netanyahu e Khamenei, che hanno sempre entrambi provocato l'altro per poter poi reagire, "difendersi".
Ma lasciamo perdere i giudizi personali e anche quelli giuridici (il diritto internazionale ormai non esiste più, è solo una foglia di fico per gli ignavi) e cerchiamo di capire cosa succederà ora, cosa ci aspetta.

La prima cosa da dire chiaramente è che non è un problema locale. È un problema globale. Ci riguarda tutti, qualsiasi cosa pensiamo.
Ormai ci stiamo avvicinando alla guerra globale, alla quarta guerra mondiale (sì, la quarta, la terza è stata la Guerra Fredda, anche se i due blocchi non la hanno mai combattuta frontalmente, guerra di Corea nei primi anni '50 a parte).

Non dimentichiamo che Iran e Russia sono alleati.
Il casino è che gli attuali governi di USA e Israele hanno forti legami (più espliciti per gli USA) con la Russia.
Sembra di rivedere la seconda guerra mondiale: l'URSS dapprima alleata del male (allora la Germania hitleriana, oggi l'Iran degli Ayatollah) e poi con l'occidente... come oggi è probabile che la Russia abbandoni l'Iran per parlare con gli USA, anche se senza considerare l'UE (del resto anche nel 1941 l'URSS si avvicinò in realtà solo agli USA, nei fatti di UK, Francia e altri alleati non gliene fregava nulla, anche perché ai suoi occhi nulla contavano... come agli occhi della Russia odierna).

E l'Ucraina rischia di trovarsi nella stessa situazione in cui si trovarono Finlandia o Cecoslovacchia allora.
Cercare alleati, anche appartenenti al male, non facendoti nessuno scrupolo, pur di contrastare chi ti vuole invadere come fece la Finlandia?
O subire decisioni altrui volte a "garantire la pace" (ma che provocarono la guerra) come fu costretta a fare la Cecoslovacchia?
Il comportamento USA non sembra lasciarle terze possibilità, visto che l'UE è una potenza economica ma non militare.

Tante domande aperte.
Io non ho risposte. Idee, opinioni sì, ma risposte purtroppo no.

Però a questo punto vorrei tornare all'Iran, citato nel titolo e di cui ho accennato all'inizio del testo.

Ali Khamenei è morto.
Ma la sua morte non è la fine del regime. Questo deve essere chiaro.
Khamenei non è burocraticamente assimilabile ai classici dittatori di stampo fascista, ma solo burocraticamente. Il regime di Teheran è politicamente di stampo fascista... la sinistra si fa però ingannare dal fatto che Khomeini ha abbattuto un regime di destra e filo occidentale (sì, regime, la democrazia in Iran è stata abbattuta dal regime destrorso e filo-statunitense dei Pahlavi, che andarono al potere con un colpo di Stato nel 1953, non da Khomeini nel 1978... nel 1978 si è solo cambiata dittatura).

Quindi cosa succederà con la sua morte?
Se ci si fermerà alla sua morte... non significherà nulla. Solo il cambiamento del nome di chi è "Guida Suprema", come quando Khomeini morì e Khamenei prese il suo posto.

Siamo onesti: il regime lo puoi abbattere definitivamente solo in due modi.
O con un'invasione di terra (come hai fatto con Saddam, per intenderci), i classici "boots on the ground".
O grazie a una rivolta violenta, armata interna. Le manifestazioni pacifiche portano simpatia, ma non veri cambiamenti.

La prima cosa sembra non sconfinferare gli USA (e in questo caso non li biasimo, stiamo parlando di un paese enorme, con 90 milioni di abitanti e forze militari e - soprattutto - paramilitari ben armate e preparate, l'Iran non è Grenada e neanche l'Iraq).
La seconda cosa richiederebbe oltre alla volontà popolare (che magari ci sarebbe anche, nonostante che finora non ci sia stata violenza da parte dei manifestanti) anche la presenza di un fronte di opposizione unitario. O almeno di una struttura politica definita - seppur magari minoritaria - pronta a prendere il posto degli ayatollah. E in questo momento in Iran non c'è nessuna delle due cose. (E no, non parlatemi dell'erede della dinastia Pahlavi: non ha un partito dietro di sé, parla da lontano senza sapere nulla dell'Iran attuale e soprattutto si vede come erede del vecchio Scià, non come politico democratico).

E allora?
Allora, se non ci sarà nessuna di queste due cose, succederà semplicemente che il regime sarà indebolito militarmente, non sarà più un pericolo per il resto del mondo (o almeno sarà un pericolo molto meno preoccupante che in passato), ma che per contrasto diventerà più duro, più reazionario, più violento all'interno, indebolendosi sì militarmente ma rafforzandosi da un punto di vista poliziesco. Si chiuderà come una Corea del Nord.

Ovviamente spero che tutto finisca meglio di come io penso e di essere il classico pessimista cosmico... però le premesse sono queste.
Vedremo come si svilupperanno le cose.

Saluti,

Mauro.

giovedì 12 febbraio 2026

Un ragionamento non proprio corretto

Oggi Linkiesta ha pubblicato un articolo interessante, spontaneamente (cioè prima di riflettere) condivisibile... ma che in realtà è un'unica grande fallacia logica.

La sostanza dell'articolo è che l'UE, se fosse unita, sarebbe anche una potenza sportiva, praticamente imbattibile.
E Marco Ghetti (l'autore dell'articolo) lo dimostra sommando le medaglie vinte dai vari paesi UE e presentando questo "medagliere" (prima delle medaglie distribuite oggi, contando anche quelle odierne la potenza europea sarebbe ancora più potente):


Dove sta l'inghippo?
Ogni paese può presentare in ogni disciplina un numero limitato di concorrenti.
Le regole variano da sport a sport (e dai ranking mondiali: qualcuno può iscrivere più atleti e qualcun altro meno), ma generalmente questo numero varia da 1 a 4.

E qui arriva la fallacia logica di cui sopra.
Ve la spiego.

Facciamo finta che in una disciplina ogni paese possa presentare 3 atleti, senza eccezioni.
Gli USA presenteranno 3 atleti, la Norvegia 3, la Cina 3, il Regno Unito 3, la Svizzera 3, eccetera.
E la UE? Se si presentasse come paese unico potrebbe presentare solo 3 atleti... ma fino a che non è un paese unico potrà presentare 3 tedeschi, 3 italiani, 3 francesi, 3 polacchi, 3 svedesi, eccetera.
È quindi evidente che le probabilità di vittoria aumentano presentandosi separati... più atleti hai in gara, più possibilità hai di vincere, visto che ai Mondiali e alle Olimpiadi le sorprese sono sempre dietro l'angolo (al di là di altri discorsi di carattere statistico), in particolare nelle discipline dove le differenze tra i migliori sono piccole, dove non ci sono veri dominatori.

Prendiamo come esempio lo slittino doppio maschile di ieri: su 17 coppie in gara, 11 venivano da paesi UE.
Se la UE si fosse presentata come paese unico ne avrebbe potute presentare 3. Le altre 8 sarebbero rimaste a casa.
Ora voi mi direte: però il podio è stato tutto UE (Italia-Austria-Germania)... le tre coppie sarebbero state le prime tre comunque, avremmo "perso" solo i posti di contorno.
Ed è qui che casca l'asino!
A causa della concorrenza interna le coppie italiana (soprattutto) e austriaca non avrebbero avuto la garanzia di qualificarsi per le Olimpiadi (la coppia italiana sulla carta era la numero due anche solo in Italia... figuriamoci in UE)... e non è detto che prima e seconda al posto loro sarebbero arrivate altre coppie UE.
Molto probabilmente la coppia tedesca arrivata poi terza avrebbe sì conquistato una medaglia, forse addirittura l'oro... ma sugli altri gradini del podio difficilmente ci sarebbero state altre due coppie UE. Forse una, ma due non credo proprio.

Cosa voglio dirvi con questo?
Che la UE unita sarebbe sì con ogni probabilità la prima forza sportiva mondiale, ma non con quella dominanza che l'articolo vuol far credere.
E soprattutto che non sono quelli i calcoli seri per valutare cosa potrebbe succedere: matematica e statistica (e anche lo sport) funzionano in maniera molto più scientifica (e purtroppo spesso complessa) di quanto Ghetti creda.

Quella "dominanza" viene da una fallacia logica, da una semplice somma senza ragionamento.

Saluti,

Mauro.

lunedì 5 gennaio 2026

Qualche domanda sull'intervento USA in Venezuela

Maduro è (era) un dittatore?
Sì, su questo penso che siamo tutti d'accordo (tranne ovviamente chi dal suo regime traeva profitto).

Il popolo venezuelano è oppresso?
Anche qui la risposta è sì. Magari può non sembrarlo veramente perché il regime è meno violento di altri a noi noti, ma l'oppressione è indubitabile.

Quindi l'intervento USA è legittimo o almeno giustificato?
Legittimo di sicuro no, essendo il Venezuela un Paese sovrano con pieno controllo internazionalmente riconosciuto sul proprio territorio e, nonostante tutti suoi problemi, non certo uno Stato fallito stile Somalia o Libia.
Giustificato è in parte questione di opinioni, ma la lancetta tende anche qui decisamente verso il no, vista la mancanza di richieste d'"aiuto" da parte delle opposizioni o del popolo.

Cosa dice il diritto internazionale al proposito?
Il diritto internazionale non è codificato con la stessa precisione e dettaglio dei vari diritti interni, comunque praticamente tutti i giuristi sono concordi nel giudicare l'intervento USA contrario al diritto internazionale. 
Bisogna però distinguere tra due punti: il rapimento (o arresto, secondo gli USA) e l'incriminazione. Il primo è senza dubbio illegittimo, la seconda dipende anche da come verrà formulata dal tribunale di New York.
Qui un video che spiega molto bene la questione.

Trump ha "sfruttato" l'esempio di Putin con l'Ucraina?
Tenendo conto del livello intellettuale di Trump la cosa non è da escludere, ma ciò dimostrerebbe solo che Trump non ha capito nulla della situazione russo-ucraina.
L'unica cosa in comune tra i due interventi è l'essere in violazione del diritto internazionale. Sotto ogni altro piano sono situazioni completamente diverse.
Semmai l'intervento in Venezuela ricorda quello che gli stessi USA fecero a Panama nel 1989 contro Noriega.

Maduro è veramente un narcotrafficante?
Onestamente non lo so, ma la cosa è in realtà totalmente irrilevante, visto che il narcotraffico è stato usato solo come scusa giuridica per giustificare l'attacco.
I due punti che interessano Trump e la sua banda sono il petrolio e la Cina.
Se a Trump fosse veramente interessato il narcotraffico avrebbe attaccato la Colombia.

Ecco, cosa c'entra la Cina?
La Cina, come la Russia, ha stretto negli ultimi decenni forti legami col Venezuela, ma mentre il legame con la Russia di fatto si limitava al petrolio, la Cina andava oltre, esercitando anche influenza politica che avrebbe potuto estendersi anche a paesi vicini.
Gli USA vedevano in questo un pericolo e si sono mossi di conseguenza.

Ora la Cina cosa farà? Ci possono essere conseguenze su Taiwan?
La Cina per ora (e probabilmente non solo per ora) si muoverà giuridicamente, pretendendo il rispetto dei contratti firmati col governo venezuelano e il ripagamento dei debiti nei termini già definiti.
Chiunque vada prossimamente al governo in Venezuela, che sia succube agli USA o no, verrà visto dalla Cina come successore del governo Maduro, quindi giuridicamente vincolato ai contratti di cui sopra, salvo stipula di nuovi accordi con annullamento dei vecchi (cosa a cui la Cina acconsentirebbe solo in cambio di petroliere piene di soldi e forse neanche basterebbero).
Per quanto riguarda Taiwan non cambierà nulla: le situazioni sono diverse e soprattutto Xi mira a entrare nei libri di storia prendendosi Taiwan pacificamente, infiltrando il Parlamento dell'isola.

E il petrolio venezuelano?
Per prima cosa chiariamo che, contrariamente a quanto detto da Trump, non appartiene agli USA, ma - appunto - al Venezuela, trovandosi nel sottosuolo del Paese o in quello della sua ZEE.
Che i giacimenti vengano dati in concessione anche a compagnie estere non cambia il proprietario (del resto, p.e., se un'azienda italiana costruisce una fabbrica in Romania non è che il terreno dove è sito lo stabilimento diventa Italia solo perché l'azienda è italiana).
Quello che gli USA (o meglio le aziende statunitensi) hanno perso con la nazionalizzazione del 1976 (sì, la nazionalizzazione dell'industria petrolifera venezuelana è precedente a Chávez e Maduro) sono gli impianti di estrazione, trasporto e in parte lavorazione.
Ora Trump vuole restituire questi impianti alle aziende USA e contemporaneamente appropriarsi del petrolio venezuelano. Vedremo in quali termini lo farà.

Ora Trump metterà in pratica anche le sue minacce contro la Groenlandia?
Questo è il grande punto interrogativo del momento.
Se Trump decidesse tutto completamente da solo temo che la risposta sarebbe sì, ma nonostante tutto non è ancora un uomo solo al comando, anche se lui tale si sente.
Certo che la Groenlandia è un calibro diverso. Infatti appartiene al Regno di Danimarca, che è paese NATO e UE.
E, mentre il Venezuela era (al di là di ciò che dice il diritto internazionale) inviso a mezzo mondo, lo stesso non si può certo dire della Danimarca o anche della Groenlandia presa da sola.
Qui può veramente succedere di tutto. A questo punto ogni previsione è legittima, dalla più ottimistica alla più pessimistica.

E in tutto questo... la UE?
Incredibilmente per la UE questo potrebbe essere un assist incredibile per crescere anche politicamente nel mondo e non rimanere solo un gigante economico.
L'UE deve vincere la sua congenita timidezza e mettere finalmente all'angolo i sabotatori interni.
Ma su questo punto sono, purtroppo, decisamente pessimista.

Saluti,

Mauro.

sabato 9 agosto 2025

Il problema von der Leyen

Da ormai un bel po' di tempo Ursula von der Leyen viene attaccata qualsiasi cosa faccia (ok, anche i suoi predecessori hanno subito lo stesso trattamento, anche se non così violento... il punto in realtà non sono le singole persone, ma il concetto stesso di Europa, di UE, che ai piccoli boss locali ovviamente non piace).

Ma, premesso ciò, qualcosa che non quadra con von der Leyen c'è veramente.
Ma ciò non c'entra con suoi presunti legami con lobbies varie o cose simili.
Magari ci sono anche (io non ho prove né per difenderla né per accusarla), ma siamo onesti: anche ci fossero veramente non sarebbero qui il problema.

E allora, mi chiederete voi?

Allora il problema è Ursula von der Leyen stessa. E la Germania.
Il problema è che la signora è un'incapace. Magari è la persona più onesta del mondo, io questo non lo so, ma è indubbiamente un'incapace. E questo lo so senza dubbio.
Lo dimostrò già come ministro in Germania.
E in Germania ai tempi si cercavano - sia all'interno della CDU/CSU, il suo partito, che della politica tutta - modi di liberarsi di lei.
Era troppo incapace, anche per il suo stesso partito, ma aveva troppi agganci, troppe connessioni, troppo potere.
E quindi come liberarsi di lei?
Come è successo con tanti altri politici, in tutti i paesi: scaricarla a Bruxelles.

Ma... mentre in genere basta scaricare i politici nelle liste europee (quindi far sì che abbiano un seggio nel Parlamento europeo, ma senza cariche di vertice), la cosa non poteva funzionare con la nostra Ursula. Il suo potere all'interno della CDU era troppo forte: o le si trovava un incarico di vertice a Bruxelles o si doveva continuare a sopportarsela al governo in Germania.

Non accusiamo quindi Ursula di chissà quali crimini lobbistici (magari ci sono anche, ma fidatevi: sono il problema minore).
Mai attribuire a malizia ciò che si può spiegare con l'incapacità.

Saluti,

Mauro.

martedì 25 febbraio 2025

L'Europa e la difesa comune

Ultimamente, purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista, si sta discutendo seriamente di spesa militare europea.
Sia intesa come spesa operata direttamente dall'UE sia come spesa dei singoli paesi ma coordinata/autorizzata dall'UE.

Ora che gli USA vogliono tirarsi indietro e non impegnarsi più (o almeno non più di tanto) nel coprire l'Europa questa discussione è comunque assolutamente necessaria e doverosa.

Vanno però posti dei paletti, dei punti che non possono essere ignorati se si vogliono ottenere dei risultati seri, concreti.
Io vorrei qui citare cinque punti a mio parere significativi (non che non possano essercene altri, anzi).
Il primo in realtà è una premessa (non solo per la discussione, ma anche per la narrativa che l'informazione deciderà di farne), gli altri quattro sono veri paletti nel senso di cui sopra.

1) Molti sostengono che l'Europa ha dormito troppo, si è cullata nelle braccia statunitensi convinta che queste la avrebbero protetta in eterno.
Non è proprio così. Che l'Europa un po' abbia dormito è vero, ma non lo ha fatto nell'illusione che gli USA ci avrebbero protetto per sempre, bensì nell'illusione di un malinteso pacifismo, che dopo la caduta del muro di Berlino ci ha convinto che non sarebbero mai più scoppiate guerre sul suolo europeo (e in questa ottica molti hanno visto - e alcuni continuano a vedere - le guerre jugoslave degli anni '90 come guerre civili, non come guerre tout court).
Oltretutto non dimentichiamo mai una cosa: la "protezione", almeno fino al cambio di millennio (ma probabilmente ancora oggi), gli USA ce la hanno imposta, non è mai stata un'offerta a cui potessimo anche dire di no.

2) Un aumento della spesa, che sia gestito direttamente dalla UE o dai singoli paesi, ha senso solo se i paesi europei ragionano come una cosa sola, non come semplici alleati.
Se aumentiamo la spesa ma continuiamo ad andare ognuno per conto proprio serve a poco. La Russia sarà sempre più forte dei paesi europei presi singolarmente.
Vero che Francia (e UK, anche se ora uscito dalla UE) hanno un deterrente nucleare.
Vero che Italia e Francia hanno entrambe una marina probabilmente superiore a quella russa.
Vero che gli aerei europei (in particolare il Gripen svedese) sono superiori a quelli russi (e in molti casi anche a quelli statunitensi).
Ma i numeri contano: la Russia, se mettiamo insieme marina, esercito e aviazione, ha numeri che nessun paese europeo da solo può contrastare. E possibilità di mobilitazione forzata che le democrazie non si possono permettere.
Se non vere e proprie forze armate comuni, l'UE deve almeno darsi un comando militare comune che abbia la possibilità legale se necessario di scavalcare gli stati maggiori dei singoli paesi e mobilitarne le truppe di propria iniziativa.

3) Anche se stiamo parlando di UE e siamo in era post Brexit, non si può parlare di difesa comune europea senza coinvolgere anche il Regno Unito.
Conviene a entrambe le parti (UE e UK) andare a braccetto su questo tema. Per motivi sia militari che politici (e ovviamente economici).
E sotto questo punto di vista il discorso non cambierebbe anche dovessero tornare al potere a Londra gli artefici della Brexit. Coglioni sì, ma suicidi no... almeno lo spero per loro 😉
Oltretutto il Regno Unito con la Brexit aveva puntato una partnership preferenziale con gli USA... puntata che si è dimostrata perdente. E a Londra i Tories sono i primi a rendersene conto.

4) Nonostante il comportamento USA non bisogna fare l'errore di costruire una difesa comune europea in alternativa o, peggio, in contrapposizione alla NATO.
Tenendo anche conto che 23 dei 27 paesi UE sono anche paesi NATO (Austria, Cipro, Irlanda e Malta sono gli unici a non essere nella NATO) si capisce come una contrapposizione indebolirebbe entrambe le parti.
Non dico che la UE debba entrare come istituzione nella NATO (anzi, sostengo che non debba farlo), ma le due istituzioni devono essere forti alleati, Trump o non Trump.

5) E non bisogna fare l'errore di sottovalutare la componente industriale della difesa.
Una difesa comune forte non può prescindere da un'industria militare europea forte.
Sia ben chiaro: non voglio fare lo statalista e chiedere ai paesi europei o alla UE stessa di diventare imprenditori nel settore militare più di quanto già non siano, ma le forze armate europee devono poter contare su attrezzature europee, non essere obbligate (come Trump e Hegseth vorrebbero) a comprare dagli USA.
Le eccellenze tra UE e UK le abbiamo: Airbus, Saab, Leonardo, Rheinmetall, Thales-Alenia, BAE, Dassault, ecc.
Che si compri a livello UE o che si compri ognuno per sé, è lì che bisogna comprare.

Saluti,

Mauro.

lunedì 8 luglio 2024

Un'occasione comunicativa mancata

In questi giorni ho riflettuto su una cosa riguardo alla storia dei leghisti e dei tappi di plastica. A parte che i leghisti (ma anche altri in giro per l'Europa, purtroppo non erano soli) si sono resi ridicoli con questa storia. A parte ciò, va detto che l'UE ha perso un'occasione.

La decisione sui tappi è stata presa per ragioni ecologiche, per evitare che i tappi di plastica si disperdano per l'ambiente (se ti cade una bottiglia generalmente la raccogli, se ti cade solo il tappo... siamo sinceri: quattro gatti lo raccolgono). E fin qui tutto bene.
Proteggere l'ambiente è sacrosanto, anche se alla parola ambiente purtroppo molti sono allergici.

E allora dove è che la UE ha perso un'occasione?
Il non poter staccare il tappo dalla bottiglia ha un effetto collaterale non voluto, ma importantissimo.
Diventa praticamente impossibile che bambini e animali domestici possano ingoiarlo. Non è una cosa da poco, pensateci.
Ma la UE ha ragionato coi paraocchi: la cosa è stata fatta per l'ambiente, quindi solo di ambiente bisogna parlare. Il resto non c'è, non conta, non interessa.
Se a Bruxelles si fossero resi conto di questo effetto collaterale e lo avessero usato, avrebbero messo a tacere subito gli idioti del tappo. Perché chi non vuole proteggere bambini e animali domestici?
Ecco, la UE ha perso un'occasione comunicativa.

Saluti,

Mauro.

martedì 8 agosto 2023

Riusciremo mai a fare gli Stati Uniti d'Europa?

Come chi mi conosce sa, gli Stati Uniti d'Europa sono un mio sogno. Lo espressi in maniera inequivocabile qui nel 2018.
E quel sogno continuo ad averlo.

Ma oggi Lele in un commento a questo mio post del 5 agosto scorso mi ha chiesto esplicitamente: "riusciremo mai a fare gli Stati Uniti d'Europa?".
E qui si parla di realtà, non di sogni.

Se devo essere realista dico che la Comunità Europea originaria, quella a 6 stati (Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) aveva tutte le potenzialità per diventare gli Stati Uniti d'Europa.
Nonostante tutte le differenze, il retroterra comune, le necessità comuni erano forti, presenti e sono convinto che alla lunga, anche se non senza difficoltà, ci si sarebbe arrivati.

E questa speranza, anche se con meno convinzione, è durata fino al 2004, fino a che l'Europa era a 14 (anzi a 15, visto che il Regno Unito era ancora dentro). Cominciava, con l'allargamento del 1995, a esserci meno omegeneità, ma le basi comuni erano ancora forti.

Con l'ampliamento affrettato a est del 2004 (e successivi), nonostante tutti i proclami, si è definitivamente detto addio a questa speranza.
Ampliamento troppo affrettato, troppo vasto e troppo snaturante. Troppe le differenze tra i membri a questo punto. E troppo tenute nascoste, o meglio sottovalutate, pur di allargarsi velocemente.
Nel 2004, di fatto, l'Europa ha rinunciato al sogno di una vera unità per limitarsi a essere una sorta di ONU continentale.

Ergo, rispondendo a Lele: no, non riusciremo mai a fare gli Stati Uniti d'Europa.

Spero che la storia mi smentisca, ovviamente.

Saluti,

Mauro.

martedì 3 maggio 2022

Siamo in guerra?

Negli ultimi giorni sono sempre più frequenti le affermazioni secondo cui siamo già in guerra. Sia come Italia (o Germania, dove vivo), sia come UE o NATO.

Ma cosa significa "essere in guerra"?'
Quando si è tecnicamente in guerra?
Questa è la domanda importante, cosa significa essere in guerra in termini di diritto.
Quello che noi sentiamo e proviamo ha sì un valore morale... ma, appunto, solo morale, nient'altro. E dato che il livello morale è soggettivo, cambia da persona a persona... in questo caso non conta.

Quindi, usando criteri oggettivi, siamo in guerra o no?

No, non lo siamo.
Essere in guerra presuppone due fatti.
1) Avere dichiarato guerra (o altre dichiarazioni magari non così esplicite, ma comunque non interpretabili);
2) Avere truppe sul campo, magari non direttamente combattenti, ma comunque vicine e di sostegno a chi combatte.

E nessuno dei due fatti esiste.

Sosteniamo l'Ucraina con armi e fondi?
Sì, vero, ma più o meno direttamente lo facciamo anche con la Russia, che vi piaccia o meno (insomma, teniamo il piede in due scarpe).

Cosa significa questo?
Che a livello di diritto non siamo in guerra, ma stiamo facendo un grande esercizio di ipocrisia (e non vale solo per l'Italia, anzi Germania e Regno Unito stanno facendo esercizi di ipocrisia ben peggiori, soprattutto la Germania).
E purtroppo questo esercizio lo stiamo di fatto facendo a favore della Russia, non dell'Ucraina (e anche qui la Germania lo sta facendo molto più di noi e di chiunque altro).

Saluti,

Mauro.

domenica 3 maggio 2020

Domande sull'Italia (e non solo)

Oggi pomeriggio in un gruppo chiuso su Twitter, Enrico Marani ha posto alcune interessanti domande, prima generiche e poi specifiche sull'Italia.
Visto che mi aveva indirettamente chiamato in causa, invitando i membri che vivono all'estero, ho provato a rispondere alle sue domande.
In base, ovviamente, alle mie conoscenze, idee e opinioni.
Non vi posso mettere il link al dialogo originale perché, essendo un gruppo chiuso, non vedreste comunque niente.

Vediamo le domande e le mie risposte (queste ultime un po' più articolate rispetto a quanto scritto su Twitter).

La domanda semplice: qual è il peso della dimensione nazionale di un paese in relazione a quella internazionale? A volte nella discussione sembra che il "cortile di casa" sia un semplice pollaio per allocchi, mentre le decisioni vere siano prese in UE, BCE, Cina, USA, ecc.

La domanda in realtà non è semplice quanto sembra.
Se penso a dove vivo, la Germania, il "cortile di casa" è molto importante, sia per la politica che per la gente.
Ma non solo a livello nazionale, anche a livello regionale dei singoli Länder.
Anche le decisioni della UE a cui la Germania deve semplicemente obbedire (o magari non è obbligata, ma le convengono quindi le accetta e basta) vengono spesso presentate come decisioni prese "con la" UE e non "dalla" UE, per far sì che vengano accettate più facilmente (e per evitare che la UE venga considerata una dittatura).

Detto questo ritenete quindi importante seguire sviluppo nazionale con attenzione? Capita, almeno a me è capitato, di sentirsi dire, ma cosa segui queste cose che non contano nulla, pensa più in grande.

Intanto va detto che "pensare in grande" io personalmente lo associo più ai temi che al livello "geografico", locale o globale che sia.
Comunque al di là di questo la risposta a questa domanda è a mio parere più semplice di quella precedente.
Per quanto possibile bisognerebbe sempre cercare di seguire in parallelo sia il livello locale che quello globale.

E poi vi chiedo di Italia. [...]

Italia rischia deriva venezuelana?


Se non fossimo dentro la UE e nell'area Euro, avrei effettivamente paura. La mentalità pentastellata è quella. E quella leghista o di FdI non è molto diversa (quindi tornassero al potere da questo punto di vista non cambierebbe niente).
Per questo - pur con tutti gli errori che sta facendo la UE - serve che l'Italia resti attaccata con le unghie e con i denti all'Europa.
È vitale che lo faccia, comunque si comporti la UE.

Conte è unica opzione plausibile?

Io credo che il Conte II non fosse l'unica opzione plausibile/possibile alla caduta del Conte I.
Io continuo a essere convinto che il PD abbia commesso un errore nel non voler andare alle urne, la paura è stata cattiva consigliera (ne scrissi qui).
Oggi purtroppo non vedo alternativa a Conte all'interno del Parlamento, nel senso che non vedo possibili maggioranze alternative.
A meno di non passare a un governo tecnico o "del Presidente".
Ma al di là del dubbio sul se e quanti partiti lo accetterebbero (tale governo dovrebbe avere comunque la fiducia del Parlamento), chi sarebbe così pazzo da accettare oggi l'incarico per guidare detto governo?
Draghi? Cottarelli? Cartabia? Colao? Altri?
Comunque li si giudichi politicamente, pazzi non sono, quindi non credo si suiciderebbero accettando.

Conte essendo da sempre un paravento chi rappresenta?

Conte I rappresentava, senza se e senza ma, Casaleggio e chi sta dietro Casaleggio.
Conte II è un mistero. Certo non si è ancora staccato, svincolato da Casaleggio, ma lo rappresenta quanto lo rappresentava Conte I?
In realtà sembra guardarsi intorno, come a cercare chi possa garantirgli maggiori possibilità di sopravvivenza politica.

C'è da preoccuparsi per attuale situazione o si esagera inutilmente?

Obiettivamente noi italiani tendiamo sempre a esagerare ogni situazione, in un senso o nell'altro, ma la situazione è sicuramente seria e pericolosa.
Al di là degli eventuali fini di chi dovesse tirare le fila da dietro le quinte, mai abbiamo avuto una classe dirigente (e metto insieme governo e opposizione) di così basso livello intellettivo e intellettuale (e politico!) di quella attuale.
Neanche durante il peggior pentapartito o il peggior Berlusconi.

M5S è forza democratica o no?

Questa è la domanda più facile di tutte: no, il M5S non è forza democratica. E non è mai stata intenzione di chi lo ha creato che lo fosse o che lo diventasse.

Saluti,

Mauro.

giovedì 23 maggio 2019

Vestager e i paradisi fiscali

Qualche giorno fa sulla radio tedesca ho sentito una dichiarazione di Margrethe Vestager, commissaria europea alla concorrenza, in cui sosteneva che per lei i paradisi fiscali sono quelli in cui tutti pagano le tasse.

Per noi italiani e per i tedeschi (che usano l'espressione Steuerparadies) magari può sembrare un'apprezzabile provocazione, un gioco di parole per far capire che le tasse sono una cosa necessaria, giusta e utile (magari non bellissima come sostenne Padoa Schioppa, ma pur sempre più bella dell'alternativa).

Però anche se Vestager con le parole ha sì un po' giocato, lo ha fatto molto meno di quanto sembri, visto che l'espressione originale inglese, quella da cui sono poi derivate tutte le altre, è Tax Haven, cioè porto fiscale, e non (come italiani e tedeschi hanno interpretato, non so in altre lingue) Tax Heaven, cioè paradiso fiscale.

Nei parlai già qui tre anni fa. E Vestager me lo ha fatto tornare in mente.

Saluti,

Mauro.

lunedì 3 dicembre 2018

Brexit e sovranismo italico

Il video qui sotto riguarda la Brexit. Ma le conseguenze di un'eventuale uscita dell'Italia dall'UE o anche solo dall'Euro sarebbero se non identiche comunque molto simili.


Saluti,

Mauro.

giovedì 1 novembre 2018

Non voglio né più Europa né meno Europa

Ma ciò non significa che mi va bene l'Europa, la UE così com'è, con le competenze trasferite all'Europa e le competenze lasciate ai singoli stati.
E non è neanche che io considero la UE come è organizzata ora fatta bene: ci sono cose che sono state pensate bene e che funzionano bene e cose che sarebbero completamente da rifare.

Ma il punto non è cosa funziona bene e cosa no.
Il punto è se serve più Europa o se ce n'è in realtà troppa.

Bene: per me né l'una, né l'altra cosa.
Io non voglio più Europa. Io voglio solo Europa.

Io vorrei finalmente veder sparire Italia, Germania, Francia e compagnia bella come stati indipendenti e veder nascere uno stato unitario europeo.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
So che è scorretto, ma in quanto scritto sopra ho usato Europa e UE come sinonimi.
In termini attuali e politici con entrambi i termini intendo logicamente sempre e solo la UE.

lunedì 1 ottobre 2018

Il fallimento del referendum macedone

...è in realtà colpa della Grecia.

Quasi tutti i mezzi di informazione riportano i risultati del referendum macedone (per esempio qui) dicendo, chi più esplicitamente chi meno, che la Macedonia ha così rifiutato l'Europa.

Di fatto, come risultato è vero: i macedoni (non facendo raggiungere il quorum al Referendum) hanno bloccato ogni possibilità a breve termine di fare entrare il paese nella UE e nella NATO.
Però diciamo le cose come stanno: i macedoni sono stati costretti dalla Grecia a fare ciò.

Perché?
Il Referendum, con quesito unico (cioè o accettavi tutto o rifiutavi tutto), chiedeva se si volevano le trattative per entrare nell'UE e nella NATO e se si accettava l'accordo con la Grecia per il cambio del nome del paese da Macedonia a Macedonia del Nord (o formulazione analoga).
La Grecia, infatti, come membro UE o NATO ha sempre posto il veto a ogni possibilità di accordo per l'ingresso della Macedonia nelle due istituzioni.

Perché la Grecia si comporta così?
Le motivazioni ufficiali sono due (entrambe assurde):
1) Il nome Macedonia è legato alla storia greca;
2) Il timore che la Macedonia abbia pretese territoriali sulla regione greca Macedonia (quella intorno a Salonicco, per intenderci).

Perché sono entrambe assurde?
1) La Macedonia di Filippo e di Alessandro Magno non era la Grecia (ai tempi Grecia e Macedonia erano concetti separati, non solo politicamente), infatti la combattè e la conquistò. Il fatto che Alessandro riconobbe la superiorità culturale greca (in realtà di fatto poi lui si rifece solo ad Atene, non a tutta la Grecia), non significa che lui ritenesse la Macedonia come greca. Oltretutto la Macedonia storica si estendava a cavallo tra tre stati odierni: Grecia, Macedonia e Bulgaria.
2) Per quanto la Grecia abbia le pezze al culo... cosa volete che reclami la Macedonia? I rapporti di forza sono tutti a favore della Grecia, nonostante tutto, sia politicamente che economicamente che militarmente. Per di più l'ingresso nella UE e nella NATO della Macedonia sarebbe il miglior antidoto a eventuali rivendicazioni territoriali, qualunque sia il nome dello stato.

Ma forse in realtà la Grecia con queste "importanti" rivendicazioni storiche (ma soprattutto nazionalistiche) vuole solo distrarre la propria gente da problemi ben più seri.
E per far ciò è disposta a limitare la libertà di altri paesi. Paesi indipendenti e non minacciosi.

Saluti,

Mauro.

venerdì 31 agosto 2018

Ha ancora senso l'ora legale? - Sei anni dopo

Nell'ottobre del 2012 mi chiedevo se avesse ancora senso l'ora legale.

Ora la Commissione Europea, a seguito di un sondaggio tra i cittadini dell'UE, ha deciso di far partire la procedura per eliminare il cambio d'ora in tutta l'Unione.
L'idea è però quella di eliminare l'ora solare (ergo invernale) e lasciare tutto l'anno quella legale (ergo estiva).

Su Twitter io ho plaudito all'iniziativa, riproponendo quel mio vecchio articolo e - giustamente - mi è stato fatto notare che la commissione vuol fare l'opposto di quello che chiedevo io.

E io ora preciso: apparentemente 😀

Apparentemente perché la cosa assurda in realtà non è l'una o l'altra ora, bensì il cambio d'ora.
Nel 2012 io ero favorevole all'abolizione dell'ora legale, perché ai tempi le proposte erano per abolire quella.
Ma in realtà a me va benissimo abolire qualsiasi delle due: l'una o l'altra per me pari sono. Basta non dover più spostare le lancette due volte l'anno (non perché sia faticoso, ma perché è assurdo).

Per inciso: nessuno ha fatto notare (quindi ve lo dico) che abolire l'ora solare e lasciare tutto l'anno quella legale significa spostare di un fuso orario tutta l'UE.

Saluti,

Mauro.

martedì 19 giugno 2018

Siamo sicuri che le quote rosa funzionino?

Come ben sa chi mi segue da tempo (ma anche forse chi mi segue da meno tempo) io sono contro le quote (rosa o di qualsiasi altro tipo) in posti sia pubblici che privati.
Non sto qui a ripetermi: già nel gennaio del 2010 avevo espresso in questo articolo il mio pensiero e da allora non è cambiato.
Oggi magari mi spiegherei con più dettagli, citando qualche fonte in più, ma la sostanza rimarrebbe la stessa.

Ieri però un articolo pubblicato sul sito della Deutsche Welle (radio pubblica tedesca) mi ha fatto pensare che forse le quote rosa sono ancora più dannose di quello che io pensavo e che le prime a essere da queste danneggiate sono le donne stesse.
L'articolo in questione si intitola Frauen mit wenig Rückenwind (in italiano: Donne con poco vento a favore).
Scopo di questo articolo sarebbe quello di far vedere che le donne sono ancora svantaggiate per quanto riguarda le posizioni di vertice nelle aziende e che bisogna fare qualcosa al proposito.

Però, però...

Guardate questo grafico, basato su dati della commissione europea:


Questo grafico ci indica i paesi europei con la più alta percentuale di donne ai vertici delle aziende e, per confronto, il dato UE globale (il titolo del grafico letteralmente significa: Stati dell'UE con il maggior numero di donne in posizioni di vertice, il sottotitolo: Percentuale di donne nei consigli di sorveglianza e nel top management delle maggiori aziende).

Da italiano la mia prima reazione è che l'Italia (dove si parla e si straparla delle poche donne in posizioni importanti) è comunque il terzo paese d'Europa per donne ai vertici, dietro solo a Francia e Svezia (che io, sinceramente, mi sarei comunque aspettato in posizioni invertite, ma questa è un'altra storia).
Alla faccia delle lamentele e dei piagnistei.

Le considerazioni però più interessanti sono altre.

1) Intanto, almeno tra i primi cinque paesi, l'Italia è l'unico senza nessuna quota (o altra forma di tutela/promozione) per le donne nel mondo aziendale.
Eppure l'Italia, come detto, non è per niente messa male, anzi.
Forse che le quote non siano poi una strada così necessaria, così utile per ottenere dei risultati?

2) La seconda considerazione viene dal confronto tra Italia e Germania: in Germania per legge le principali società quotate in borsa (cioè di fatto quelle prese in considerazione nel grafico) devono avere almeno il 30% di donne nelle posizioni di vertice.
Eppure l'Italia supera il 32% senza quote e la Germania non raggiunge il 30% nonostante la legge.
Non sarà forse che le quote ti fanno sembrare privilegiata e quindi ti mettono contro chi ti dovrebbe assumere?
Ergo ti danneggiano?

Io lancio il sasso, vediamo cosa ne pensate voi.

Saluti,

Mauro.

giovedì 7 giugno 2018

Il discorso di Oettinger

A fine maggio è scoppiato un casino per le dichiarazioni del commissario europeo Oettinger (qui il perché non dovrebbe essere commissario indipendentemente da dette dichiarazioni) sugli elettori italiani e il nuovo governo, rilasciate in un'intervista alla Deutsche Welle.
Per chi sa il tedesco, qui si può vedere e ascoltare l'intervista completa.

Il casino è nato però non direttamente dall'intervista, ma da un tweet del giornalista della Deutsche Welle stessa Bernd Thomas Riegert (tweet ora cancellato) in cui quest'ultimo riassumeva le parole sull'Italia con "The markets will teach the Italians to vote for the right thing" (per chi ha problemi con l'inglese: "I mercati insegneranno all'Italia a votare per ciò che è giusto"), parole forti, ma soprattutto virgolettate come si dovrebbe fare solo con citazioni letterali.
E letterale questa citazione non la è proprio per niente.

Oettinger è famoso per farla (molto) fuori dal vasino quando parla e le sue parole sull'Italia non sono comunque state felici - anzi - ma comunque ben diverse da quanto riportato sopra.

Ma cosa ha detto di preciso Oettinger sull'Italia in quell'intervista?
Riprendo la trascrizione fatta dalla Süddeutsche Zeitung delle parole incriminate.

Oettinger ha detto (qui le virgolette ci stanno in quanto trascrizione letterale):
"Meine Sorge und meine Erwartung ist, dass die nächsten Wochen zeigen, dass die Märkte, dass die Staatsanleihen, dass die wirtschaftliche Entwicklung Italiens so einschneidend sein könnten, dass dies für die Wähler doch ein mögliches Signal ist, nicht Populisten von links und rechts zu wählen."

Che tradotto significa:
"La mia preoccupazione e ciò che mi attendo è che le prossime settimane mostrino che i mercati, che i titoli di stato, che l'evoluzione economica dell'Italia possano essere così drastici da far sì che siano un possibile segnale agli elettori a non votare populisti di sinistra e di destra."

Ha anche aggiunto:
"Schon jetzt ist die Entwicklung bei den Staatsanleihen, bei dem Marktwert der Banken, beim wirtschaftlichen Verlauf Italiens generell deutlich eingetrübt, negativ. Dies hat mit der möglichen Regierungsbildung zu tun. Ich kann nur hoffen, dass dies im Wahlkampf eine Rolle spielt, im Sinne eines Signals, Populisten von links und rechts nicht in die Regierungsverantwortung zu bringen."

Che significa:
"Già adesso l'evoluzione dei titoli di stato, del valore di mercato delle banche, dell'andamento economico dell'Italia è in genere nettamente opaco, negativo. Questo a che fare con la possibile formazione del governo. Io posso solo sperare che questo giochi un ruolo in campagna elettorale, come segnale di non portare populisti di sinistra e di destra a responsabilità di governo."

Parole gravi, indubbiamente, anche se meno di quanto Riegert voleva far credere.
Ma ancora più grave è stato da parte del giornalista spacciare per citazione letterale un suo riassunto (e neanche proprio corretto, oltretutto).
A quanto pare la deontologia professionale dei giornalisti non è in crisi solo in Italia.

Saluti,

Mauro.

martedì 29 maggio 2018

Perché Oettinger non dovrebbe essere commissario europeo

Oggi si è scatenato un putiferio sulle dichiarazioni del commissario europeo Günther Oettinger, tedesco (anzi peggio: svevo), riguardo la situazione italiana.
E molti a dire che uno che rilascia certe dichiarazioni non può fare il commissario europeo.

Io non ho ancora letto o ascoltato il testo originale di Oettinger (conoscendo il tedesco non ho bisogno di fidarmi di quanto viene riportato in giro in italiano o inglese), quindi non giudico ancora la cosa.

Però una cosa la posso confermare: Günther Oettinger in un mondo normale non potrebbe essere commissario europeo, indipendentemente dalle dichiarazioni odierne.
Non potrebbe e non dovrebbe esserlo a causa delle sue frequentazioni.
Frequentazioni italiane.

Ne scrissi su questo blog ormai più di otto anni fa: Günther Oettinger.

Saluti,

Mauro.

lunedì 26 marzo 2018

Solidarietà europea

Appena la Slovacchia fa fuori Robert Fico come primo ministro, l'Italia elegge Roberto Fico come presidente della Camera.

Saluti,

Mauro.

martedì 20 febbraio 2018

Una piccola storia di social

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a rilanciare una bufala: l'assenteismo di Salvini al Parlamento Europeo.
Come dimostrano i numeri è una leggenda metropolitana, ma dura a morire. Salvini non è certo recordman di presenze, ma (almeno rispetto alla media) non lo si può definire assenteista.
Una persona che ha letto il mio tweet mi ha corretto (pacatamente e portando argomenti, come dovrebbe sempre essere, e non come spesso accade accusando chi sbaglia di chissà cosa).
Preso nota della sua correzione non ho cancellato il mio tweet originario ma ne ho pubblicato uno in cui ammettevo l'errore e mi scusavo con Salvini e con i lettori per l'errore stesso (trovo scorretto cancellare gli errori facendo finta di non averli mai commessi come ha fatto, per esempio, il Post in una recente occasione).

E la cosa normalmente finirebbe qui.
Uno sbaglia, viene corretto, rettifica e si scusa e poi la vita va avanti.

Se non fosse che la cosa è successa su un social network...
E quindi?
E quindi il mio tweet originario (quello con l'errore) ha ricevuto vari "like" e "retweet". Il tweet con cui sono stato corretto e quello in cui mi scusavo no. Io e il mio "correttore" ci siamo apprezzati a vicenda con un like, ma praticamente nessun altro lo ha fatto.
La cosa più grave però non è tanto questa... quanto che il mio tweet originario ha ricevuto like e retweet anche dopo la pubblicazione di correzione e scuse.

Perché?
Io personalmente vedo due motivi (due motivi principali, in realtà ce ne sono più di due):
1) La gente agisce prima di leggere tutto, cioè pur vedendo che la discussione continuava con altri tweet, molti lettori si sono fermati al mio primo;
2) Essendo sia io che la persona che mi ha corretto non certo salviniani (anzi né io né lui lo apprezziamo, ma proprio per niente) è probabile che anche la maggioranza dei nostri lettori non lo apprezzino... quindi meglio una notizia falsa contro, che una vera a favore.

Tempi tristi.

Saluti,

Mauro.