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giovedì 23 luglio 2026

La cucina italiana

La cucina italiana.
È senza se e senza ma la migliore.
Ma non per il motivo che credete voi.

Ci sono piatti eccezionali e gustosissimi in Italia?
Vero. E ce ne sono veramente tanti.
Ma ce ne sono anche in Francia, Germania, Giappone, Messico e in quasi ogni altro paese (Stati Uniti esclusi, visto che le poche cose buone che fanno sono importate dall'Europa o, tramite gli schiavi, dall'Africa).
Chi lo nega è uno che non sa nulla della cucina e della cultura in generale.

Però rimane il fatto che in Italia a tavola godi di più.
E la domanda quindi è: perché?

I motivi sono due.

1) In Italia il cibo è cultura, nel senso più alto del termine. Non è semplicemente nutrirsi. E non è neanche ostentazione. È proprio cultura, anzi varietà culturale. Non solo cultura popolare o solo cultura d'élite. È entrambe. È cultura tout court, senza se e senza ma. E in cucina popolo ed élite in Italia si uniscono, si completano e quindi si moltiplicano. Non si evitano, contrariamente a quello che accade altrove.
2) Ma soprattutto l'Italia ha una varietà immensa (e in questo dobbiamo ringraziare il campanilismo e le divisioni, che in altri contesti ci hanno danneggiato e hanno impedito a lungo la nostra unità... ma che riguardo la cucina ci hanno resi i numeri uno). Io in Italia potrei vivere un anno intero, se non di più, con tre pasti al giorno senza mangiare due volte la stessa cosa. E nessun altro paese al mondo me lo permetterebbe. Altrove durerei al massimo tre mesi (forse quattro, o anche cinque, ma solo se ci mettessero in mezzo qualche piatto non proprio) senza ritrovarmi davanti un piatto già provato. 

E non c'entra la qualità.
O meglio, c'entra... ma da sola non basta, proprio per niente.
Ovvio che la qualità in Italia è incredibile. Ma lo è anche altrove. Anche qui in Germania, dove io vivo (e mangio).
Dove ci sono ingredienti di qualità, la cucina (a meno che il cuoco non sia un deficiente assunto solo perché accetta di essere pagato una miseria) è notevole ovunque. In Italia, in Germania, in India, in Brasile... persino in Inghilterra!
La differenza vera la fa la varietà. E in questa nessun paese al mondo è neanche lontanamente paragonabile a quella piccola striscia di terra chiamata Italia.

Buon appetito.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Con piatti diversi intendo veramente diversi. Per esempio: se mi fai la carbonara col guanciale o la carbonara con la pancetta non mi fai due piatti diversi. Mi fai lo stesso piatto giocando con gli ingredienti.

mercoledì 6 maggio 2026

Il rischio col pescato del giorno

In tanti ristoranti di mare spesso si trovano nel menu piatti tipo "frittura di pescato del giorno", "zuppa di pescato del giorno" o più spesso ancora solo "pescato del giorno".
Fino a qui tutto bene. Se un ristorante serve pesce fresco (veramente fresco, non per tale spacciato), comprato direttamente dai pescatori o anche al mercato del pesce, ma appena questo apre, cioè quando vedi veramente ciò che hanno portato i pescherecci, va tutto bene.
La dicitura va benissimo. Vero, è generica, ma è generica per un valido motivo: se è veramente il pescato del giorno, non puoi sapere a priori che pesci avrai. Per lo meno non puoi sapere a priori la proporzione tra i vari tipi di pesce che troverai.

Il problema nasce quando per questo "pescato del giorno" è indicato un prezzo fisso, preciso e non un intervallo di prezzi, con specificato il perché.
Perché?
Semplice: magari un giorno vengono pescati, per esempio, solo cefali e il giorno dopo solo branzini (esempio estremo, lo so, ma serve per rendere chiaro il concetto).
Tutti sappiamo che il cefalo vale decisamente meno del branzino (in soldi, di gusto ovviamente ognuno ha il suo e non è scandaloso se qualcuno preferisce il cefalo al branzino, anche se...).
In realtà ci sono anche altri motivi che giustificano le oscillazioni di prezzo (prima fra tutte la quantità del pescato, al di là delle tipologie di pesce), ma quella di cui sopra comunque è - generalmente - la più importante.

Quindi se per il "pescato del giorno" trovate un prezzo fisso, preciso, diffidate.
Se è alto significa che vogliono farvi pagare i cefali come fossero branzini.
Se è basso significa che i cefali magari sono freschi, ma i branzini di sicuro no.

Saluti,

Mauro.

martedì 7 gennaio 2025

Chi sono i "food influencer"

O "food blogger" che dir si voglia (o "foodpornari" come vengono in maniera giustamente denigratoria talvolta chiamati).

Chi sono?

Lo sto vedendo chiaramente stasera.
Sono nel mio locale di riferimento qui ad Auerbach e al tavolo accanto al mio siedono due di queste persone.

A parte che, ovviamente, non pagano in denaro (contante o meno che sia) ma in "pubblicità" (più presunta che reale), faccio un paio di osservazioni.

1) Le sento parlare: di cibo non sanno nulla tranne quello che hanno letto su qualche rivista patinata e non specializzata.
2) Ordinano un sacco di piatti diversi e non sono in grado di assaggiarli tutti (molti vengono portati via intatti), pura questione di quantità.
3) Pensano solo all'aspetto e non alla sostanza... un piatto è valutato in base alla sua "fotografibilità", non a gusto e/o qualità salutari.
4) Perdono talmente tanto tempo con la messa in scena e le fotografie che molti piatti alla fine, buoni o meno che fossero , non sono più mangiabili causa temperatura (gustatevela voi, per esempio, una carbonara fredda).

E non voglio insistere.

Saluti,

Mauro.

giovedì 5 dicembre 2024

Il fraintendimento linguistico sul fast food

Quando parliamo di fast food c'è sempre un fraintendimento.
Tutti pensiamo sempre a qualcosa di economico, sì veloce, ma anche, anzi soprattutto, da quattro soldi.

In realtà non è così.
L'immagine di cui sopra è dovuta a quello che crediamo di conoscere delle grandi catene tipo McDonald's o Burger King... ma così cadiamo in errore.

A parte il fatto che queste catene non sono in realtà per niente economiche, perché per valutarle dobbiamo considerare il rapporto qualità/prezzo (e nella qualità entrano anche il servizio - di fatto inesistente - e l'ambiente - generalmente di qualità infima - non solo il valore degli ingredienti), il discorso è più ampio.
E molto diverso da quello che crediamo.

Cosa significa "fast food"?
Semplicemente "cibo veloce".
Il termine non ha nulla a che fare con la qualità o con il prezzo. Ma solo con il tempo che passa tra l'ordine e la consegna di quanto ordinato.
Una pasta aglio, olio e peperoncino è - per esempio - non certo più lenta di un hamburger da preparare (a meno che quest'ultimo non sia precotto e solo velocemente riscaldato).
E vale per tanti altri piatti della cucina mondiale. Piatti spesso preparati con ingredienti di eccellenza.

Il vero senso del termine "fast food" è che tu devi aspettare poco prima di averlo nel piatto o in mano.
Non c'entra niente con quello che paghi.
Il cibo veloce può anche essere di altissima qualità e con ingredienti assolutamente nobili. E quindi caro, costoso (e giustamente, aggiungo io).
Il suo senso è la velocità, non il costo o la qualità (che possono essere anche entrambi notevoli senza con questo togliere nulla al concetto di "fast").

Saluti,

Mauro.

martedì 1 agosto 2023

Dettagli genovesi 45 - La Hofbräuhaus

Ormai un'istituzione a Genova dal 2005: la Hofbräuhaus nel vecchio palazzo della Borsa.
Sì, proprio quella famosa di Monaco di Baviera, non una copia non autorizzata. Bensì un locale ufficialmente riconosciuto dalla Hofbräuhaus originale.
E quella di Genova è l'unica in Italia. Anzi: l'unica in Europa in un paese non di lingua tedesca.

E si fa un bel mix di cucina ligure e cucina bavarese.
Accanto allo stinco trovate per esempio la focaccia col formaggio di Recco (e non un'imitazione: l'originale di Vitturin).

Tappa da non perdere.



Saluti,

Mauro.

P.S.:
Qui tutti i dettagli genovesi.

lunedì 5 giugno 2023

Una mezzaluna che non è una mezzaluna

Quando si parla di Islam, più propriamente dei suoi simboli, si cita sempre la "mezzaluna" islamica.
Persino la controparte della "Croce Rossa" nei paesi islamici porta il nome di "Mezzaluna Rossa".

Ma siamo sicuri che sia una mezzaluna?

Ecco, questa è una mezzaluna:


Come appare invece la mezzaluna islamica?

Vediamo l'esempio delle bandiere tunisina e turca (le prime due che mi vengono in mente, ma non sono le uniche):


E la Mezzaluna Rossa? Eccola (qui insieme alla Croce Rossa):


Ragazzi miei, queste sono lune calanti, non mezzelune!
Guardate qui lo schema che descrive le fasi della luna:


E, care le mie casalinghe, neanche la vostra mezzaluna, quella che usate in cucina, è una mezzaluna 😉
È una sezione di anello.


Saluti,

Mauro.

martedì 22 novembre 2022

I misteri del tedesco 29 - Un povero cavaliere

In Germania esiste un piatto chiamato Arme Ritter (con varianti regionali anche come nome) che tradotto letteralmente significa Povero cavaliere.

A livello culinario non è interessante parlarne, ma non perché non sia gustoso, bensì perché è ben conosciuto in tutto il mondo.
Come ricetta risale infatti agli antichi romani e oggi è noto in tutto il mondo, in particolare nei paesi di lingua anglosassone, come French Toast e in molte parti d'Italia è noto come Pane perso.

Ma da dove viene il nome tedesco?
Perché Povero cavaliere?
"Povero" ci sta, essendo un piatto semplice, povero appunto. Ma da dove viene il cavaliere?
Il nome è già presente nel 14° secolo, nel Buoch von guoter Spise, in tedesco moderno Buch von guter Speise (Libro del buon cibo in italiano), citato dai Fratelli Grimm nel loro dizionario della lingua tedesca.

In realtà l'origine della definizione è ignota, ma ci sono interessanti storie e leggende al proposito.

Una delle storie racconta che il classico Arme Ritter fosse un piatto di cui i nobili decaduti dovevano accontentarsi durante la guerra dei 30 anni.
Cosa improbabile comunque: la guerra dei 30 anni cominciò nel 1618, mentre il nome è noto dal 14° secolo, come già detto.

Un'altra leggenda (decisamente più vaga, ma al tempo stesso più plausibile) dice che un tempo i semplici cavalieri (non nobili) poveri non avevano carne da mangiare e dovevano accontentarsi di pezzi di pane vecchio gettati in padella.
Di quest'ultima spiegazione esistono diverse versioni, ma tutte legate dal fatto che si trattasse di cavalieri impoveriti a causa di guerre o altre tragedie.

Oggi nessuno si chiede più il perché del nome.
Si mangiano il povero cavaliere e basta.

Saluti,

Mauro.

Altre puntate:
I misteri del tedesco - Lista completa

giovedì 11 novembre 2021

I misteri del tedesco 26 - Mangiarsi la nonna morta

Voi vi mangereste la nonna morta?
Siamo sinceri: detto in questi termini a nessuno di voi salterebbe neanche per l'anticamera del cervello di rispondermi di sì.
Eppure sono convinto che, almeno ad alcuni di voi, poi piacerebbe.

No, non sono necrofago (o meglio, in realtà forse sì, visto che per esempio un ossobuco di manzo me lo mangio volentieri, ma solo se il manzo è morto e non vivo 😉) e neanche semplicemente impazzito.

La Tote Oma, in italiano Nonna morta, è un tipico piatto della cucina della ex Germania Est.
È un piatto che può avere diverse composizioni, una versione è fatta di sanguinaccio, salsiccia di fegato (sulla salsiccia di fegato, in tedesco Leberwurst, dovrò prima o poi farci un articolo in questa serie), brodo di carne, maggiorana, santoreggia, cipolle e pepe.
Altre versioni possono prevedere anche patate o altre erbe rispetto a maggiorana e santoreggia o altro ancora.
L'unica cosa in comune di tutte le ricette è che si tratta di un misto di prodotti di salumeria e di ortaggi.

Ma non è comunque della ricetta che volevo parlarvi (se sapete il tedesco e vi interessa, una versione la trovate qui).
Volevo parlarvi del nome.

Perché un piatto del genere (che piaccia o meno come gusto, non ha poi ingredienti così incredibili) ha un nome così strano? Così, a prima vista, disturbante?

C'è chi dice che il nome sia nato dall'aspetto del piatto, che ricorda resti umani sanguinolenti (anche per il colore dovuto al sanguinaccio), infatti in alcune zone il piatto viene anche chiamato Blutiger Verkehrsunfall, cioè Incidente d'auto sanguinoso.
Giudicate voi:


Io non sono in realtà del tutto convinto.
Ma se non all'aspetto, allora a cosa?

Alcuni storici che si occupano di storia dell'alimentazione dicono che ciò derivi da un certo tipo di humor con cui i cittadini della DDR cercavano di coprire, di rendere psicologicamente inoffensiva la carenza alimentare nel paese e quindi si sarebbero mangiati anche una nonna morta...

Neanche questa spiegazione mi convince del tutto, ma non ne ho trovate altre.
Chi di voi vive in Germania o la frequenta conosce altre spiegazioni per questo macabro nome?
Se ne avete, fatemele sapere nei commenti.

Saluti,

Mauro.

Altre puntate:
I misteri del tedesco  – Lista completa

venerdì 21 maggio 2021

Pesto genovese o alla genovese?

Il pesto è un argomento delicato, da trattare con le molle, soprattutto quando ne parlate con noi liguri.
Ne parlai già su questo blog e l'argomento torna ciclicamente a galla sui social networks.

Oggi voglio insegnarvi qualcosa, aiutarvi a riconoscere quando fidarvi e quando no.
Quando voi andate al ristorante, al supermercato, nei negozi di specialità liguri oppure in rosticceria, dove lo fanno fresco, vi troverete davanti a pesti genovesi e a pesti alla genovese.
E molti di voi neanche faranno caso alla differenza.

Eppure, sappiatelo, la differenza c'è.
Ed è anche una differenza legale, non solo qualitativa.

Il pesto infatti è un prodotto DOP (Denominazione di Origine Protetta), come molti altri prodotti tipici di qualità.
Questo significa che il pesto ha un disciplinare ben preciso, del cui controllo e applicazione si occupa il Consorzio del Pesto Genovese (e qui comincerete già a capire quale è la denominazione giusta).

Il disciplinare è questo:


Detto tutto questo ora sappiamo cosa dobbiamo cercare quando vogliamo un vero pesto come lo facciamo noi liguri:
- il Pesto Genovese è il vero pesto, quello autorizzato dal Consorzio, quello fatto secondo il disciplinare (e che, salvo imprevisti durante la preparazione o annate andate male di qualche ingrediente, è anche quello più buono, più gustoso) e solo chi lo fa seguendo il disciplinare può denominarlo così;
- il Pesto alla Genovese non è un prodotto definito, è un prodotto che si ispira al Pesto Genovese, ma che può fare chiunque senza seguire nessun disciplinare. Magari poi come gusto può piacere, non sono certo io a negarlo, ma nel 99% dei casi sarà inferiore sia come gusto che come qualità a quello fatto secondo il disciplinare.

Due osservazioni:
- se da qualche parte trovate un pesto che non segue il disciplinare (come clienti ovviamente voi, tranne rari casi, potrete controllare solo gli ingredienti) ma che è denominato "Pesto Genovese" e non "Pesto alla Genovese", quella è una truffa dal punto di vista legale, per quanto buono sia quel pesto;
- se un pesto si allontana veramente troppo dal disciplinare (come quelli che usano la rucola invece del basilico, per esempio) chi lo produce dovrebbe avere l'onestà intellettuale di non usare neanche l'espressione "Pesto alla Genovese", anche se questa non è una denominazione protetta e quindi chiunque la può usare.

C'è un'ultima cosa da dire.
Molti di voi ora diranno... e il pesto coi fagiolini e con le patate?
Vero, in Liguria trovate spesso piatti di pasta al pesto con fagiolini e patate... ma i fagiolini e le patate non fanno parte del pesto. Fanno parte della pasta, infatti vengono bolliti insieme alla pasta nella sua acqua di cottura.

Ecco, ora sapete tutto sul pesto, quindi se vi fate fregare... colpa vostra.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 13 gennaio 2021

I ristoranti e il pesce

Io vi confesso, da uomo di mare mi incazzo sempre con la sfilettatura del pesce nei ristoranti.
Ma non perché i ristoratori non la sappiano fare... bensì perché non va fatta in cucina!
Va fatta al tavolo!

La maggioranza dei ristoranti (e vale tanto per le bettole quanto per gli stellati) invece vi portano il pesce già sfilettato.
No!
Se sul menu c'è scritto branzino/orata/scorfano/triglia/ilpescechevuoi, io cliente me lo aspetto intero e mi aspetto che tu me lo sfiletti al tavolo.
Anzi: mi aspetto anche che prima di sfilettarlo tu mi chieda se voglio farlo da solo o se voglio invece che me lo faccia tu.

Solo se sul menu c'è esplicitamente scritto filetto di branzino/orata/scorfano/triglia/ilpescechevuoi allora mi va bene che me lo sfiletti già in cucina.
Ma deve essere esplicito sul menu!

Saluti,

Mauro.

domenica 7 luglio 2019

Dettagli dall'Oberpfalz 10 - Salsicce d'antan

A Regensburg (Ratisbona per chi non sa il tedesco) c'è la più antica Wurstküche del mondo.


Saluti,

Mauro.

P.S.:
Qui tutti i dettagli dall'Oberpfalz.

mercoledì 5 giugno 2019

Una panoramica sulla giallistica tedesca contemporanea

Qualche anno fa vi raccontai della mia passione per la letteratura gialla, in particolare nordica, dandovi qui qualche consiglio su cosa leggere dal profondo nord.

Negli ultimi giorni un dialogo su Twitter (grazie Rudi e Appia Landscapes) mi ha stimolato a preparare una serie di consigli riguardanti la letteratura gialla tedesca, che conosco anche bene (e che oltretutto posso godermi in lingua originale, il che non guasta).

Due premesse:
1) gli autori che citerò li ho letti in tedesco, quindi non posso garantire la qualità delle traduzioni se vorrete leggerli in italiano, ma solo quella degli originali;
2) vi segnalerò gli autori che a me sono piaciuti di più, che non necessariamente sono quelli più amati dalla critica o più venduti (alcuni lo sono, altri no).

E allora partiamo.

Il primo autore da leggere è Veit Heinichen, un tedesco "italiano".
"Italiano" in quanto vive da più di vent'anni a Trieste, dove ambienta (con "sforamenti" nel resto del Nord-Est e nell'Istria croato-slovena, più raramente in Austria o Germania) i suoi romanzi centrati sul personaggio di Proteo Laurenti.
Sono romanzi dove il giallo si accompagna più o meno esplicitamente a temi socio-politici legati all'Italia e all'Europa (e prima che lo chiediate: sì, è evidente che l'autore è pro-Europa).
Il mio preferito tra gli autori tedeschi contemporanei.

Poi non si può non citare il compianto Andreas Franz (mancato nel 2011), forse il più apprezzato e noto autore tedesco contemporaneo nel genere.
I suoi gialli sono ambientati principalmente nella zona Francoforte-Offenbach e sono tutto sommato di stampo classico, pur trattando di crimini "moderni".
Franz ha creato due serie, che talvolta si incrociano: quella basata su Julia Durant (personaggio volutamente antipatico, ma perfettamente adeguato all'ambiente) a Francoforte e quella basata su Peter Brandt a Offenbach.
La serie di Julia Durant è stata proseguita da Daniel Holbe dopo la morte di Franz, ma io i romanzi "apocrifi" (anche se approvati dagli eredi) non li ho letti, quindi non posso giudicarli.
(N.B.: Franz ha ambientato anche una serie gialla nel nord della Germania, ma non la conosco e comunque ha avuto meno successo di pubblico e di critica delle altre due).

E adesso scendiamo nel profondo sud, in Baviera. Per la precisione nell'Allgäu, dove Volker Klüpfel e Michael Kobr ambientano i loro romanzi scritti a quattro mani e incentrati su un personaggio ormai di culto: il commissario Kluftinger.
Kluftinger è un personaggio molto particolare. Provinciale, mischia tedesco e dialetto, vede tutto ciò che culturalmente viene da fuori come pericoloso... ma alla fine cede sempre (non nelle indagini, però) e si fa comunque amare.

Da segnalare anche Stephan Ludwig col suo commissario Claudius Zorn (Zorn in tedesco significa stizza, collera e il nome non è del tutto casuale).
È l'unico autore di un certo livello che ambienta i suoi gialli all'est (per la precisione a Erfurt) e questo si nota molto nelle atmosfere intorno ai protagonisti, la decadenza economica reale di parte dell'ex DDR è molto ben rappresentata.

E poi ci sono i romanzi storici di Cay Rademacher. Molti ambientati nell'antica Roma, ma quelli di cui vi voglio parlare sono tre romanzi scritti tra il 2011 e il 2013 e ambientati nell'Amburgo dell'immediato dopoguerra, ancora cumulo di macerie dovute ai bombardamenti alleati.
In questi romanzi l'ispettore Frank Stave indaga su diversi crimini (in parte basati su fatti storici reali, come una serie di omicidi nella realtà mai chiariti nel romanzo Der Trümmermörder, L'assassino delle macerie) con tutte le difficoltà dovute alla situazione drammatica e le limitazioni alla sua libertà d'azione dovute al fatto di dover rispondere anche alle forze di occupazione.

Vorrei poi citare due autori che non rientrano nella definizione classica di giallo, ma più che altro in quella di thriller, ma dove i confini tra i due generi sono abbastanza labili.
Il primo è Max Landorff (in realtà uno pseudonimo) col suo personaggio Der Regler (Il regolatore), un personaggio il cui lavoro consiste nel "regolare" i problemi altrui - di vario tipo, ma mai limpidi - senza lasciare tracce e, possibilmente, senza violenza.
Il secondo è Marc Elsberg (in realtà austriaco, non tedesco, ma noi non siamo schizzinosi, vero?), i cui romanzi trattano dei rischi legati al mondo attuale, tipo un blackout continentale doloso (descritto nel suo romanzo Blackout), problemi legati ai Big Data e alla protezione dei dati personali (Zero) o alla genetica (Helix). Autore veramente di altissimo livello.

Prima di lasciarvi, una nota: i romanzi di Heinichen e quelli di Klüpfel & Kobr sono anche esperienze culinarie, non solo letterarie e poliziesche.

Buona lettura e buon appetito.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 22 agosto 2018

Una notizia che non mi quadra

Secondo Repubblica un hotel a Cervia avrebbe cancellato una prenotazione perché la cliente ha avvertito di essere vegetariana (qui l'articolo completo):


Ora, sinceramente la notizia non mi quadra: la cucina italiana (di ogni regione) prevede un sacco di ricette vegetariane, non comprendenti carne o pesce (anche se c'è chi si definisce vegetariano pur mangiando pesce, come raccontai qui).
Qualsiasi ristorante, che sia di un albergo o meno, ha nel suo menu piatti senza carne o pesce, magari pochi ma li ha di sicuro.
Anzi, dico di più, la cosa è talmente normale che un vegetariano neanche ha motivo di specificare di esserlo quando prenota o si presenta (magari un vegano sì, visto che lì la cosa è più complicata, ma un vegetariano?).
Siamo sicuri che il problema sia quello e la cliente non abbia avuto pretese ulteriori?

Cercherò altre fonti. O magari chiederò direttamente a quelli dell'albergo.

Saluti,

Mauro.

Aggiornamento 18.11.2018:
Poi scrissi veramente all'albergo per avere conferma o smentita. So che hanno aperto la mia mail perché avevo chiesto la ricevuta di lettura (che in realtà certifica solo che la mail è stata aperta, non che sia stata anche veramente letta) e me la hanno mandata. Ma una risposta non è mai arrivata.

domenica 22 ottobre 2017

I misteri del tedesco 6 - In cucina 2

Vi avevo già parlato qui delle stranezze della lingua tedesca in cucina (per altre stranezze del tedesco guardate la lista in fondo a questo articolo).
Ma non crediate che ciò sia tutto! Anzi, oggi ve ne presento altre due, decisamente belle.

Partiamo col Falscher Hase.
In tedesco falscher Hase significa letteralmente falsa lepre.
Ma, vera o falsa che sia, la lepre col falscher Hase non ha niente a che vedere: si tratta di una specie di polpettone con carne tritata (generalmente un misto bovino-suino) con uovo sodo intero al suo interno.
Da dove venga la lepre non si sa. E neanche dove vada dopo essersi salvata, visto che nella ricetta non serve.

Ma c'é anche di peggio!
A Dresda sono capaci di servirvi il Kalter Hund!
Altro che i cinesi, che almeno il cane (Hund) ve lo cucinano... a Dresda addirittura ve lo servono freddo (kalt)!
Comunque no, niente paura... se andate a Dresda non mangerete cani. Il kalter Hund è un dolce a base di biscotto e cioccolato, da mangiare freddo.

Saluti,

Mauro.

sabato 28 maggio 2016

I misteri del tedesco 4 - In cucina

In Germania esistono ricette che non sono quello che dicono di essere.

Bene, mi risponderete voi, in ogni paese si trovano ristoratori truffatori che cercano di venderti qualcosa per quello che non è (o lo è ma non di qualità adeguata).
Vero, vi rispondo io, ma io sto parlando d'altro.

In Germania esistono ricette che da tempo hanno un nome che sembra non aver nulla a che fare col piatto in sé... però ogni tedesco sa in realtà di cosa si tratta, mentre i turisti si fanno regolarmente fregare (non perché in questo caso i tedeschi li vogliano fregare, bensì perché i tedeschi se ne fregano se i turisti capiscono o no... se non capiscono peggio per loro).

Vi racconto qui i due esempi più noti.

Halve Hahn

In dialetto renano "Halve Hahn" significa "mezzo pollo" (in tedesco ufficiale "Halber Hahn").
Bene, venite a Colonia, Düsseldorf, Bonn e dintorni e ordinatelo.
Cosa otterrete? Un panino di segale con formaggio Gouda, burro, cetrioli e talvolta senape e cipolla.
Volevate il pollo? Peccato. Dovete cercare altrove.
L'origine dell'espressione "Halve Hahn" non è chiara, non c'è unanimità scientifica (in senso linguistico) al proposito, quindi non mi azzardo a dire nulla.

Palatschinken

"Schinken" in tedesco significa "prosciutto". E questa è una cosa nota a chiunque abbia anche una conoscenza limitata del tedesco.
Quindi chiunque abbia conoscenze basiche ma non approfondite del tedesco penserà che il "Palatschinken" sia un particolare tipo di prosciutto (che so, come dire prosciutto toscano oppure prosciutto siciliano).
Ma se ordinate il Palatschinken scordatevi il prosciutto... preparatevi a vedervi servire una specie di crêpe.
Infatti la parola non ha nulla a che vedere col prosciutto, ma viene dalla germanizzazione dell'ungherese "palacsinta".
E che vi piaccia o no... è un dolce, non un salume.

Saluti,

Mauro.

domenica 23 agosto 2015

La dimostrazione che la Germania non è un paese civile

La pizza Hawaii.

No, non è un'invenzione statunitense come molti italiani credono. È una pura creazione tedesca.

Saluti,

Mauro.

lunedì 28 luglio 2014

La pasta come la mangiano i tedeschi 2

Vi avevo già raccontato qui di strani modi tedeschi di mangiare la pasta.
E qui vi avevo raccontato di come i nordici abusino del parmigiano (o surrogati vari).

Oggi, purtroppo, mettiamo insieme le due cose.

Ci sono tedeschi che mangiano la pasta e, tecnicamente, lo sanno fare anche discretamente. Il problema è che non sanno mescolarla.
Così cosa fanno?
Mettono sopra il parmigiano (in quantità sufficiente per la porzione completa) e poi smuovono un po' lo strato superficiale di pasta. Dopodiché cominciano a mangiare.
Mangiato detto strato superficiale si accorgono che non c'è più parmigiano e cosa fanno? Lo rimettono (di nuovo in quantità sufficiente per la porzione completa). Smuovono un po' il secondo strato e lo mangiano.
E poi? E poi di nuovo non c'è più parmigiano, ma c'è ancora un bel po' di pasta. E si ripete la procedura.
E la si ripete e la si ripete. Fino a che il piatto è vuoto (o meglio fino a quando la pasta è finita, ma comunque rimane del parmigiano nel piatto, visto quanto ne hai usato).

Alla fine hai mangiato di fatto solo parmigiano, perché la pasta è stata solo una piccola parte del pasto, diciamo che la pasta è stata il condimento... :-(

Saluti,

Mauro.

domenica 27 aprile 2014

#papisanti

Io, in tutta sincerità,  preferisco le capesante.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 2 aprile 2014

La pasta come la mangiano i tedeschi

Tra i tedeschi e la pasta c'è un rapporto di odio-amore.
I tedeschi amano mangiare la pasta.
I tedeschi odiano imparare come mangiare la pasta.

Chiunque di voi abbia vissuto in Germania o comunque ci sia stato abbastanza a lungo da vedere come i tedeschi mangiano la pasta (e non mi riferisco alla cottura o ai condimenti, tema su cui ci sarebbe comunque molto da dire, ma proprio a come la trattano con le posate) sa di cosa parlo: incredibili combinazioni di forchette, cucchiai e coltelli, soprattutto quando spunta l'aliena pasta lunga (spaghetti, linguine, tagliatelle, ecc.)... una cosa per cui in Germania servono tre o quattro lauree e almeno un quarto di secolo di apprendistato per imparare ad avvilupparla sulla forchetta (e per poi generalmente riuscirci solo grazie all'aiuto del cucchiaio, comunque).

Però quello che ho visto ieri le supera tutte.
Non credevo che neanche il più barbaro dei tedeschi arrivasse a tanto (in tutta sincerità continuo ad avere il dubbio se ho visto veramente la cosa o se è stato un incubo, boh!).

Le penne.
Le penne sono la pasta più facile da mangiare: le infilzi e via. Non serve nessuna tecnica particolare.
Neanche per un tedesco le penne sono un problema: in Germania esistono un sacco di cose di dimensioni simili alle penne e i tedeschi le infilzano senza problemi.
Al peggio, un tedesco particolarmente imbranato ti chiede il cucchiaio e se le mangia con quello (ma deve proprio essere un tedesco particolarmente imbranato).

Ieri vicino a me al ristorante c'era un tedesco che ha ordinato un piatto di penne.
Le posate sul tavolo erano forchetta e coltello. Lui non ha chiesto nessun cucchiaio. Ciò mi ha reso inizialmente ottimista sulle sue capacità.
Mal me ne incolse!
Il teutone invece ha preso la forchetta in una mano e il coltello nell'altra, ha usato il coltello per spingere le penne sopra la forchetta (usandola come fosse un cucchiaio e non infilzandole!) e poi si è portato la forchetta alla bocca con le penne posate sopra la forchetta.

Ma che senso ha?
Se sei troppo scemo per saper come infilzarle, almeno chiedi il cucchiaio. Ci fai una figura migliore.

Saluti,

Mauro.

venerdì 24 gennaio 2014

Gli aeroporti e la cucina 2

Qualche giorno fa ho scritto un articolo in cui parlavo della cucina negli aeroporti.
Armando ha in risposta chiesto dei nomi di ristoranti concreti e verificabili (e non lo posso biasimare, anzi).

Quindi, eccovi i primi due (quando troverò il tempo ne seguiranno altri).

Aeroporto di Copenhagen: O'Learys. Mai mangiato hamburger migliori. Dimenticatevi ogni catena americana o americaneggiante (nonostante il nome O'Learys è una catena svedese, che offre il suo meglio però a Copenhagen, Danimarca)... O'Learys è meglio. Mille volte meglio. Anzi di più.

Aeroporto di Monaco di Baviera: Käfer. Sì, lo so, Käfer è famoso anche senza aeroporti... ma vi garantisco che ciò che offre all'aeroporto di Monaco è di prima classe. Anzi primissima (certo, se volete le specialità bavaresi pure e dure dovete uscire dall'aeroporto... ma se vi accontentate di mangiare bene, anzi benissimo... l'aeroporto basta e avanza).

Saluti,

Mauro.