lunedì 31 agosto 2026

E sono trent'anni

Il 31 agosto 1996 arrivai in Germania.
Nel senso che mi ci trasferii, come turista ci venni già prima.
E oggi sono esattamente trent'anni.
Povera Germania 😉.

Saluti,
Mauro.

giovedì 27 agosto 2026

È morto Ratko Mladić

La morte arriva sempre per tutti, prima o poi.
Ma obiettivamente per alcune persone arriva troppo tardi, molto troppo tardi.
E Ratko Mladić è indubbiamente una di queste.

E non venitemi a parlare di rispetto per i morti: chi non merita rispetto da vivo, non lo merita neanche da morto.
Studiate la storia di Srebenica (e della guerra in Bosnia-Erzegovina tutta).

Saluti,

Mauro.

mercoledì 26 agosto 2026

Addio Dr. Frank-N-Furter

Ieri è morto Tim Curry.
Grandissimo attore (ma anche cantante e compositore) anche se poco conosciuto alla massa.

Il suo ruolo più iconico fu quello dello scienziato alieno Dr. Frank-N-Furter nel film "The Rocky Horror Picture Show". Film a sua volta iconico (e tratto dal precedente musical di Broadway).

Ovviamente io in questo caso posso solo riferirmi alla storia, alla critica, ma non alla mia esperienza personale.
Io sono nato nel 1968 e il film in questione è del 1975. A quei tempi al cinema a sette anni ci andavi se ti ci portavano i genitori o se ti ci portava la scuola (probabilmente a sette anni ancora oggi è così, ma non avendo io figli non lo so di per certo), quindi non finivi certo a vedere "The Rocky Horror Picture Show".

Io infatti lo vidi anni dopo (non ricordo più se in TV o se in qualche cineclub), ma quando lo vidi mi ricordo benissimo che mi chiesi come potesse essere stato accettato nel 1975.
Il film può, ovviamente, piacere o non piacere, ma è obiettivamente dirompente, iconoclastico, distruttivo (forse solo "Arancia Meccanica", in originale "Clockwork Orange", ha la stessa forza in tal senso).

È un film che ha senza se e senza ma segnato un'epoca.
Ma che non sarebbe mai riuscito a farlo senza quel Dr. Frank-N-Furter.
Senza quel Tim Curry.

Ciao Tim. E grazie.

Saluti,

Mauro.

P.S.: Sì, lo so, Tim Curry interpretò il personaggio anche a teatro, a Broadway, ma senza il film né il personaggio né l'interprete sarebbero mai diventati cult.

martedì 25 agosto 2026

Quando si perde o si vince una guerra (e quando la stampa chiude gli occhi)

Esistono tre situazioni che certificano la vittoria in una guerra.
Non devono necessariamente verificarsi tutte e tre insieme, generalmente una basta e due rendono la cosa già inequivocabile.
Se poi ci sono tutte e tre...

Queste tre situazioni sono:
1) Tu distruggi il tuo avversario, lo conquisti completamente;
2) Tu raggiungi obiettivi tali da far sì che il resto del mondo accetti la tua vittoria, anche se non hai raggiunto quanto al punto 1;
3) Tu raggiungi i tuoi obiettivi dichiarati nei tempi che ti eri prefissato o al peggio con limitato ritardo.

Bene, la Russia - che tanti ritengono imbattibile e vittoriosa - contro l'Ucraina non ha raggiunto, costruito nessuna delle tre situazioni citate. Nessuna. Anzi è lontanissima da tutte e tre.
La terza poi è la peggiore di tutte: la Russia avrebbe dovuto piegare l'Ucraina in una settimana o poco più... sono passati quattro anni e mezzo e la Russia è più in difficoltà dell'Ucraina sul campo.

Ma purtroppo sta al momento vincendo la guerra mediatica, visti gli alleati che ha nella stampa occidentale (i primi che mi vengono in mente sono il Fatto Quotidiano in Italia e la Bild Zeitung in Germania, ma non sono di certo gli unici, anzi).
Un dittatore odierno ha bisogno di questo, della stampa amica, non della repressione violenta (cioè, questa la usa, ma mirata, non di massa come facevano i dittatori del passato).

Ecco... tu perdi una guerra (perché la Russia la sta perdendo, è un fatto) ma riesci a far credere al mondo di stare vincendo, perché sul campo non vali niente ma riesci ancora a pagare stampa compiacente.

È ovvio che i politici degli altri paesi sanno quanto sopra, loro hanno accesso a informazioni serie, non sono legati a quelle di certa stampa... ma detti politici devono anche cercare di farsi eleggere/rieleggere, quindi sono ovviamente tentati dai voti di chi casca nella trappola della stampa pagata dal Cremlino.
Cosa significa questo? Che i politici sanno che la Russia sta perdendo ma che hanno bisogno dei voti di chi non ci crede.

Ed è anche per questo che nonostante tutto Putin è ancora in sella.
Putin sa usare i media purtroppo molto meglio di quanto sappiano fare i politici occidentali, di qualsiasi colore essi siano.
E soprattutto sa usare quelli di altri paesi. Quelli russi ormai non li usa più. Li possiede e basta.

Saluti,

Mauro.

domenica 23 agosto 2026

Qual è il nostro problema? Siamo semplicemente vigliacchi.

Il nostro problema non è che non sappiamo ciò che è giusto e ciò che non lo è. Anzi, sappiamo benissimo ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Il nostro problema è però che abbiamo paura di dirlo. Abbiamo paura di prendere posizione, anche quando ciò non comporta problemi. Abbiamo paura della responsabilità, anche quando questa non comporta rischi.

Il nostro vero problema è la vigliaccheria. Siamo semplicemente vigliacchi.

Saluti,

Mauro.

giovedì 20 agosto 2026

Percentuali e punti percentuali non sono la stessa cosa

Spesso sento dire o leggo che, per esempio, un aumento o una diminuzione del 25% significa un aumento o una diminuzione di 25 punti percentuali.
E no, non è così: un'argomentazione del genere è sbagliata e insensata.
25% non significa 25 punti percentuali.

Per chiarire faccio un esempio.
Mettiamo che io possieda un'azienda che mi garantisca una rendita del 10% (cioè che il 10% del fatturato siano utili).
All'improvviso la rendita di quest'azienda sale al 15%.

Di quanto è cresciuta di fatto la rendita?

Di cinque punti percentuali, visto che 15 è 5 di più di 10. In questo senso il % può essere visto come una grandezza, un'unità di misura (tipo metro, litro, Kelvin, eccetera).
Ma al tempo stesso è cresciuta del 50%, visto che 5 è il 50% di 10. E qui non parliamo più di unità di misura, ma di crescita (o decrescita), indipendentemente dal fatto che si parli di percentuali, lunghezze, volumi o quant'altro.

Il punto è che le grandezze assolute e quelle relative sono cose diverse, come ho spesso chiarito su questo blog (tipo qui, ma non solo).
Le grandezze assolute non cambiano in base a come le guardi. Non per niente sono, appunto, assolute.
Le grandezze relative invece dipendono da come le guardi, da quello che è il tuo punto di partenza.

Infatti, ritornando all'esempio di cui all'inizio, i punti percentuali sono gli stessi sia che parti da sopra che da sotto.
Le percentuali invece no. Nel mio esempio sono partito da sotto... provate a calcolare la percentuale partendo da sopra. Sarà diversa 😉

Saluti,

Mauro.

mercoledì 19 agosto 2026

Perché essere contro è facile

Perché siamo circondati da gente che è contro qualcosa, mentre è più difficile trovare che è a favore di qualcosa?
Molti al proposito vi faranno pipponi psicologici, scientifici o altro. Ma la risposta è molto più semplice: dire no non ti obbliga a capire, per dire sì devi capire. E capire è fatica.

Prima che mi fraintendiate: non sostengo che vada detto sempre sì a tutto. Io stesso dico no a molte cose. Ma lo dico dopo averle studiate, capite.
Il punto è che dire no è facile, non serve studiare le cose. Per la maggioranza della gente il no è quindi un riflesso pavloviano. Oltretutto serve a risparmiare energia. Energia che poi puoi liberare in litigi sui social networks.

Saluti,

Mauro.

venerdì 14 agosto 2026

L'auto ecologica

Dimenticatevi elettrico, ibrido, benzina, diesel o quant'altro.
L'unica auto veramente ecologica è l'auto a pedali.


Saluti,

Mauro.

giovedì 6 agosto 2026

Addio Francesco, anzi arrivederci

Arrivederci, non addio, perché so che comunque prima o poi ci ritroveremo.
Ti incontrai la prima volta in un concerto a Colonia, in Germania.
E una seconda volta nella mia Genova.
E so che una terza ci sarà, anche se non so né dove né quando.

Però so che quel giorno ti chiederò di cantare insieme questa canzone, dove io prenderò (immeritatamente) il posto del Flaco Biondini:


Buona notte, Francesco, che la terra ti sia lieve.

E... arrivederci.

Saluti,

Mauro.

martedì 4 agosto 2026

Baresi, Scirea e la costruzione dal basso

La morte di Franco Baresi al di là del cordoglio per la perdita di un grande campione e soprattutto per una persona morta troppo giovane (cosa sono oggi 66 anni?) mi ha fatto venire in mente una considerazione calcistica, che dimostra quanto il calcio italiano un tempo fosse moderno, all'avanguardia.

Oggi quasi tutti gli allenatori si riempiono la bocca con la "costruzione dal basso", cioè che il calcio moderno deve prevedere i difensori non come semplici difensori ma come i primi registi, impegnati a impostare il gioco, non solo a fermare gli avversari e al massimo poi scaricare la palla ai centrocampisti.

Però riguardatevi come giocava Franco Baresi.
E prima di lui Gaetano Scirea.

Baresi impostava. Usciva palla al piede dalla difesa e spesso arrivava nell'area avversaria.
Scirea prima di lui faceva lo stesso. Non con la stessa frequenza di Baresi, forse, ma lo faceva comunque spesso.

E non venitemi a parlare di Sacchi (uno che non ha inventato nulla): Baresi lo faceva già con Liedholm... e lo faceva naturalmente, non perché glielo avessero insegnato, imposto.
E Scirea lo faceva addirittura con Trapattoni e Bearzot... e questo era il calcio all'italiana, altro che il catenaccio (una leggenda metropolitana... oltretutto il catenaccio venne inventato in Spagna da un argentino, altro che Italia): un libero che quando aveva la palla diventava regista e terzini sulla carta che in realtà erano ali (ricordate Cabrini, ma non solo lui, all'epoca?).

Ecco, il calcio "moderno" che tanti pretendono di inventare oggi... è in realtà il classico calcio all'italiana, che non era catenacciaro bensì offensivo con giudizio.
Riguardatevi l'Italia di Bearzot, il Milan (ma anche la Roma) di Liedholm, la Juventus di Trapattoni, ma anche le "piccole" dell'epoca, senza prosciutto sugli occhi.
Scoprirete un mondo che vi sorprenderà.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Qui tutti gli articoli sul calcio eretico.

domenica 2 agosto 2026

Il tavolo negoziale

Ogni tre per due spunta da qualche parte in Europa (ma non solo) un politico o presunto tale che vuole aprire un tavolo negoziale per risolvere la guerra tra Ucraina e Russia (ok, vale per ogni guerra e controversia, ma questa è quella per cui nel mondo attuale ne sentiamo parlare più spesso, pur essendoci altre guerre in giro per il mondo).
L'ultimo in ordine di tempo è l'italiano Giuseppe Conte alias Giuseppi.

Ora, tutti vorremmo che ogni crisi, ogni controversia venisse risolta sedendosi a un tavolo, con la diplomazia e le trattative.
Sarebbe il paradiso (anche se farebbe lavorare di più i politici... ed è forse per questo che non è una soluzione troppo amata, lavorare stanca 😉).
Battute a parte, sarebbe veramente qualcosa di splendido.

Però, se tu dici semplicemente "sediamoci a un tavolo e parliamone" (cosa che purtroppo generalmente succede) non funziona. Non può funzionare.
Per vari motivi.

Prima di tutto stai parlando a parti in causa nemiche tra loro... al di là di ragioni e torti è ovvio che stai parlando a parti irrigidite e spesso inviperite. Parlare e basta per loro è solo una perdita di tempo.

Secondariamente (e forse più importante), mettiamo che comunque accettino: parlare davanti a un foglio bianco è il miglior presupposto per litigare a quel tavolo, visto che quel foglio bianco ciascuna delle parti cercherebbe di riempirlo a proprio piacere.

E quindi, terzo, se vuoi veramente intavolare una trattativa devi partire da una tua proposta concreta da sottoporre alle parti in causa. Non da un foglio bianco. Le parti in causa per trattare hanno bisogno di una base su cui farlo. E questa base di partenza (non vincolante, ovviamente) deve concedere qualcosa a entrambe le parti, se no la parte "ignorata" (anche fosse quella colpevole) non accetterà mai di sedersi e trattare.

Questo significa aprire un negoziato, una trattativa.
Non semplicemente dire "sediamoci e parliamone".

Ovviamente quanto sopra vale per negoziati a guerra in corso, anche se magari aperti durante un cessate il fuoco.
In negoziati a guerra finita chi ha perso, anche se fosse dalla parte della ragione, purtroppo ha poco da chiedere. Non è giusto, ma è ciò che la storia insegna.

Saluti,

Mauro.