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domenica 14 marzo 2021

Un'interessante questione linguistica

Stavo riflettendo su una interessante questione linguistica.

Come tutti (o quasi) sapete, io sono genovese di origine veneziana. Se io voglio dare dello stupido, del tonto (anche talvolta dello stronzo) a qualcuno a Genova gli do della belina, a Venezia del mona. Già il fatto che a Genova la parola sia di genere femminile e a Venezia di genere maschile ha la sua stranezza (capirete poi perché).

Entrambe le parole derivano da organi genitali. Il genovese belina è una "deformazione" di belin (italianizzato in belino). E in genovese belin/belino indica l'organo genitale maschile, il pene. La parola veneziana mona invece, anche se nel senso "intellettivo" del termine ha esattamente lo stesso significato del genovese belina, indica l'organo genitale femminile, la vagina.

Ma della belina (quindi del pene) te la do al femminile e del mona (quindi della vagina) al maschile 😂

Interessante è anche il fatto che il termine dialettale genovese per vagina, cioè mussa, indica anche la bugia, la frottola, la menzogna. Cosa che non mi risulta abbia paralleli (o controparalleli, visto il discorso maschile/femminile di cui sopra) in veneziano.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 20 gennaio 2021

Essere un orso

Io sono un orso.

Mi spiego meglio.
Io alle persone a cui voglio bene non ho bisogno di scrivere ogni ora o di sentirle ogni giorno.
E soprattutto non ho bisogno che una telefonata duri ore. Dopo che hai sentito che stanno bene e dopo che hai detto quel che dovevi dire, la telefonata può anche chiudersi dopo cinque minuti.

Io so comunque che mi vogliono bene.
E loro sanno comunque che io voglio loro bene.

Serve di più?

Sinceramente, se io affogo l'affetto in vagonate di parole... lo soffoco. Non lo nutro.

Troppe parole soffocano.
Perché alla fine, qualunque rapporto ci sia tra due persone, si rimane sempre due persone. Nessuno deve perdere la propria individualità. Nessuno deve tradire sé stesso.
E, soprattutto, troppe parole provocano solo fraintendimenti. Qualunque sia il rapporto.

Mai dire con mille parole quello che può essere detto con dieci.
Se ne usi mille alla fine non ti fai capire.
Tante parole possono voler dire tutto e il contrario di tutto.
Poche parole dicono solo quello che vogliono dire.

Io alle persone voglio bene e sono contento quando loro vogliono bene a me... ma maree di parole soffocano solo. Soffocano le persone, i sentimenti, i rapporti.

Io sono un orso.
E per noi orsi poche parole dicono tutto, tante parole non dicono niente.

E, oltretutto, noi orsi non abbiamo ferite da curare.
Noi orsi le abbiamo già curate, anche se qualcuna può aver lasciato cicatrici.
Il fatto che i non orsi vedano una cicatrice, non significa che la ferita sia ancora aperta.
Fosse aperta non ci sarebbe la cicatrice... qualsiasi medico può dirvelo.

Noi orsi siamo di poche parole e abbiamo la pellaccia dura.
Ma vogliamo bene.

Io sono un orso.
E non posso essere altro.

Saluti,

Mauro.

domenica 24 maggio 2020

Le parole sbagliate del distanziamento

Le parole sono importanti.
Anzi, come disse Claudio Magris, le parole sono fatti.

E purtroppo la cosa che è andata peggio in questi tempi di pandemia è stata la comunicazione.
Quasi dappertutto le autorità non hanno saputo comunicare con chiarezza le proprie decisioni e quanto chiedevano ai cittadini.
Ciò ha provocato ovviamente confusione, peggiorando tra l'altro la situazione psicologica di chi era più fragile.

Ma al di là della comunicazione confusa e contraddittoria, anche per le cose semplici e chiare si sono talvolta usate le parole sbagliate.

Prendiamo l'esempio più eclatante per l'Italia (e probabilmente quello che ha fatto più danni): il dover mantenere una distanza di sicurezza tra le persone per limitare il più possibile il rischio di trasmissione interpersonale del virus.

Il concetto è semplice. E tutti possono capirlo senza problemi. E anche accettarlo.

Però...
Però come lo si è chiamato in Italia? Distanziamento sociale.
Ma ve ne rendete conto cosa significa distanziamento sociale?
Non significa evitare il contatto fisico con gli altri. Significa tagliare i legami sociali con gli altri!
Capite cosa ciò può significare per le persone più fragili o per chi lo ha preso alla lettera?
Vi rendete conto che effetto psicologico può avere su chi capisce quel "sociale" e pensa che gli si chieda di isolarsi tipo eremita?
A parte che, proprio per la formulazione scelta, c'è stato chi lo ha rifiutato a priori e ne ha approfittato per non rispettare neanche il distanziamento fisico, con tutti i rischi connessi.

Chi è stato il genio che ha deciso di definire un distanziamento fisico come distanziamento sociale nella comunicazione ufficiale?

Saluti,

Mauro.

martedì 2 gennaio 2018

I misteri del tedesco 8 - Parole, parole, parole

Il tedesco è pieno di parole... non come l'italiano, dove le parole sono appunto solo parole.
In tedesco no, le parole non sono solo parole... anzi sono tutt'altro, ma non parole, visto che in tedesco il termine "parola" si traduce con "Wort".

Però andate, per esempio, a una manifestazione o a un comizio in Germania... sentirete una sfilza di "Parole" (in tedesco maiuscolo in quanto sostantivo).
Embé, direte voi, nelle manifestazioni e nei comizi si parla, si fanno discorsi, si scandiscono slogan... ecco appunto: il sostantivo tedesco singolare "Parole" in italiano lo tradurremmo con "slogan", "motto" (o anche "parola d'ordine"), quindi dimenticatevi discorsi e chiacchiere.
Anche se "Parole" in tedesco deriva dal francese "parole" che significa sia "parola" come in italiano che "motto" come in tedesco.

E se uno provasse a opporsi a questi slogan, a questi motti... se uno provasse a tenere testa, a opporre resistenza?
Beh, allora si rimarrebbe sempre in ambito parolaio, visto che in tedesco "tenere testa" si traduce con "Paroli bieten".
E qui l'origine è più controversa per quanto riguarda l'espressione completa "Paroli bieten", ma "Paroli" da solo ha probabilmente (ma non vi è certezza) la stessa origine di "Parole", visto che il Duden lo definisce di origine latina-francese-italiana.

Insomma, anche in tedesco solo parole, parole, parole...

Saluti,

Mauro.

sabato 16 dicembre 2017

Le parole hanno un peso

Avrete tutti sentito o letto negli ultimi giorni del paragone fatto dal presidente della regione Puglia Emiliano tra i cantieri della TAP e Auschwitz.
E quindi anche delle successive polemiche.

Ora io non voglio fare un discorso politico (anche se politicamente ci sarebbe molto da dire, visto che Emiliano sta tenendo il piede in più scarpe... o forse sta cercando di infilare più piedi in una scarpa), però quanto detto da Emiliano è importante e grave.
Importante e grave in quanto sintomatico di un un fenomeno diffuso: la perdita del significato delle parole.

Le parole non hanno solo un significato lessicale, semantico. Hanno anche un significato sociale, storico.
Le parole hanno un peso.

Auschwitz (o Oświęcim, come dovrebbe oggi più correttamente venir chiamata) per esempio.
È il nome di una località, come migliaia e migliaia di altri nomi di località al mondo.
Però è un nome a cui la storia ha dato un peso. Un peso non indifferente.
Significa che non puoi usarlo? Significa che non puoi fare satira o dissacrazione con esso? Significa che non puoi farne oggetto di paragoni o confronti?

No, non significa niente di tutto questo.
Significa solo che prima di usarlo devi sapere cosa significa, che peso ha.
Una volta che è garantita questa premessa puoi usarlo quanto e come vuoi, perché saprai prenderti la responsabilità di detto uso e in caso di necessità saprai spiegarlo e giustificarlo senza problemi (almeno da un punto di vista logico).

Purtroppo oggi (come Emiliano ha dimostrato, ma non è stato il primo e non sarà l'ultimo, purtroppo) prima si parla e poi ci si informa (se lo si fa) sul significato e sul peso delle parole.
E ci si scusa solo per evitare ulteriori polemiche, senza neanche provare a giustificare l'uso fatto della parola. Proprio perché non si conosce il significato e il peso di detta parola.

Auschwitz è solo un esempio, importante in quanto estremo e usato male recentemente, ma si potrebbe fare lo stesso discorso con tante altre parole. Forse con tutte.

Come disse Claudio Magris: Le parole sono fatti.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 15 novembre 2017

Un tempismo da incorniciare

Nel 2018 per la prima volta da 60 anni non sentiremo "Il canto degli Italiani" (volgarmente noto come "Fratelli d'Italia") risuonare ai mondiali di calcio.

E pensare che sarebbe stata la prima volta che lo avrebbe fatto come inno vero, ufficiale.
Infatti oggi è finalmente stata votata la legge che toglie le parole di Mameli e le note di Novaro dalla provvisorietà dopo 71 anni e le rende ufficiali in tutto e per tutto.

Saluti,

Mauro.

mercoledì 11 gennaio 2017

Due presidenti blabla

Obama se ne va.
Trump arriva.

Obama ha fatto tante chiacchiere.
Con pochi fatti a seguire.

Trump sta già facendo tante chiacchiere.
E difficilmente seguiranno fatti.

Insomma... due presidenti diversi nella forma (per chi si ferma alla superficie), ma alla fine uguali nei risultati: chiacchiere e non sostanza.
E forse coscientemente uguali nei risultati.

Saluti,

Mauro.

lunedì 30 marzo 2015

Troppe parole usate a sproposito

Molti di voi si saranno stupiti del fatto che io non abbia ancora scritto una singola riga sulla tragedia dell'aereo Germanwings della settimana scorsa.

I motivi sono semplicemente due:
1) Purtroppo ne stanno parlando tutti, soprattutto coloro che non hanno nulla da dire, quindi qualsiasi cosa scrivessi si perderebbe nel gran rumore di fondo;
2) Le indagini sono - nonostante le apparenze - di fatto agli inizi. L'unica cosa che sembra certa è che il copilota sia il responsabile... ma in quali termini concreti lo diranno le indagini. E sinceramente non mi va di scrivere qualcosa sulla base di così pochi fatti.

Però oggi ho letto l'articolo migliore sulla tragedia da quando è spuntata la responsabilità di Andreas Lubitz.
Migliore in assoluto, non migliore in Italia.
Poi, sui singoli punti, chiunque di noi può concordare o discordare, ma la profondità, la lucidità e la sostanza di quest'articolo non vanno sottovalutate. Anzi.
Scritto dalla bravissima Silvia Bencivelli.

Qui l'incipit (articolo completo cliccando sul link):

La tragedia dell’aereo della GermanWings è una di quelle cose su cui tutti hanno qualcosa da dire. Per chi si occupa di salute, e di comunicazione della salute, proprio qui sta il problema.
Più di dieci anni fa feci la tesi di master sul lessico della salute mentale trasportato nelle pagine di cronaca nera, dove in un attimo è tragedia della follia e in un attimo c’è il vicino di casa che, alternativamente, non poteva immaginare niente di simile o aveva avuto il sospetto di qualcosa che non andasse. [Prosegui la lettura]


Saluti,

Mauro.

martedì 2 settembre 2014

Categorie umane da estirpare


Chi parla troppo, usando mille parole quando cento bastano (soprattutto in ambito lavorativo, ma non solo).
Chi non finisce le frasi (non cominciarle neanche, allora).
Chi parla sottovoce quando non serve (e non serve praticamente mai).
Chi infarcisce i discorsi di “infatti”. Infatti cosa?
Chi chiede sempre conferma: “no?”, “vero?”. Se la conferma è necessaria me la chiedi alla fine, non ogni due parole, chiaro?
Chi ti parla sapendo che puoi sentire ma non capire causa distanza, rumori o simili (e magari quando potevi capire stava zitto).
Chi non si rende conto che non hai voglia di parlare (e dire che ci vuole poco a capirlo: se non ti rispondo vuol dire che devi stare zitto).
Chi ti contesta per poi dire le tue stesse cose.
Chi continua a parlare mentre fa qualcosa, soprattutto se descrive ciò che fa. O mi stai insegnando come si fa, e allora va bene (se sono lì per impararlo), oppure fallo e taci..
Chi cerca il modo più scomodo di fare le cose e poi si lamenta di essere stanco e stressato. Ti meriti di essere stanco e stressato, quindi non lamentarti.
Chi fa confronti insensati, mele con pere (soprattutto confrontando paesi e situazioni imparagonabili).
Chi ha sempre qualcosa da dire su qualsiasi argomento (e magari non sa neanche di che argomento si sta parlando).
Chi conosce segreti e misteri di tutto (no, se sono segreti non li conosci, se li conosci sono cazzate).

E ne dimentico di sicuro altrettante.

Saluti,

Mauro.