mercoledì 18 luglio 2018

Le lauree di Repubblica

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo su un ragazzo affetto da progeria laureatosi a Padova.

L'articolo apre con la notizia che Sammy Basso, il ragazzo in questione, si è laureato in Fisica.


Già questo incipit non mi quadra. Ricordo che tempo fa avevo letto di questo ragazzo e si parlava del suo voler far ricerca per la malattia da cui è affetto... e io (da laureato in fisica) mi chiedo a che serva la fisica per gli studi sulla progeria.

Infatti andando avanti Repubblica decide di "generalizzare" la laurea, che diventa genericamente "laurea in Scienze" (Repubblica sembra citare un tweet dell'università di Padova... ma una generica laurea in Scienze nell'ordinamento italiano non esiste).


Andando avanti finalmente il mistero si chiarisce.
Sammy Basso si è laureato in Scienze Naturali (e non Scienze tout court) con indirizzo biologico molecolare (e la cosa quadra anche col suo desiderio di fare ricerca sulla sua malattia).


Del resto lo aveva scritto il ragazzo stesso circa due anni fa su Facebook, come riporta anche Repubblica stessa:


E allora, da dove spunta la fisica?

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Per lo meno Repubblica ha scritto giusto il nome della malattia, "progeria o sindrome di Hutchinson-Gilford", cosa che conoscendo il giornale non era scontata.

martedì 17 luglio 2018

E poi parliamo dell'itanglese

Ieri mi è arrivata via email la descrizione di un posto di lavoro per cui un'agenzia di reclutamento mi chiedeva se potessi essere interessato.
La posizione era in effetti veramente interessante e in gran parte adeguata alle mie competenze.
L'annuncio arrivava da un'agenzia britannica con sede a Londra, ma riguardava il mercato tedesco.
Fin qui tutto bene. Avrei valutato la cosa.
Però, però... se neanche gli inglesi sanno l'inglese, come possiamo noi lamentarci dell'itanglese?


Io credevo che parlassero del mio profilo, non di me come profilo...
You're... your... per fortuna non hanno scritto direttamente youre.
Mi è scappata la voglia di prendere sul serio la posizione.

Ah, dimenticavo: non solo l'agenzia è londinese (per chi fosse interessato: RIPE4 Resourcing Ltd.), ma la persona nel contatto, responsabile per l'annuncio, ha anche cognome tipicamente anglosassone (Dobson).

Saluti,

Mauro.

lunedì 16 luglio 2018

Il reato di procurato allarme

Ultimamente ci sono stati, soprattutto riguardo migranti e vaccini, alcuni casi in cui è stato tirato in ballo il reato di procurato allarme.
Sia da persone che lo hanno invocato in tanti casi dove la magistratura non è intervenuta sia da altre che hanno considerato un abuso condanne espresse sulla base di questo reato.

Ora vorrei contribuire al dibattito riportando quanto effettivamente dice il codice penale al proposito.
Il reato di procurato allarme è trattato dall'articolo 658 del codice penale.

Questo articolo (dal titolo Procurato allarme presso l'autorità) recita:

Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l'autorità o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda da euro 10 a euro 516.

Chi ritiene che certe sentenze siano un abuso (tipo la recente condanna di associazioni no-vax per aver comprato spazi pubblicitari per rilanciare le bufale sulla pericolosità dei vaccini) si attacca alle parole allarme presso l'autorità nel titolo e nel corpo dell'articolo, sostenendo che fino a che l'autorità competente non è costretta a intervenire per evitare che un pericolo presunto (o inventato) diventi un pericolo reale non vi è procurato allarme.

Chi ritiene che forze dell'ordine e magistratura debbano intervenire di più, soprattutto per quanto riguarda chi sbraita di presunti pericoli sanitari o di sicurezza pubblica, si attacca alla parola suscita davanti all'allarme per dire che è più che sufficiente che cittadini credano a questi pericoli e potenzialmente possano richiedere l'intervento dell'autorità.

Ora è evidente a qualsiasi persona raziocinante che entrambe le posizioni (come quasi sempre le posizioni estreme) sono assurde, perché entrambe abdicano al dovere che ha ciascuno di noi di ragionare e di capire ciò che legge (o almeno cercare di capire), mentre si limitano a prendere un testo (o parte di esso) per pretenderne l'applicazione coi paraocchi (in stile sharia).

Ora, dato che io non sono un giurista, mi affido a chi ne sa più di me, visto che c'è già stato chi ha avuto dubbi su come applicare concretamente questo articolo del codice penale e si è rivolto alla Cassazione.
La Cassazione, nella sentenza n. 11514 del 12 novembre 1987 ha deliberato quanto segue:

Ai fini della ravvisabilità della sussistenza della contravvenzione di cui all'art. 658 c.p. è sufficiente che l'annunzio di disastri, infortuni o pericoli inesistenti sia idoneo a suscitare allarme presso l'autorità, gli enti o le persone che esercitano un pubblico servizio. Tale deve considerarsi l'annunzio di un inesistente sequestro di persona che, per le modalità del suo contenuto, provochi l'intervento della forza pubblica con dispiegamento di mezzi.

A parte l'esempio pratico, per forza di cose limitativo e basato su quanto più tipico all'epoca della sentenza, la sentenza è perfettamente ragionevole e logica, non aggiungendo o togliendo niente all'articolo 658, ma solo elaborandone il testo rendendolo più chiaro per tutti.
Del resto la parola stessa suscita in sé basterebbe a chiarire il significato del reato: un allarme è suscitato per forza di cose prima che l'autorità intervenga concretamente (del resto se non fosse suscitato, l'autorità non avrebbe né motivo né modo di intervenire). E quindi il reato può essere perseguito anche prima che le altre autorità coinvolte intervengano materialmente.

Saluti,

Mauro.

domenica 15 luglio 2018

Start-Up: come diventare ricchi alla svelta (Il visionario)

Simpatico e interessante video satirico (ma non troppo) del Bayerisches Fernsehen:


Traduzione (mia) del dialogo:

Conduttore: Nel frattempo viene fuori che spesso non c'è una vera intelligenza artificiale dietro, cioè complicati algoritmi che risolvono semplici problemi, bensì impiegati malpagati vulgo persone, cosiddetti "operai del click" che digitano a mano presunte risposte automatiche a mails utilizzando l'ormai fuorimoda cervello. Quindi, persone in carne e ossa simulano intelligenza artificiale dovendo svolgere un compito enormemente noioso e stupido.
Visionario: Ma questo è bene. Per lo meno voi gioirete quando l'intelligenza artificiale prima o poi vi porterà via i vostri lavori monotoni.
C: Capisco. E lei chi è?
V: Io sono il prodotto.
C: [NdM: sullo schermo alle spalle della coppia] è anche lei.
V: Sì. Io.
C: E lei è il prodotto?
V: Chiaro, vecchio mio. Perché di cosa hai bisogno quando vuoi fondare una start-up di successo?
C: Un'idea?
V: È qualcosa da decennio passato. Idee? Chiunque ha idee. Ciò di cui uno ha bisogno sono i soldi.
C: Credevo che lo si ottenesse grazie alle idee.
V: No. Lo si ottiene per l'idea di un'idea.
C: Prego?
V: Nelle teste dei finanziatori deve formarsi l'idea che io abbia un'idea.
C: Perché?
V: Perché io sono giovane, perché io sono bravo. Perché io sono un visionario.
C: Ma lei è quindi un visionario?
V: Questa è l'idea. Mi spiego. Se non lo fossi, perché allora sarei visibile su un così grande schermo?
C: Perché ne ha uno?
V: In linea di principio è corretto. Ma perché ce l'ho?
C: Perché... ma che ne so!
V: Perché ho i soldi per comprarlo. E io o i soldi perché sono visionario.
C: E lei è un visionario...
V: ...perché sono visibile su un grande schermo. Precisamente.
C: Ma ciò non ha [NdM: in tedesco si usa fa, che rende più logica la risposta sotto] nessun senso!
V: Senso no. Ma soldi.
C: Che lei ottiene perché i finanziatori credono che lei sia un visionario?
V: Precisamente. Mi danno soldi perché credono in me.
C: Quindi sono creditori? [NdM: in tedesco creditore e credente, hanno la stessa traduzione, Gläubiger, e su questo gioca lo scambio di battute]
V: Questo valeva un tempo. Oggi sono discepoli. Discepoli che credono nel visionario. Ma cosa succede quando non fornisco risultati? Quando non ho nessuna idea visionaria?
C: Allora, allora viene sbugiardato.
V: No. Allora ottengo più soldi. Perché se i creditori, che ora sono miei discepoli, volessero indietro i loro soldi significherebbe ammettere che io non sono un visionario e loro non sono discepoli, bensì idioti.
C: Ah ecco... Ma cosa fa lei coi nuovi finanziamenti?
V: Compro schermi più grandi per incassare più soldi con le presentazioni, con cui convinco più gente di essere un visionario.
C: Ma lei non fa quindi proprio nulla!
V: Niente? Nella mia azienda lavorano più di mille dipendenti.
C: E loro cosa fanno?
V: Amministrano i soldi, spediscono promemoria a nuovi finanziatori, che convincono a scucire ancora più soldi dicendogli che nella mia azienda lavorano più di mille dipendenti.
C: Ma i finanziatori non chiedono per cosa?
V: Sì. E io dico: per il futuro, perché sono un visionario.
C: Lei è un truffatore!
V: Ora ha capito!
C: Ah... Ah, il mondo può essere così semplice.

Vi ricorda qualcuno? 😉

E comunque non dimenticate mai quello che disse il vecchio cancelliere tedesco Helmut Schmidt: Wer Visionen hat, soll zum Arzt gehen (Chi ha visioni, deve andare dal medico).

Saluti,

Mauro.

P.S.:
NdM = Nota di Mauro.

sabato 14 luglio 2018

La lingua dei brevetti

Sì, lo so, avrei dovuto usare "linguaggio" e non "lingua", come insegna qui la bravissima Licia Corbolante. Ma lingua mi suonava meglio per il titolo 😊

Ma veniamo al tema.

Chiunque di voi abbia letto il testo di una richiesta di brevetto (almeno di quelle redatte professionalmente, scritte da consulenti brevettuali* o dai competenti uffici delle aziende), testo che poi viene ripreso in tutto o in parte nel brevetto vero e proprio se concesso, avrà notato che questi testi usano un linguaggio astruso, talvolta un po' fumoso e per un profano apparentemente più tecnicistico che tecnico.

La cosa non è uno sfizio o un modo di fare congrega escludendo tutti coloro che non vengono dal settore (come capita - o capitava - con cose come il legalese o il politichese), ma ha una motivazione molto pratica, molto concreta.

Quando io ho un'idea dalla quale sviluppo un'invenzione, l'oggetto che ne viene fuori (sia che rimanga sulla carta come progetto, sia che io poi lo costruisca materialmente) è una cosa con caratteristiche ben precise e dettagliate, in maniera da poter essere costruito da chiunque con adeguate capacità abbia in mano il mio progetto.
E proprio qui sta il problema (stupiti, vero?): un progetto troppo preciso fornisce involontariamente anche le indicazioni su come aggirarlo.

Mi spiego meglio: mi è venuta un'idea geniale e ho inventato l'automobile (neanche Gottlieb Wilhelm Daimler ci aveva mai pensato, sono proprio un genio!).
La ho pensata con quattro ruote e due fanali, oltre che due sedili. E nel mio progetto ho descritto proprio queste caratteristiche (il motore lo aveva già inventato Nikolaus August Otto, quindi per il mio progetto non è importante, mi basta parlare di motore in generale).
Splendida idea... ottengo il brevetto! Hurrah!
Però il mio collega del reparto accanto nota una cosa: il motore non è parte del mio brevetto quindi può usarlo anche lui... e si rende conto che un fanale solo, se sufficientemente potente, basta e che i due sedili possono essere sostituiti da una specie di divanetto. E allora si costruisce la sua automobile (comunque ammetterete tutti che la mia è molto più bella!).
Lui non potrà brevettare la sua automobile - non c'è il "salto" tecnologico che descrissi qui nella sezione "Cosa può essere brevettato?" - ma io non potrò impedirgli di costruirla, visto che è diversa tecnicamente da quella che ho progettato io (al massimo potrò imporgli di aggiungere o togliere una ruota, ma la sua auto continuerà a funzionare).
Quindi il mio brevetto è di fatto carta straccia: la mia automobile potrò sì produrla solo io, ma avrò lo stesso concorrenza sul mercato e nessuno mi chiederà di produrre la mia auto su licenza, visto che può tranquillamente aggirare il mio brevetto.

E allora?
E allora si scrive il tutto in un linguaggio il più generico possibile, un po' fumoso e apparentemente tecnicistico, in modo che se il mio collega mette un fanale (o tre o quattro) invece di due o un divanetto invece di due sedili io e il mio avvocato possiamo presentarci da lui e fermarlo.
Però al tempo stesso il mio testo non deve diventare troppo generico e fumoso, se no non potrò ottenere la protezione tramite brevetto in quanto la mia idea risulterà non realizzabile alla sola lettura del testo da parte di persone con adeguate capacità e conoscenze.

E per questo servono figure specifiche, perché non è facile valutare se e come un brevetto è aggirabile (servono conoscenze sia tecniche che legali) e non va dimenticato che io, inventore, anche se avessi le conoscenze sia tecniche che legali richieste sono troppo "legato" alla mia invenzione, non riuscirei ad avere uno sguardo esterno, obiettivo, quindi mi serve una persona che abbia questa "esternità".

Saluti,

Mauro.

Altri articoli sui brevetti:
- Ignoranza brevettata
- Quegli sconosciuti dei brevetti
- Cos'è un brevetto?

*I consulenti (o agenti) brevettuali sono figure specifiche, non generici "esperti": ingegneri o laureati in materie scientifiche che hanno seguito corsi specifici di diritto che portano alla qualifica in questione (non per niente in tedesco si chiamano Patentanwälte, cioè avvocati brevettuali, pur non essendo avvocati e non potendo quindi gestire una causa in un tribunale penale o civile).

giovedì 12 luglio 2018

Dettagli genovesi 29 - Unione delle Repubbliche Socialiste Genovesi

Fotografata oggi.


Saluti,

Mauro.

Linkiesta, Bielefeld e l'ignoranza

Ieri LinkPop, il servizio di Linkiesta per le notizie che sono riempite di errori* (anzi bestialità) e non interessano a nessuno e non servono a niente, ha pubblicato un articolo sulla città tedesca di Bielefeld.

Prima osservazione: leggetevi bene le parole e i toni usati sull'umorismo dei tedeschi (che non commenterò in dettaglio nel seguito dell'articolo). Puro razzismo. Se lo avessero fatto con un paese extraeuropeo, meglio se del terzo mondo, apriti cielo!

Ma veniamo ai contenuti (pubblico gli screenshot perché c'è sempre il rischio che Linkiesta corregga cercando di nascondere la correzione).


Cittadina?
Bielefeld ha 330.000 abitanti, poco più di Bari o Catania e decisamente di più di Verona o Trieste.
Chiamatemela cittadina.


Usenet è l'internet tedesco?
Ma lo sapete cosa sono usenet e internet?
(A parte il fatto poi che non esistono un internet tedesco, uno italiano, uno francese, eccetera, ma solo i contenuti in italiano, in tedesco, in francese su internet, ma questo comunque è l'errore meno grave).


Vedasi quanto scritto sopra (l'umorismo tedesco è sì diverso dal nostro e a noi italiani sembra scarso, ma...).


Bielefeld è ricca di storia, basti dire viene citata già a partire dal nono secolo d.C. (tre secoli prima di Monaco di Baviera, tanto per chiarire il concetto).
Per quanto riguarda le vie di comunicazione, Bielefeld si trova sul percorso dell'autostrada A2, la principale arteria ovest-est tedesca che unisce il bacino della Ruhr a Berlino e sul percorso della linea ferroviaria Colonia-Hannover che proprio secondaria non è.
Non ha monumenti famosi all'estero vero, ma questo vale per la maggioranza delle città del mondo (anche italiane): poche città vantano monumenti di fama veramente mondiale.

Saluti,

Mauro.

*Qui un esempio al proposito, tratto dal blog che state leggendo.

martedì 10 luglio 2018

Il monoministrismo

Salvini esterna su tutto.
È ministro dell'interno, uno dei ministeri più importanti, vero, ma pur sempre un ministero, non il governo intero.
In una repubblica il governo però è un organo collegiale, dove ogni membro ha il suo settore di competenza.

Però lui scavalca tutti gli altri ministri, capaci o no che siano. Di fatto si considera non tanto il vero Presidente del Consiglio, quanto il Governo stesso.
È questo il problema vero, non che dica cose condivisibili o meno.
E ciò apre la strada a molte domande: Decide da solo? Non ha idea di cosa sia la collegialità? Sa che il resto del governo non vale nulla? E gli altri ministri? Esautorati? Come finirà?

E Conte?
OK, va beh, Conte non conta.
Del resto presidenti del consiglio che non erano il vero numero uno ne abbiamo avuti sia in Italia - qualcuno ricorda Spadolini? - che altrove, ma almeno in Europa occidentale mai nessuno che fosse così esplicitamente di cartone.
Conte è il PresiNiente del Consiglio.

In sostanza con Salvini siamo oltre il monopartitismo. Siamo al monoministrismo.

Saluti,

Mauro.

lunedì 9 luglio 2018

Cos'è un brevetto?

Qualche giorno fa vi ho spiegato in un articolo alcune cose sui brevetti, per la precisione ho cercato di sfatare alcune credenze errate sugli stessi.
Però qualcuno interessato al tema ma senza conoscenze specifiche potrebbe essersi sentito un po' lasciato in mezzo al guado, visto che ho chiarito alcune cose sui brevetti ma non ho chiarito le fondamenta su cui si basa il concetto di brevetto.
Cercherò di farlo qui rispondendo a tre domande di base (sperando di usare un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori).

Cos'è un brevetto?

Un brevetto è una forma di protezione legale nell'ambito della proprietà intellettuale.
Tale protezione garantisce a chi ha inventato qualcosa il controllo sull'utilizzo e la realizzazione della sua idea (cioè lui decide se produrla in proprio o concedere licenze ad altri) e un guadagno nel caso questa idea venga commercializzata e abbia successo commerciale (guadagno diretto tramite le vendite per quanto prodotto in proprio o guadagno indiretto tramite licenze).
Essenziale è che l'idea porti a un prodotto materiale (per idee prettamente intellettuali che non portino alla possibilità di costruire qualcosa di materiale esistono altre forme di protezione).

Come detto nell'articolo del 28 giugno, la protezione data da un brevetto non è eterna: dura al massimo vent'anni, dopodiché chiunque può utilizzaare le idee contenute nel brevetto stesso.
"Al massimo vent'anni" perché per poter godere della protezione va pagata una tariffa annua, ma si può decidere di smettere di pagare in ogni momento, non si è obbligati a farlo per vent'anni. Alla scadenza dell'anno in cui si smette di pagare si perde il diritto alla protezione.

Cosa può essere brevettato?

Intanto, come detto al punto precedente, l'idea deve poter portare a un prodotto materiale. Non deve essere astratta.
Sostanzialmente un'idea, un prodotto per poter aver diritto al brevetto deve rispondere a tre caratteristiche.

1) Novità: l'idea deve essere nuova (cioè non deve esistere già un prodotto o progetto basato su di essa) e innovativa (cioè non deve essere semplicemente nuova ma anche non essere conseguenza logica, palese di qualcosa di già esistente... insomma deve costituire un "salto" rispetto allo stato della tecnica).

2) Funzionalità: deve essere dimostrato (tramite calcoli, simulazioni o preferibilmente prototipi) che l'idea porti a un prodotto funzionante. Non basta che possa funzionare, deve essere dimostrato che funzioni.

3) Utilità: il prodotto costruito sulla base dell'idea deve essere utile (qualcuno direbbe venalmente commerciabile), cioè deve rispondere a un problema o a un'esigenza reale. Non deve essere un prodotto di nessuna utilità, che serva solo a dimostrare di poter essere costruito.

Perché hanno senso i brevetti?

Molti di voi avranno sentito di tanto in tanto voci o campagne contro la proprietà intellettuale, per la libertà totale della conoscenza, come dicono gli oppositori di brevetti & co.
Qui voglio limitarmi al discorso sui brevetti, senza esprimermi in alcun modo sulle altre forme di proprietà intellettuale.

Quindi: perché ha senso che ci sia questa protezione data dai brevetti?
La risposta è molto semplice: senza protezione non è conveniente fare innovazione.
Al livello tecnologico attuale l'inventore isolato che inventa qualcosa a casa è l'eccezione e anche nei casi in cui ci sia, molto difficilmente avrà la possibilità di costruire e testare in proprio la sua idea (e non solo per ragioni finanziarie).
Quindi ha bisogno di un'azienda o di finanziatori dietro le spalle, ma questi vogliono prima o poi anche un riscontro economico, non sono società di beneficenza. Senza l'esclusiva concessa dai brevetti questo riscontro economico (che senza brevetto è dovuto semplicemente alle nude vendite, per di più in presenza di concorrenti che possono copiare l'idea senza avere avuto le spese per svilupparla) generalmente non basterebbe a rendere l'innovazione conveniente.
Senza brevetti le aziende avrebbero convenienza solo a fare evoluzione di prodotti già esistenti e gli inventori indipendenti non avrebbero i mezzi per portare avanti le proprie idee.

A questo punto uno però potrebbe chiedere: e allora perché si limita il diritto a questa protezione a soli vent'anni?
Semplice: perché una protezione eterna o quasi porterebbe al monopolio e bloccherebbe l'innovazione dall'altro lato.
Una volta che un'idea viene prodotta, è valida e ha successo, allora conquista il mercato. Se quindi quell'idea è protetta per sempre quel mercato è bloccato, nessun altro ci può entrare a meno che non glielo conceda il monopolista, nessuno può migliorare quell'idea (perché una semplice miglioria non è brevettabile e quindi la sua produzione è bloccata dal brevetto precedente).
Quindi nessuno avrebbe convenienza a fare ulteriore innovazione: il monopolista non ne avrebbe bisogno e la possibile concorrenza (sempre che sia sopravvissuta) avrebbe troppi ostacoli da superare.

Saluti,

Mauro.

domenica 8 luglio 2018

Discutere con gli stupidi

A tutti noi è capitato prima o poi di trovarsi impelagati in discussioni con degli stupidi (e se qualcuno crede che non gli sia mai capitato forse dovrebbe porsi la domanda se non sia lui lo stupido nelle discussioni).

Capitava in tempi pre internet nella vita reale e oggi ancora talvolta nella vita reale ma soprattutto in rete, sui cosiddetti social networks.

Qualunque fosse il tema della discussione e comunque finisse, fino a che non esisteva la rete non era un grande problema.
Lasciava sì l'amaro in bocca a chi cercava di discutere in maniera intelligente e portava argomenti, ma non aveva conseguenze. Almeno non serie. Sì, colui che cercava di ragionare ci faceva una brutta figura se la discussione degenerava o se si lasciava andare, ma tutto si chiudeva con la brutta figura.
A meno di non essere in TV finiva tutto lì (e in TV a quei tempi c'erano moderatori veri, quindi anche se uno stupido riusciva ad arrivare fino lì difficilmente la discussione degenerava).
Si usava anche dire che il più intelligente doveva lasciar perdere e, anche se la cosa non faceva piacere perché all'inizio lasciava un certo sapore di sconfitta, ciò serviva veramente a evitare che il tutto degenerasse o avesse risonanza.

Oggi, dove queste discussioni avvengono in rete, il discorso è diverso.
Per prima cosa la risonanza c'è fin da subito, qualsiasi piega prenda la discussione: la rete amplifica, non nasconde. Non hai più solo il tuo interlocutore o al massimo un pubblico limitato davanti a te. Hai potenzialmente il mondo intero.
E la maggioranza del pubblico non è interessato a chi ha ragione, ma a chi vince. E chi vince? Chi sbraita di più, chi ha l'ultima parola.
Quindi la tattica secondo cui il più intelligente lascia perdere in rete non funziona: se lasci la discussione, la maggioranza della gente crederà che non hai argomenti e scappi.
Quindi devi avere l'ultima parola.
Ma, a meno di non essere su un blog o altro spazio dove tu stesso moderi gli interventi (o dove ci sono moderatori capaci), l'ultima parola non la avrai mai.
Perché?
Perché lo stupido in realtà non risponde a quello che tu dici, ma risponde in base ai discorsi che lui si fa dentro di sé, risponde a ciò lui ha pensato che tu dirai, non a quello che hai detto. Quindi lui avrà sempre una risposta. Generalmente fuori tema, ma la avrà. E la maggioranza del pubblico non capirà che è fuori tema.

È un circolo vizioso dove chi ragiona non può vincere in una discussione.
L'unico modo di vincere è non partecipare, non discutere.

E allora come fare per far sì che gli argomenti veri arrivino comunque in qualche modo al pubblico?
Io vedo solo due strade (da percorrere entrambe, non necessariamente alternative tra loro):
1) rivalutare la comunicazione classica (cioè i media pre internet);
2) ignorare i social networks (non internet nel globale: su internet ci sono spazi e risorse utilissimi e gestiti bene).

Saluti,

Mauro.

Il pesce (non) puzza dalla testa

Ultimamente ho letto più volte (sia riguardo al governo attuale che a quelli precedenti) che non si può pretendere l'onestà, la correttezza dai cittadini visto l'esempio che ci arriva dall'alto, da parte di chi ci governa.

A parte il fatto che detto "esempio" è amplificato dall'informazione e dal fatto che un rappresentante delle istituzioni è molto più visibile di un semplice cittadino.
A parte il fatto che per i rappresentanti delle istituzioni si ama far confusione tra i concetti di indagato/accusato e quelli di colpevole/condannato.
A parte tutto ciò, è proprio il discorso dell'esempio a essere assurdo, a non avere senso.

Per due motivi.

Punto primo: l'Italia (o la Germania, visto che qui succede lo stesso, anche se viene meno urlato) è una repubblica parlamentare, quindi quelli che dovrebbero "darci l'esempio" sono lì perché, direttamente o indirettamente, ce li abbiamo messi noi... quindi vuol dire che quell'esempio ce lo siamo scelti da soli. Ce lo stiamo in realtà dando da soli! Positivo o negativo che sia.

Punto secondo: la legge, almeno nelle sue parti principali, la conosciamo tutti e tutti sappiamo cosa significano legge, diritto, onestà. Quindi non abbiamo bisogno di nessun esempio per rispettare la legge, per comportarci onestamente. Dipende solo e unicamente da noi stessi.

Il pesce puzza dalla testa?
Forse, ma ricordiamoci che la testa siamo noi. Se non sempre, per lo meno nel momento in cui mettiamo la croce sulla scheda elettorale.

E allora da dove lo prendiamo l'esempio?
L'esempio, l'insegnamento in un mondo civile ce lo danno da bambini e ragazzini la famiglia e la scuola, non la politica.
La maggioranza di noi comincia a interessarsi di politica quando l'esempio ormai è già arrivato ed è già stato interiorizzato, positivo o negativo che sia stato.

La politica non c'entra. Punto.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 4 luglio 2018

Razzismi di destra e di sinistra 2

Lunedì ho pubblicato questo articolo sul razzismo implicito nel modo in cui è stata trattata la foto delle ragazze italiane che hanno vinto la 4x400 nell'atletica leggera ai Giochi del Mediterraneo.

Shevathas ha lasciato un commento decisamente importante e condivisibile al mio articolo:

purtroppo molti pensano, magari anche in buona fede, che se il razzismo è A->B allora antirazzismo è B->A

Vorrei qui esplicitare meglio la mia risposta al suo commento.

Intanto è assolutamente vero che purtroppo molti credono che fare dell'antirazzismo significhi ribaltare il razzismo: se io dico che i bianchi sono superiori ai neri, allora tu reagisci privilegiando i neri e inferiorizzando i bianchi.
Ma questo è invece semplicemente un raddoppio del razzismo, perché i razzismi - come i torti - non si sommano algebricamente, ma in valore assoluto.

Poi ci sono coloro che per dimostrarsi superiori dicono che antirazzismo significhi fare A+B.
Certo, fare A+B è un notevole passo avanti in quanto non c'è più la contrapposizione tra A e B. Però ci sono sempre A e B e quindi i germi della contrapposizione non sono eliminati ma solo, per così dire, sedati.

Il problema è che l'antirazzismo si definisce (a autodefinisce) solo in base al razzismo.
Per cui se il razzismo sparisce (o meglio sembra sparire), sparisce anche l'antirazzismo, perché non ce n'è più bisogno (si crede). Però è il razzismo (e con lui l'antirazzismo) a essere sparito, non le differenze.
A e B esistono ancora.

L'antirazzismo non elimina le differenze, anzi le esalta. Generalmente in buona fede, ma le esalta. E questa esaltazione è il germe del razzismo.

Ciò di cui abbiamo bisogno non è l'antirazzismo, ma la civiltà.
E la civiltà non è "A+B", ma "né A né B".
La civiltà significa indiferrenza, non antirazzismo.

Vedo che saltate sulla sedia. Indifferenza!?!?

Sì, indifferenza.
Ma non indifferenza verso il razzismo: il razzismo va combattuto sempre e comunque. Su questo non ci piove.
Però indifferenza verso le differenze: non essere razzista significa che se io ti ho davanti neanche mi accorgo se sei bianco, nero o che altro. Significa che è una cosa che non considero proprio. Né per attaccarti né per difenderti.
Significa che se ti do del coglione o del profittatore tu mi quereli perché ti ho diffamato come cittadino, non che ti metti a sbraitare al razzismo perché magari io sono bianco e tu nero (o viceversa).
Significa che se incontro un razzista lo rivolto per la sua ignoranza, non perché gli altri siano belli e bravi. Rivolto lui e in quel momento per me esiste solo lui, lui come ignorante, non lui come bianco o nero.
Significa che quando ti incontro non mi viene neanche in mente di pensare a quali diritti hai o non hai, perché tanto questi li decide la legge, non i razzisti o gli antirazzisti.

Voi mi direte: va bene, però ammetterai anche tu che l'antirazzismo è un passaggio utile, se non necessario, per arrivare a questo.
E se mi dite così vi do anche ragione.

Il problema è che l'antirazzismo per molti è la meta, lo scopo. Non un passaggio, un mezzo.
E così mettono le basi di nuovi razzismi.

Saluti,

Mauro.

lunedì 2 luglio 2018

Razzismi di destra e di sinistra

Purtroppo oggigiorno bisogna spiegare (oserei dire giustificare) tutto quello che si fa, si dice e si scrive... visto che la regola è strumentalizzare, non capire.

Ieri è stata l'ultima giornata dei Giochi del Mediterraneo e l'Italia ha vinto un bel po' di medaglie, tra cui quella della 4x400 femminile, vittoria tutto sommato insperata.
E su Twitter è apparsa la foto delle ragazze della staffetta, che io ho ritwittato. Questa foto:


Ora mi sono trovato costretto a cancellare il retweet.
Perché? Appunto perché questa foto è stata strumentalizzata. E non voglio che venga strumentalizzato anche il mio retweet.

Perché strumentalizzato? Perché se io (io Mauro Venier, non io persona generica) pubblico in qualsiasi termini una foto del genere o comunque ne scrivo... pubblico o ne scrivo perché voglio celebrare una vittoria o altra impresa sportiva fatta da atlete (o atleti) italiane... io vedo per prima cosa quella maglietta azzurra con la scritta "Italia". Il resto non mi interessa, anzi neanche lo vedo.

Chi inorridisce per il colore della pelle di quelle ragazze o non pubblica la foto per quel colore ha problemi seri sia di razzismo che di identità, visto che così facendo nega il colore più importante: l'azzurro.
Ma - e questo è il punto importante e sottovalutato - anche chi pubblica questa foto e gioisce proprio per il colore della pelle delle quattro ragazze ha gli stessi identici problemi di coloro che inorridiscono: problemi di razzismo e di identità, perché anche a lui alla fine del colore più importante - l'azzurro - non gliene frega nulla.

Ma allora, ve lo dico chiaramente, se non ve ne frega nulla dell'azzurro... cosa ve ne frega di questa foto e delle circostanze che a essa hanno portato? Ignoratela e non rompeteci le balle!

Io non posso che associarmi a quanto Fabrizio Biasin ha scritto su Twitter:


Per questo ho cancellato il mio retweet e di questa foto ne parlo solo qui sul mio blog, spazio mio personale anche se aperto al pubblico: perché qui sopra, a casa mia, se mi strumentalizzate vi prendo a calci in culo e cancello i vostri commenti.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Sarebbe anche interessante sapere quanti di coloro che hanno incensato e pubblicato o ritwittato la foto di cui sopra abbiano fatto lo stesso con la foto dei ragazzi vincitori della 4x100 alla stessa manifestazione (foto per me ugualmente bella, visto che riprende gli stessi colori: l'azzurro e il tricolore):


P.S.2:
Qui un ulteriore sviluppo del mio pensiero su razzismo e antirazzismo.

giovedì 28 giugno 2018

Quegli sconosciuti dei brevetti

Un dialogo con un collega l'altro giorno mi ha fatto capire come poco sia conosciuto e compreso il tema della proprietà intellettuale anche da chi nell'industria, nella tecnologia ci lavora.
Il dialogo verteva su una possibile idea brevettabile e sul come - a detta del collega - il proprietario di quel brevetto ci guadagni per sempre o quasi.

Dato che io nel campo della proprietà intellettuale ci ho lavorato posso raccontare qualcosa e, forse, contribuire a cancellare qualche leggenda metropolitana al proposito.

Intanto va fatta una premessa.
Quando si parla di proprietà intellettuale si pensa quasi sempre solo a brevetti e diritti d'autore.
In realtà la proprietà intellettuale comprende molte altre cose, tra cui per esempio i marchi registrati e i modelli di utilità.

Ma torniamo al punto.

Chi ottiene il brevetto per qualcosa (prima leggenda da sfatare: sì, "chi ottiene il brevetto" e non "chi brevetta", perché tu inventi, non brevetti, e poi chiedi il brevetto all'ufficio competente che esamina la richiesta e te lo concede o meno) non guadagna a vita su quel brevetto.
Non guadagna a vita su quel brevetto semplicemente perché un qualsiasi prodotto può essere coperto da brevetto per al massimo venti (20) anni, sempre che il proprietario del brevetto paghi annualmente la corrispondente tariffa all'ufficio brevetti (se no, la copertura brevettuale finisce nel momento in cui smette di pagare*).
Quindi, seconda leggenda da sfatare, sul brevetto in sé - cioè vendendo il prodotto brevettato in esclusiva o concedendo ad altri licenza di produrlo - ci si guadagna al massimo per vent'anni. Dopo quel termine puoi continuare a produrre e vendere quel determinato prodotto (e guadagnarci sulla vendita), ma il brevetto non ti porta più niente: chiunque può a quel punto produrre e vendere lo stesso prodotto senza pagarti nulla.

E a questo punto generalmente la gente mi salta su dicendo: "E allora l'Aspirina? La Bayer la produce da oltre 100 anni e nessun altro può produrla!" (terza leggenda da sfatare).
No, signori miei: tutti oggi possono produrre l'Aspirina (e possono farlo da più di ottant'anni). Il fatto è che nessuno (Bayer esclusa) può chiamarla Aspirina.
Il discorso è semplice: Aspirina è il nome commerciale dato dalla Bayer all'acido acetilsalicilico (più precisamente acido 2-(acetilossi)benzoico), nome che la Bayer ha registrato e quindi che nessun altro può usare.
Infatti in giro trovate vari prodotti alternativi all'Aspirina, tutti a base di acido acetilsalicilico, ma nessuno che si chiami Aspirina. E la Bayer guadagna sulle nude vendite dell'Aspirina, non più però grazie al brevetto.
E allora la storia dei vent'anni? La storia dei vent'anni vale per i brevetti, non per i marchi registrati. Questi ultimi puoi riservarteli per l'eternità, basta che paghi.

Sulla proprietà intellettuale ci sono tanti altri malintesi da chiarire e fatti interessanti da scoprire (e magari ne riparlerò), ma quanto sopra è ciò che per la nostra vita quotidiana è più interessante. E al tempo stesso forse la questione più malintesa/fraintesa (talvolta anche in malafede da parte di chi vorrebbe eliminare la proprietà intellettuale tout court).

Saluti,

Mauro.

* Ci sono addirittura casi in cui si fa richiesta di brevetto ma poi non si paga o si smette di pagare dopo solo un anno perché a quel modo si impedisce ad altri di presentare a propria volta richiesta di brevetto, non perché si sia interessati ad avere quel brevetto per sé.

mercoledì 27 giugno 2018

Non abbiate paura del buio 2

In onore del commento che Nautilus ha lasciato qui.


Saluti,

Mauro.

sabato 23 giugno 2018

Non abbiate paura del buio

Sembrano tempi bui.

Ma non è il buio il pericolo maggiore. È la troppa luce.
Al buio puoi accendere una lampada.
La troppa luce ti fa illudere di vedere tutto, ma in realtà ti acceca.

Cercate sempre una luce non accecante... ma tra i due estremi imparate a temere di più la luce accecante.
Ottiene lo stesso risultato del buio ma illude.
Il buio non illude quindi lo puoi combattere.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 20 giugno 2018

La malinconia della milza

Anche le lingue che conosci bene riservano sempre delle sorprese.
Ma partiamo dall'inizio.

A me piace molto la poesia (ne leggo di ottima e ne scrivo di pessima).
Uno dei poeti che amo di più è Baudelaire. Tra le sue poesie che preferisco c'è Spleen:

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
II nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrement.

  - Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

E per Baudelaire lo Spleen è la malinconia (e ovviamente non solo per Baudelaire, bensì per la lingua francese tutta).

Però oggi ho scoperto che in inglese spleen è la... milza.
Dopo quarant'anni che parlo inglese, dopo aver scritto la mia tesi di laurea in inglese, dopo che lavoro da più di vent'anni quasi quotidianamente con l'inglese... ho scoperto oggi come si dice milza in inglese.

In pratica ho scoperto... la malinconia della milza.

Saluti,

Mauro.

martedì 19 giugno 2018

Siamo sicuri che le quote rosa funzionino?

Come ben sa chi mi segue da tempo (ma anche forse chi mi segue da meno tempo) io sono contro le quote (rosa o di qualsiasi altro tipo) in posti sia pubblici che privati.
Non sto qui a ripetermi: già nel gennaio del 2010 avevo espresso in questo articolo il mio pensiero e da allora non è cambiato.
Oggi magari mi spiegherei con più dettagli, citando qualche fonte in più, ma la sostanza rimarrebbe la stessa.

Ieri però un articolo pubblicato sul sito della Deutsche Welle (radio pubblica tedesca) mi ha fatto pensare che forse le quote rosa sono ancora più dannose di quello che io pensavo e che le prime a essere da queste danneggiate solo le donne stesse.
L'articolo in questione si intitola Frauen mit wenig Rückenwind (in italiano: Donne con poco vento a favore).
Scopo di questo articolo sarebbe quello di far vedere che le donne sono ancora svantaggiate per quanto riguarda le posizioni di vertice nelle aziende e che bisogna fare qualcosa al proposito.

Però, però...

Guardate questo grafico, basato su dati della commissione europea:



Questo grafico ci indica i paesi europei con la più alta percentuale di donne ai vertici delle aziende e, per confronto, il dato UE globale (il titolo del grafico letteralmente significa: Stati dell'UE con il maggior numero di donne in posizioni di vertice, il sottotitolo: Percentuale di donne nei consigli di sorveglianza e nel top management delle maggiori aziende).

Da italiano la mia prima reazione è che l'Italia (dove si parla e si straparla delle poche donne in posizioni importanti) è comunque il terzo paese d'Europa per donne ai vertici, dietro solo a Francia e Svezia (che io, sinceramente, mi sarei comunque aspettato in posizioni invertite, ma questa è un'altra storia).
Alla faccia delle lamentele e dei piagnistei.

Le considerazioni però più interessanti sono altre.

1) Intanto, almeno tra i primi cinque paesi, l'Italia è l'unico senza nessuna quota (o altra forma di tutela/promozione) per le donne nel mondo aziendale.
Eppure l'Italia, come detto, non è per niente messa male, anzi.
Forse che le quote non siano poi una strada così necessaria, così utile per ottenere dei risultati?

2) La seconda considerazione viene dal confronto tra Italia e Germania: in Germania per legge le principali società quotate in borsa (cioè di fatto quelle prese in considerazione nel grafico) devono avere almeno il 30% di donne nelle posizioni di vertice.
Eppure l'Italia supera il 32% senza quote e la Germania non raggiunge il 30% nonostante la legge.
Non sarà forse che le quote ti fanno sembrare privilegiata e quindi ti mettono contro chi ti dovrebbe assumere?
Ergo ti danneggiano?

Io lancio il sasso, vediamo cosa ne pensate voi.

Saluti,

Mauro.

domenica 17 giugno 2018

I virgolettati

Negli ultimi tempi ci sono state varie polemiche perché sono state riportate in vari articoli citazioni non corrette, però comunque riportate come virgolettate, quindi ufficialmente come letterali (io stesso ne ho parlato qui riguardo a un'intervista a Günther Oettinger).

Cosa significa riportare qualcosa tra virgolette?
Significa che quel qualcosa - bello o brutto che sia - è ciò che letteralmente ha detto o scritto la persona citata. Non un riassunto (per quanto fedele), solo quanto ha letteralmente detto. Niente di più, niente di meno.
Un riassunto è assolutamente accettabile e - si spera - generalmente corretto, ma solo se non virgolettato ed esplicitamente definito come tale.

E fin qua, spero, siamo tutti d'accordo.

Ma ciò non basta. Anche una citazione letterale può essere comunque sbagliata.
Ora mi direte: ma se hai appena detto che le citazioni devono essere letterali... non puoi ora dirci che essere letterali non basta!
E invece sì, ve lo dico. Le citazioni devono sì essere letterali, ma devono anche essere complete.

Mi spiego meglio con un esempio.
Mettiamo che io dichiari: "Se fosse dimostrato che la categoria X è dannosa per il paese, allora cacciamo la categoria X" (lo so, la grammatica non è perfetta, ma avete mai sentito grammatica perfetta nei comizi, anche in quelli della vostra parte?).
Un giornale di una determinata parte politica prenderebbe le parole "cacciamo la categoria X" e le userebbe come espressione del mio pensiero.
La citazione sarebbe letterale, nessuno potrebbe protestare al proposito, ma sarebbe comunque sbagliata, fuorviante... perché mancherebbero parti essenziali (spero che non serva che vi dica quali).

Cosa ci insegna ciò?
Ci insegna che una citazione deve essere letterale, sì, ma che senza un collegamento alla fonte originaria, alla fonte che ci permetta di risalire al contesto... anche la letteralità non dice in fondo nulla.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 13 giugno 2018

Aquarius: cerchiamo di rimanere razionali

L'Aquarius non è il problema. O meglio è un problema per coloro che sono/erano a bordo e per chi di essi se ne deve direttamente occupare.
Ma se vogliamo arrivare a una soluzione dobbiamo analizzare il problema complessivo, non guardare alle singole navi, chiunque le governi.
E il problema complessivo rimane sia che l'Aquarius fosse stata accolta in Italia, sia che vada in Spagna sia che fosse stata rispedita in direzione Libia.

Occuparsi delle singole navi è doveroso a livello pratico.
Ma a livello politico non serve a niente. A livello politico significa abdicare alla politica legata alla realtà e fare solo politica legata alle emozioni.

Compito della politica è trovare una soluzione condivisa, che cerchi di minimizzare le spinte alla migrazione (cioè migliorare le condizioni di vita all'origine) senza però far venire meno la doverosa accoglienza per chi necessita di protezione e aiuto.
Compito della politica è cercare di aiutare il maggior numero possibile di persone (che siano cittadini propri o che siano immigrati) senza venir meno alle regole di uno Stato di diritto.
Compito della politica è creare una cornice all'interno della quale sia automatico sapere - salvo eventuali casi eccezionali - cosa fare in questi casi.

Quale sia la soluzione migliore io non lo so. È compito della politica - nazionale e internazionale - trovarla.

Ma so che è necessario trovarla, perché ritrovarsi a fare questo circo ogni volta rischia di essere peggio persino sia dell'accoglienza indiscriminata che dei respingimenti indiscriminati.
Molto peggio. Per tutti.

Saluti,

Mauro.

domenica 10 giugno 2018

Perché usare l'aereo di Stato?

Con la partecipazione di Conte al G7 in Canada è tornato in voga il dibattito sui voli di Stato per le alte cariche istituzionali.
C'è chi approva l'uso di aerei dedicati (ergo di proprietà o noleggiati dal Governo tramite il Ministero della Difesa) e chi invece vorrebbe che le alte cariche volassero su normali voli di linea.
Posizioni entrambe degne di rispetto, ma non è questo il punto.
Il punto sono le motivazioni addotte.

Generalmente si portano solo due motivazioni:
- Rappresentanza (generalmente dai sostenitori dei voli di Stato);
- Costi (generalmente dagli avversatori dei voli di Stato).

I voli di Stato però hanno più giustificazioni che solo queste due (e anche queste, anzi soprattutto la seconda sono in parte malposte).
Vediamole (queste due comprese).

1) Rappresentanza. Quando ci sono incontri internazionali ad alto livello, le alte cariche - in particolare il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio - rappresentano il Paese, non loro stesse, quindi l'immagine portata da un volo di Stato non va sottovalutata.

2) Costi. Tenendo conto che le alte cariche si muovono sempre con un certo seguito - non volano da sole come faremmo io o voi miei lettori - i costi dell'acquisto dei biglietti per i voli di linea (tenendo anche conto che non sempre gli incontri sono preventivabili con sufficiente anticipo) rischierebbero di essere ben superiori a quelli di un volo di Stato.

3) Efficienza. A meno che il volo non sia veramente molto breve, questo viene anche utilizzato per lavorare. Per lo meno per preparare ulteriormente l'incontro verso cui si sta volando. Su un volo di linea (anche nella migliore delle business class, che poi comunque costa non poco, quindi vedi punto 2) non puoi certo lavorare bene e indisturbato come su un volo dedicato.

4) Tempi. I vertici internazionali non puoi gestirli in base ai piani di volo delle varie compagnie aeree. Devi essere flessibile. E devi poter rientrare il più alla svelta possibile per riprendere in mano gli affari istituzionali. Un aereo dedicato ti permette tutto ciò.

5) Sicurezza. Un'alta carica di Stato è chiaramente più a rischio di attentati (e noi in Italia ne sappiamo qualcosa) di un comune cittadino. E oltretutto colpire un'alta carica ha per il Paese un effetto funzionalmente più devastante che colpire nel mucchio - per quanto cinico sia dirlo e per quanto moralmente il colpire nel mucchio sia peggio. E un aereo di Stato è più facilmente proteggibile di un aereo di linea.

E queste sono solo le giustificazioni principali, non le uniche.

Saluti,

Mauro.

venerdì 8 giugno 2018

A quanto pare il PD ha vinto le elezioni

Chi mi conosce, anche solo virtualmente, sa che non ho mai votato PD (e l'unica volta che ho pensato di poterlo fare è stato dopo il 4 marzo, qundo i militanti hanno lanciato la campagna "Senza di me").

Io quando parlo di politica divido il mio giudizio in due parti.
A livello politico generale, di programmi, chiaramente valuto i singoli partiti nel complesso e c'è quindi il partito che in quanto tale giudico meglio e quello che giudico peggio.
A livello di singoli atti politici, io giudico il singolo atto, non il partito che lo fa. Quindi può benissimo capitare che giudichi positivo un atto fatto da un partito a me lontanissimo e negativo un atto del partito per cui ho votato.

Fatta questa premessa, veniamo al punto.

Ogni volta che contesto qualcosa del M5S vengo automaticamente etichettato dai grillini come elettore del PD.
Però questo succede a chiunque contesti anche solo una volta un qualcosa relativo al M5S. Tutti questi sono del PD.

Quindi facciamo due conti spannometrici.
Tutti quelli che hanno votato PD sono, ovviamente, elettori PD, o piddini secondo la neolingua.
Ma oggi anche coloro che hanno votato FI sono, in quanto anti-M5S, piddini.
Ma vale quindi anche per LeU, FdI, UDC, Civica Popolare, SVP, ecc. Tutti piddini secondo i grillini.
Ma anche molti leghisti... quelli che non approvano l'alleanza col M5S sono quindi piddini.
E ciò vale anche per qualche grillino che ragiona con la propria testa... sono piddini infiltrati.
Per non parlare poi degli astenuti, che ovviamente criticano tutti ma per i grillini criticano solo il M5S e quindi sono piddini anche loro.

Mettendo insieme tutti questi elettori (compresi anche gli astenuti che a quanto pare sono solo finti astenuti visto quanto sopra) il PD va da solo ben oltre il 50% +1 dei voti in entrambe le camere. Ma molto ben oltre.

Quindi i ragionamenti dei grillini dimostrano che il PD ha vinto alla grande le elezioni.
E allora perché non governa?

Torniamo seri.
Quanto scritto sopra su chi contesta il M5S è vero. Basta farsi un giro sui social network, andare a chiacchierare dal vivo con elettori e militanti M5S, ecc.
Appena fai una minima critica... "sei piddino!!!".
È chiaro che il PD non ha vinto le elezioni, però tutto ciò dimostra che chi vota M5S vota "contro", non "per". Contro il PD, non veramente per il M5S
Il PD è la loro fissazione, non sanno pensare ad altro. Una caso da manuale di psichiatria, direi.

Saluti,

Mauro.

giovedì 7 giugno 2018

Il discorso di Oettinger

A fine maggio è scoppiato un casino per le dichiarazioni del commissario europeo Oettinger (qui il perché non dovrebbe essere commissario indipendentemente da dette dichiarazioni) sugli elettori italiani e il nuovo governo, rilasciate in un'intervista alla Deutsche Welle.
Per chi sa il tedesco, qui si può vedere e ascoltare l'intervista completa.

Il casino è nato però non direttamente dall'intervista, ma da un tweet del giornalista della Deutsche Welle stessa Bernd Thomas Riegert (tweet ora cancellato) in cui quest'ultimo riassumeva le parole sull'Italia con "The markets will teach the Italians to vote for the right thing" (per chi ha problemi con l'inglese: "I mercati insegneranno all'Italia a votare per ciò che è giusto"), parole forti, ma soprattutto virgolettate come si dovrebbe fare solo con citazioni letterali.
E letterale questa citazione non la è proprio per niente.

Oettinger è famoso per farla (molto) fuori dal vasino quando parla e le sue parole sull'Italia non sono comunque state felici - anzi - ma comunque ben diverse da quanto riportato sopra.

Ma cosa ha detto di preciso Oettinger sull'Italia in quell'intervista?
Riprendo la trascrizione fatta dalla Süddeutsche Zeitung delle parole incriminate.

Oettinger ha detto (qui le virgolette ci stanno in quanto trascrizione letterale):
"Meine Sorge und meine Erwartung ist, dass die nächsten Wochen zeigen, dass die Märkte, dass die Staatsanleihen, dass die wirtschaftliche Entwicklung Italiens so einschneidend sein könnten, dass dies für die Wähler doch ein mögliches Signal ist, nicht Populisten von links und rechts zu wählen."

Che tradotto significa:
"La mia preoccupazione e ciò che mi attendo è che le prossime settimane mostrino che i mercati, che i titoli di stato, che l'evoluzione economica dell'Italia possano essere così drastici da far sì che siano un possibile segnale agli elettori a non votare populisti di sinistra e di destra."

Ha anche aggiunto:
"Schon jetzt ist die Entwicklung bei den Staatsanleihen, bei dem Marktwert der Banken, beim wirtschaftlichen Verlauf Italiens generell deutlich eingetrübt, negativ. Dies hat mit der möglichen Regierungsbildung zu tun. Ich kann nur hoffen, dass dies im Wahlkampf eine Rolle spielt, im Sinne eines Signals, Populisten von links und rechts nicht in die Regierungsverantwortung zu bringen."

Che significa:
"Già adesso l'evoluzione dei titoli di stato, del valore di mercato delle banche, dell'andamento economico dell'Italia è in genere nettamente opaco, negativo. Questo a che fare con la possibile formazione del governo. Io posso solo sperare che questo giochi un ruolo in campagna elettorale, come segnale di non portare populisti di sinistra e di destra a responsabilità di governo."

Parole gravi, indubbiamente, anche se meno di quanto Riegert voleva far credere.
Ma ancora più grave è stato da parte del giornalista spacciare per citazione letterale un suo riassunto (e neanche proprio corretto, oltretutto).
A quanto pare la deontologia professionale dei giornalisti non è in crisi solo in Italia.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 6 giugno 2018

Un Presidente mai eletto. E neanche votato

Negli ultimi anni in Italia ci hanno rotto in continuazione le scatole con la storia dei Presidenti del Consiglio non eletti.

Per quanto riguarda il popolo elettore uno dei cavalli di battaglia del "potere al popolo" sono gli Stati Uniti, dove si eleggono persino gli sceriffi e - con un meccanismo un po' particolare - il Presidente della Repubblica, il POTUS.

Tutte queste cose mi sono venute in mente oggi durante una discussione su Twitter e la conclusione è... La conoscete la storia dell'elezione a POTUS di Gerald Ford?

No, non potete conoscerla perché quell'elezione non c'è mai stata.
Ma Gerald Ford è stato Presidente per davvero.

Andiamo con ordine.

Negli USA non si elegge il Presidente, ma l'accoppiata Presidente + vice. Nel 1972 vinse l'accoppiata Nixon-Agnew.
Ma a fine '73 Agnew si dimise. E Nixon chiamò al suo posto Ford.
Ford non aveva neanche partecipato alle primarie repubblicane, quindi non era neanche una specie di Lucky Loser, come si direbbe nel tennis.
Quando poi Nixon nel '74 si dimise per lo scandalo Watergate, Ford si ritrovò Presidente.

POTUS.
Senza aver vinto nessuna elezione.
Anzi, senza neanche avervi partecipato.

Saluti,

Mauro.

martedì 5 giugno 2018

Balotelli e la fascia

Negli ultimi giorni, con le ultime amichevoli stagionali della nazionale italiana di calcio, si è improvvisamente presentato un "problema": la possibilità che Mario Balotelli indossasse la fascia di capitano.

Gli uni a plaudire alla possibilità perché sarebbe un forte segnale di integrazione (in realtà ipocrisia politicamente corretta).
Gli altri a contestare i meriti morali di Balotelli, tirando in ballo le famose "balotellate" (in realtà ipocrisia razzista per nascondere il fatto che volessero un capitano bianco).

Peccato solo che sia un problema non problema.
Semplicemente non esiste, è un problema inventato.

La nazionale italiana di calcio ha sempre avuto la regola che il giocatore col maggior numero di presenze in campo porta la fascia di capitano.
Quindi se un giorno capiterà che Balotelli dovesse essere il giocatore nell’11 iniziale con più presenze sul groppone quel giorno avrà la fascia. E non per questioni di integrazione o politiche.
Se tale evenienza non capiterà mai, se non sarà mai il giocatore in campo con più presenze, la fascia non la porterà mai. E non per questioni caratteriali o politiche.
Punto.

L’integrazione, le balotellate e altre seghe mentali non c’entrano un cazzo, se non a riempire le TV e i giornali di chiacchiere e stronzate.
Sono, appunto, solo seghe mentali per inventarsi un problema che non è un problema (e magari per nasconderne, farne passare sotto silenzio altri che esistono veramente).

Saluti,

Mauro.

domenica 3 giugno 2018

Lasciamoli lavorare o no?

Il governo M5S-Lega è nato. OK, non ha ancora ottenuto la fiducia delle due camere... ma comunque è nato.

E subito sia i suoi sostenitori che i suoi oppositori hanno dimostrato di non sapere come funziona una democrazia parlamentare matura.

Sostenitori. Si dice "lasciamoli lavorare" per vedere come funzioneranno, ma si intende "non criticate e non rompete, il governo non va contrastato".
Oppositori. Si dice "faremo opposizione" facendo capire che sia sui singoli atti, ma si intende "faremo ostruzionismo, contrasteremo tutto".

No, signori miei, non funziona così. Entrambe le posizioni sono antidemocratiche.

"Lasciar lavorare" significa non fare ostruzionismo, non non fare opposizione.
"Fare opposizione" significa contrastare gli atti negativi per il paese, ma sostenere quelli positivi, non contrastare tutto.

Saluti,

Mauro.

venerdì 1 giugno 2018

Il fax è vivo e combatte insieme a noi

Vi avevo già scritto qui che la polizia dell'Assia usa il modernissimo mezzo di comunicazione chiamato fax.

Ma non è sola.

In questo periodo devo rinnovare la patente di guida (per i miei lettori non italiani: sì, in Italia la patente non è per la vita come per esempio qui in Germania, ogni tanto devi rinnovarla e una delle condizioni per ottenere il rinnovo è una visita medica, con particolare accento sulla vista).
Avevo preso un appuntamento ma purtroppo per ragioni di lavoro non posso presentarmi alla data stabilita, così ho telefonato per chiedere di spostarlo.

E cosa mi rispondono?
"Nessun problema, ma per poterlo spostare ci deve mandare un fax al numero xxx". 😕

Saluti,

Mauro.

martedì 29 maggio 2018

Perché Oettinger non dovrebbe essere commissario europeo

Oggi si è scatenato un putiferio sulle dichiarazioni del commissario europeo Günther Oettinger, tedesco (anzi peggio: svevo), riguardo la situazione italiana.
E molti a dire che uno che rilascia certe dichiarazioni non può fare il commissario europeo.

Io non ho ancora letto o ascoltato il testo originale di Oettinger (conoscendo il tedesco non ho bisogno di fidarmi di quanto viene riportato in giro in italiano o inglese), quindi non giudico ancora la cosa.

Però una cosa la posso confermare: Günther Oettinger in un mondo normale non potrebbe essere commissario europeo, indipendentemente dalle dichiarazioni odierne.
Non potrebbe e non dovrebbe esserlo a causa delle sue frequentazioni.
Frequentazioni italiane.

Ne scrissi su questo blog ormai più di otto anni fa: Günther Oettinger.

Saluti,

Mauro.

Perché Cottarelli e non Gentiloni?

Comunque si giudichino gli eventi degli ultimi giorni sia politicamente che istituzionalmente, su una cosa siamo tutti d'accordo: il governo Cottarelli serve solo a "traghettare" il Paese verso nuove elezioni ad autunno.
Giusto? Sbagliato? Ognuno la pensi come vuole, questo giudizio non è tema di questo articolo.

Tema di questo articolo è la domanda che ho visto fare in giro: perché Cottarelli e non Gentiloni?

Ora, fino alla cerimonia della campanella il governo in carica (affari correnti o no che siano) è il governo Gentiloni.
Il fatto che Gentiloni e i suoi ministri abbiano già cominciato il trasloco è ininfluente: l'Italia in questo momento ha un governo in carica e questo governo è il governo Gentiloni.
A livello costituzionale ma anche istituzionale in senso lato niente impedisce al governo Gentiloni di fare da traghetto.

E allora perché chiamare Cottarelli (o chiunque altro)?

A mio parere la motivazione è molto semplice.
Dopo l'incarico a Conte si è chiaramente operato uno stacco, una cesura. Dopo quell'incarico il governo Gentiloni è stato visto idealmente come dimesso dall'opinione pubblica e probabilmente sarebbe stato visto tale anche dal Parlamento. Anche perché sorretto da una ben precisa parte politica, diversa da quella del presidente incaricato.
Quindi riproporlo sarebbe stato visto sia dai nemici che dagli amici come una scelta politica, non una scelta di transizione (ed è lo stesso motivo per cui era in questo caso ancora più impraticabile chiedere a Conte di fare solo da traghettatore).
Serviva quindi una persona veramente esterna non alle istituzioni, ma all'attuale scenario politico.

Ora, chiarito perché Gentiloni no, resta da chiarire: perché proprio Cottarelli e non un altro?

Qui la motivazione credo sia un po' più complicata (e forse meno digeribile da parte di molti, trasversalmente agli schieramenti).
A mio modesto parere il fatto è che il governo-traghetto in base a come si svilupperanno i tempi per arrivare alle elezioni potrebbe essere comunque costretto a occuparsi della legge di bilancio, quindi serve qualcuno che sappia far di conto. Come Cottarelli appunto.
Teniamo poi anche conto che Cottarelli è stato apprezzato nella sua attività di controllore della spesa da quasi tutti, M5S compreso.

Scelta giusta? Sbagliata?
Motivazioni giustificate? Non giustificate?
Come detto, ognuno può pensarla come vuole, ma le motivazioni di questa scelta a mio parere queste sono.

Saluti,

Mauro.

lunedì 28 maggio 2018

Quiz geografico 2

In questi giorni si parla tanto della nostra povera Italia per ragioni politiche.
E a me è venuta l'idea di parlarne geograficamente, di proporre un nuovo quiz geografico proprio sul nostro paese.

Sapete dirmi - senza usare Google, atlanti o carte varie - quali sono gli estremi nord, est, sud e ovest del nostro paese?
O almeno, visto che le località precise non sono proprio facili, in quali province si trovano detti estremi?

Saluti,

Mauro.

Altre puntate:
Quiz geografico 1

sabato 26 maggio 2018

Polizia 2.0

Negli ultimi giorni ho dovuto scambiare varie informazioni e documenti con la Polizia dell'Assia, qui in Germania.

(No, è inutile che cominciate a fare festa: non mi hanno arrestato e rinchiuso 😁).

Sapete qual è il modo più comodo e veloce di comunicare con la Polizia, per ammissione stessa della commissaria con cui ho avuto a che fare?

Tenetevi forte: il fax! 🤤

Saluti,

Mauro.

giovedì 24 maggio 2018

Il taxi e la scorta

L'illustre sconosciuto Giuseppe Conte si è recato al Quirinale in taxi.
Seguito dalle auto di scorta.

E subito è scattata la polemica (stile quella per Fico, solo che quella per Fico era giustificata, qui invece come vedrete il problema è diverso): perché deve prendere un taxi e non salire su un'auto della scorta?

Facciamo ordine.

Fino al momento dell'incarico da parte di Mattarella, Conte era un normale privato cittadino e non una carica istituzionale.
Dopo aver ricevuto l'incarico (che non è ancora la nomina!), Conte non può più essere definito un privato cittadino... ma non ricopre ancora nessuna carica istituzionale (quello succederà dopo la nomina).
Ergo non ha diritto automatico a scorta.

In più: Conte per la sua attività e passato non è sotto minaccia malavitosa, mafiosa o simili come purtroppo alcuni giornalisti, imprenditori o politici.
Ergo non ha diritto a scorta per ragioni di sicurezza.

Quindi il problema non è perché ha preso il taxi, ma perché aveva la scorta (e anche come sapeva come sarebbe arrivato al Quirinale chi aveva il potere di concederla).

Ecco, questa è la domanda: perché la scorta?

Saluti,

Mauro.

Come far dire ai libri quello che si vuole

Cosa c'è di peggio che inventare false notizie?
Prendere un libro, un articolo, un discorso o altro per fargli dire quello che vuoi tu e non quello che c'è effettivamente dentro. Manipolare testo e lettori.
E purtroppo in Italia lo puoi fare perché l'analfabestismo funzionale fa ascoltare più volentieri te che imbrogli ma parli semplice rispetto a chi informa ma, per forza dicose, deve usare concetti più complessi.

Un ottimo esempio lo abbiamo avuto su Twitter il 21 maggio scorso.

Prendete questo tweet:


Ma vediamo l'immagine proposta senza tagliarla in fondo:


(Qui completo con tanto di mia risposta).

Dove sta il problema?

Intanto che non vengono citati titolo, autore ed editore del libro, quindi uno che volesse controllare coi suoi occhi non potrebbe farlo. Deve fidarsi del disinformatore e basta.

Secondariamente la parte di testo mostrata non è né liberista, né antiliberista: è semplicemente lapalissiana. Che la delocalizzazione favorisca l'azienda e porti anche vantaggi al paese dove la produzione viene trasferita (lavoratori compresi, anche se non in misura sufficiente, va detto) è un dato di fatto accettato da tutti, indipendentemente dalle ideologie.

Per valutare se il testo vuole indottrinare o meno, la parte veramente importante è quella che manca, quella che comincia con "Nel Paese di origine del prodotto...".
E se questa parte mettesse in evidenza i problemi della delocalizzazione, i danni che eventualmente produce?

Il propagandista autore del tweet neanche si è accorto che ha lasciato la frase che lo frega.
O forse se ne è accorto ma se ne frega: sa che i boccaloni analfabeti funzionali leggeranno e capiranno solo quel che lui vuole che leggano e capiscano.

Saluti,

Mauro.



martedì 22 maggio 2018

L'illustre sconosciuto Giuseppe Conte

Ormai tutti avrete letto delle "imprecisioni" nel curriculum dell'illustre sconosciuto Giuseppe Conte, che secondo Di Maio e Salvini il Presidente Mattarella dovrebbe nominare a capo del governo nascente.
Quindi non serve che ve le racconti. Per chi vuole, qui il Post racconta bene la storia.

Io intanto però mi stavo facendo un'altra domanda.

Conte, al di là di posizioni politiche e curriculum, è un esperto di diritto privato.
Se sia veramente così esperto non posso certo giudicarlo io, visto che ho una formazione sia accademica che lavorativa in tutt'altro campo.
Però, però... alla guida delle istituzioni dello Stato sinceramente mi fiderei di più di un esperto in diritto pubblico.

Se invece fossi una Società a responsabilità limitata, beh sì, allora sì che mi interesserebbe il diritto privato.
(Ogni riferimento ad aziende S.r.l. legate a partiti o simili è puramente casuale, ça va sans dire.)

Saluti,

Mauro.

domenica 20 maggio 2018

Festival della Poesia Europea 2018

Oggi voglio fare pubblicità. Ma so che mi perdonerete 😊

Da appassionato di poesia (qualcuno di voi conoscerà anche il mio blog Una poesia al giorno... o quasi che purtroppo da lungo tempo trascuro) vi presento volentieri l'undicesima edizione del Festival della Poesia Europea che si terrà in varie sedi a Francoforte sul Meno (Germania) dal 25 al 27 maggio 2018.

Invito tutti i miei lettori che ne hanno la possibilità a partecipare e tutti a diffondere ulteriormente la notizia.

Sul sito trovate tutte le informazioni, comunque vi riproduco qui le varie pagine dell'opuscolo illustrativo.










Ringrazio di cuore l'amica Maurella Carbone per tutte le informazioni.

Saluti,

Mauro.

sabato 19 maggio 2018

Quiz geografico 1

I quiz logici e matematici di Lituopadania mi hanno ispirato un quiz geografico.

Volete andare da est a ovest.
Per farlo siete costretti ad andare da ovest a est.
Dove siete?

Vietato usare Google, cartine e atlanti (sia su carta che online).

Saluti,

Mauro.

Altre puntate:
Quiz geografico 2

venerdì 18 maggio 2018

Gli slavi e le metafonesi

O, per essere più precisi, gli slavi e le metafonesi tipiche della lingua tedesca.

Per chi sa il tedesco, le metafonesi nella lingua tedesca principalmente altro non sarebbero che i famosi (o famigerati?) Umlaut: ä, ö, ü.

Ora, cosa c'entrano gli slavi con tutto ciò?
C'entrano perché, tra tutte le persone che conosco, le persone di lingua slava sono quelle che con queste metafonesi hanno i problemi maggiori.
Ergo: non riescono a pronunciarli correttamente. Anche quelli che parlano un tedesco quasi perfetto.

Gli esempi migliori io personalmente li ho coi polacchi (sono talmente tanti qui in Germania che è impossibile non aver a che fare con loro) e coi cechi (per lavoro ho quasi quotidianamente a che fare con un nostro stabilimento ceco).
In realtà la cosa la ho un po' osservata anche coi croati... ma con loro generalmente riesco a parlare italiano (soprattutto coi miei parenti croati), quindi logicamente ho rilevazioni statistiche molto più ridotte e quindi meno affidabili.

Polacchi e cechi hanno, come detto, grossi problemi a pronunciare ä, ö e ü. In particolare ü.

Inciso
Graficamente si possono anche scrivere ae, oe e ue, per chi non ha i caratteri corretti sulla propria tastiera.
Inciso chiuso

Come sono le pronunce corrette?
ä: IPA ɛː (una via di mezzo tra a ed e, ma più vicina alla e);
ö: IPA øː oppure œ (dipende dalla parola, comunque una via di mezzo tra o ed e, ma più vicina alla o);
ü: IPA yː oppure ʏ (dipende dalla parola, comunque un po' una ju con la j che si sente molto poco).

Polacchi e cechi spesso pronunciano la ä come una normale a, la ö la pronunciano in modo vario ma per loro si avvicina più alla e che alla o e la ü... la ü (soprattutto per i polacchi) diventa spesso una i o quasi.


Ora, la mia domanda è: è un problema culturale-linguistico o fisico-fisiologico? Hanno qualche caratteristica particolare alle corde vocali (o altri organi legati alla pronuncia) che gli impedisce una corretta articolazione di quei suoni?


Saluti,


Mauro.