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giovedì 31 luglio 2025

Morricone, Genova, Sacco e Vanzetti e un ponte

Nel 2020 Ennio Morricone scrisse "Tante Pietre a Ricordare" in memoria delle vittime della tragedia del cosiddetto Ponte Morandi (in realtà ufficialmente Viadotto Polcevera) di Genova del 2018.
Brano che ebbe la sua prima al Teatro Carlo Felice a Genova mentre veniva finito il nuovo ponte.
Qui sotto un video di detta prima (a un certo punto si vede anche il sottoscritto, presente tra il pubblico):


Però, però... in realtà non un brano molto originale.
No, non parlo di plagio, al massimo di "autoplagio", visto che questo brano ricorda in maniera impressionante (quasi imbarazzante, onestamente), "Here's to you" dello stesso Morricone, dalla colonna sonora del film "Sacco e Vanzetti" (e qui il cerchio si chiude anche a Genova, visto che il regista era il genovese Giuliano Montaldo).
Durante il concerto non me ne accorsi, preso com'ero dalla situazione (tragedia del ponte a cui il brano è dedicato e tragedia Covid dentro cui ci trovavamo al momento della prima), ma tornato a casa ci pensai subito.
Eccolo qui:


Ora, io trovo entrambi i brani splendidi, ma non apprezzo comunque la scelta: sembra come se Morricone avesse voluto riciclare qualcosa per togliersi alla svelta l'incombenza.

C'è però anche chi ha un giudizio positivo anche sull'idea della ripetizione (vedendolo come omaggio e paragone con altre vittime innocenti) e non solo musicalmente come me.
Qui l'interessante articolo di Lorenzo Fabre al proposito.

Saluti,

Mauro.

martedì 22 dicembre 2020

A zonzo per Amburgo

Ad Amburgo ci sono ponti, non sono belli come certi di Venezia, ma sono tanti, più che a Venezia...


E incontri anche il Barbarossa, colui contro cui costruimmo certe mura nella mia Genova...


E ci sono anche centauri che volano nelle gallerie commerciali...


Saluti,

Mauro.

P.S.:
Qui tutti gli "A zonzo per...".

venerdì 28 giugno 2019

Non vedere più un ponte

Durante le vacanze natalizie volli vedere il ponte.

Quando lunedì tornerò a Genova sarà la prima volta che vedrò la mia città senza il ponte.
A Natale e a Pasqua in fondo c'era ancora, anche se a pezzi.
Io Genova senza il Ponte Morandi non la conosco. Il ponte è stato costruito tra il 1963 e il 1967. Io sono nato nel 1968.
Per la mia generazione e per quelle successive il ponte Morandi semplicemente faceva parte della città, del panorama. Non esisteva una Genova senza ponte, non era concepibile.
Il ponte era parte della città. Il ponte era la città. Era lì, semplicemente era lì.
Come non si può concepire una Genova senza Lanterna, senza Righi o senza Boccadasse.
Come la Lanterna, il Righi o Boccadasse sono la città.

Di sicuro quando arriverò giù dalla A7 Milano-Genova, la camionale, e girerò verso Genova Est mi farà uno strano effetto non dover stare attento a sbagliare corsia per non infilarmi verso Aeroporto e Voltri.
Non ci sarà un'altra corsia.
E mi verrà un groppo in gola.
(È vero che anche a Natale e Pasqua non c'era la possibilità di sbagliare corsia, ma nelle due occasioni ero andato a Genova in aereo. Lunedì vado in auto.)

Saluti,

Mauro.

sabato 22 dicembre 2018

Vedere un ponte

Torni a Genova per le vacanze di Natale.
Sai che ti farà male, ma vuoi andare a vedere coi tuoi occhi la ferita subita dalla città il 14 agosto 2018.
Forse, nel tuo intimo, ti vuoi illudere che sia stato tutto un incubo o, come va di moda oggi, una fake news. Un complotto.

Vuoi vedere un ponte. Il ponte.
Che scavalca fiume, strade, ferrovie, case e stabilimenti nella sua inquietante maestosità.

E allora una mattina prendi la metropolitana a Brignole e scendi al capolinea opposto, a Brin.
E ti incammini verso via Fillak. Poi la raggiungi e la percorri in direzione mare.
Vedi avvicinarsi la campata del ponte... alta, enorme, incombente sulle case.
Intatta... non è una delle campate interessate dal crollo e da lì non puoi vedere il resto del ponte.
E inconsciamente magari speri...


Ti avvicini. E cominci a vedere.
Prima lo sbarramento, la famosa zona rossa. Poi il moncone est.
Se tu non sapessi, se tu non avessi visto (e percorso!) quel ponte mille volte il taglio apparentemente netto potrebbe farti quasi credere che sia un ponte ancora in costruzione.
O magari invece una delle mille opere incompiute di questo paese.
Invece tu quel ponte lo hai visto.


Poi arrivi allo sbarramento, non puoi passare.
Devi deviare in via Campi, muoverti in direzione del fiume, non in direzione del ponte.
E a un certo punto all'improvviso alla tua sinistra rivedi il moncone. E vedi che il taglio non è netto.
Sembra come rosicchiato. C'è anche il metallo deformato.
E al più tardi ora la realtà ti colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco.


E arrivando in via Perlasca vedi anche il moncone ovest.
Quello senza le torri che danno un'illusoria idea di forza e resistenza.
E ti chiedi come fa a stare su, se per caso stia fluttuando nell'aria.


E poi ci arrivi sotto.
No, in realtà sotto non ci arrivi. Sotto i monconi non ci puoi andare.
Tu in realtà vorresti farlo, vorresti vedere tutto... vorresti ferirti come è ferita la tua città.
Ma giustamente non puoi.
Non puoi per la tua sicurezza e non puoi per non rompere le palle a chi lì sta lavorando. Indirettamente lavorando anche per te.
Però arrivi nel punto in cui, se il ponte ancora ci fosse, ci saresti stato sotto o quasi.



Prosegui oltre, vuoi vedere anche dall'altro lato.
Prosegui e continui a guardarti dietro le spalle. A guardare quei due monconi.
E ogni tanto alla tua sinistra vedi resti delle macerie del ponte e delle costruzioni sottostanti non ancora portati via.
E arrivi a via Renata Bianchi, un ponte cittadino sul Polcevera che i genovesi che arrivano da questo lato usano per andare all'IKEA, sull'altro lato.
E ti fermi a metà.
Per guardare il ponte.
Per quardare il buco.
Il vuoto rimasto.


Vedere un ponte.

Sperare, presto, di vederne un altro.

Saluti,

Mauro.

giovedì 16 agosto 2018

Tragedia del Ponte Morandi a Genova 4

Perché bisogna ricostruire bene ma anche alla svelta (o un nuovo ponte o la famosa Gronda):

1) La città è spaccata in due;
2) Il traffico a Genova è un casino anche col ponte, figuriamoci senza;
3) Il porto - il più importante porto d'Italia - senza il ponte ha grossi problemi di collegamento col resto d'Italia/d'Europa;
4) Aeroporto e centro città si trovano sui due lati opposti del ponte;
5) Quell'autostrada è il principale - di fatto l'unico - collegamento tra Italia pensinsulare e Francia/Spagna.

Non serve che vi dica cosa significano economicamente queste cose per Genova e per l'Italia tutta, soprattutto i punti 3 e 5, vero?

Saluti,

Mauro.

mercoledì 15 agosto 2018

Tragedia del Ponte Morandi a Genova 3

Il Ponte Morandi a Genova è crollato proprio sopra il fiume, dove - per quanto l'affermazione possa sembrare cinica - ha fatto il meno danni possibili.
Avrebbe potuto crollare la parte sopra le case o sopra la ferrovia. E allora i morti ci sarebbero stati non solo tra chi percorreva il ponte, ma anche tra chi ci stava sotto. E sarebbero stati molti, ma molti di più.

Qualcuno ha definito la cosa un miracolo. E io stesso, a caldo, in un tweet la ho definita mezzo miracolo.
Ora però, a freddo, devo correggermi: non è stato un miracolo. È stata intelligenza.

Il Ponte Morandi era a rischio. La cosa è nota al più tardi da fine anni '80.
Il problema è che il ponte non si poteva chiudere prima della costruzione della cosiddetta Gronda (cioè del raddoppio/spostamento dell'autostrada a monte): chiuderlo significava chiudere il principale (di fatto l'unico) collegamento tra l'Italia peninsulare e Spagna e Francia (e tramite Francia anche in parte Regno Unito).
Il ponte non poteva venire chiuso, ma aveva bisogno di lavori continui.
E qui sta l'intelligenza: non potendo curare continuamente tutto il ponte, si è data la precedenza alle parti che avrebbero potuto causare più danni. Cioè le parti sopra le case e sopra la ferrovia. La parte sopra il fiume veniva - cinicamente, ma giustamente - dopo.

Saluti,

Mauro.

martedì 14 agosto 2018

Tragedia del Ponte Morandi a Genova 2

Un paio di considerazioni sparse.

1) Chiunque viva a Genova o abbia conoscenze tecniche nel settore sapeva al più tardi da fine anni '80 che il ponte era a rischio.

2) Le affermazioni di Salvini che implicitamente accusano l'austerità "imposta" dall'Europa (non è una fake news: chiunque abbia visto il TG1 delle 20:00 stasera lo ha sentito dalla sua stessa voce) sono pura idiozia: il Ponte Morandi è a gestione privata e le regole europee riguardano solo il pubblico.

3) Non è un problema solo genovese: quel ponte è (era, purtroppo) il collegamento principale (in realtà di fatto unico) tra l'Italia peninsulare e Spagna e Francia (e, tramite Francia, anche UK).

4) Ponti a rischio simile ce ne sono purtroppo in quantità dappertutto: non per niente qui in Germania è scoppiato il panico dopo la tragedia genovese.

Saluti,

Mauro.

giovedì 17 maggio 2018

I misteri del tedesco 13 - Orecchie e ponti d'asino

Qualche giorno fa Nautilus sul suo blog Lituopadania (con l'esclusione di quando parla della fantomatica Padania, è un blog molto carino e interessante) ha pubblicato l'articolo Ear of the Dog, dove parla dell'espressione Dog Ears, in italiano orecchie di cane, che in inglese indica le orecchie che facciamo (OK, io lo faccio molto, ma molto raramente e credo anche la maggioranza di voi, ma sappiamo comunque di cosa stiamo parlando) alle pagine dei libri per segnare dove siamo arrivati nella lettura o un punto su cui vogliamo ritornare.
L'espressione inglese, come lui spiega, viene dal fatto che in determinate circostanze i cani (o comunque alcune razze canine) possono piegare le orecchie con la punta che si volge verso il basso.

Questo suo articolo a me ha fatto venire in mente che in tedesco si usano anche orecchie animali per indicare la stessa cosa, ma non canine: in tedesco si usa l'espressione Eselsohren, in italiano orecchie d'asino.
Siccome a me non risulta che l'asino possa piegare le orecchie, ma solo abbassarle totalmente, l'origine dell'espressione deve essere diversa da quella che ha portato l'inglese al paragone canino.
Però nelle mie ricerche non sono riuscito a trovare nessuna spiegazione sul perché proprio le orecchie dell'asino hanno preso piede in tedesco.
Certo è che l'espressione esiste in tedesco almeno dal 17° secolo, in quanto i fratelli Grimm la inserirono nel loro Deutsches Wörterbuch (Dizionario Tedesco), attribuendola al poeta Andreas Gryphius (1616-1644).

Il parlare e leggere di orecchie d'asino mi ha fatto venire in mente un'altra espressione asinina della lingua tedesca: Eselsbrücke, in italiano ponte dell'asino, che indica una frase usata come aiuto mnemonico per ricordare determinate classificazioni, liste (un tipico esempio in italiano è "come quando fuori piove", usata per ricordare la scala di valori dei segni delle carte da gioco, dal più alto al più basso: cuori, quadri, fiori, picche).
In italiano non abbiamo una traduzione vera, da noi si usa più prosaicamente espediente mnemonico.
Qui l'origine dell'espressione tedesca invece si conosce: dato che gli asini non amano troppo l'acqua e, contrariamente ai cavalli, tendono a rifiutarsi di guadare corsi d'acqua, un tempo all'altezza dei guadi si costruivano piccoli ponti o passatoie che hanno poi preso il nome di ponti dell'asino.
Essendo questi ponti destinati a facilitare qualcosa l'espressione si è poi estesa in maniera figurata alle questioni mnemoniche.

Saluti,

Mauro.