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martedì 5 luglio 2022

I comunicatori

Io credo che la maggioranza dei "comunicatori" che vediamo in giro vengano reclutati dai corsi di laurea in "scienza della comunicazione" o che vengano dal giornalismo (voglio sperare che gli autonominatisi "comunicatori" siano pochi), credendo che se conosci le tecniche di comunicazione... saprai comunicare tutto.
Oppure che, essendo grandi esperti nella propria materia, si dia per scontato che sappiano anche comunicarla.

Grandissime cazzate.

Se vuoi comunicare qualcosa, devi aver studiato sia la materia che devi comunicare (anche se magari non con la profondità di chi poi vorrà dedicarsi professionalmente a quella materia e non solo alla comunicazione della stessa, ma comunque la devi conoscere), sia le tecniche di comunicazione.

Non esiste il comunicatore che può comunicare tutto.
Neanche il miglior comunicatore del mondo può.

Ma non esiste neanche lo specialista che può comunicare la sua materia senza sapere di tecniche di comunicazione. Per quanto bene conosci la materia, non basta (a meno che non si voglia comunicare solo ad altri specialisti, che è ben altra cosa della comunicazione per il grande pubblico o per politici e amministratori).

Io, per esempio, nelle materie che conosco, che ho studiato (ma solo e unicamente in quelle, non in generale!) mi permetto di comunicare (nel mio piccolo, non essendo il mio lavoro) perché sono stato anche giornalista e la cosa mi ha insegnato tanto, pur non avendo titoli accademici al proposito.
Ma appena esco dalle mie materie... non comunico più. Non ne sarei in grado. Posso permettermi solo di esprimere opinioni o al massimo di ripetere cose dette da veri esperti per chi se le fosse perse.

Per comunicare devi conoscere sia la materia che vuoi/devi comunicare che le tecniche di comunicazione.
Se conosci solo una delle due cose, lascia perdere. Lascia comunicare altri.

Saluti,

Mauro.

sabato 22 gennaio 2022

Falsi amici e vera ignoranza!

Voglio parlarvi oggi di falsi amici e di vera ignoranza, nell'ambito della scienza e dell'istruzione in generale.
Mi limiterò ai falsi amici (non tutti proprio falsi amici, come poi capirete) in inglese, visto che dalle altre lingue - francese, tedesco, ecc. - il problema è meno pregnante.

L'esempio più tipico è il nitrogeno. In quanti romanzi e film avete letto o sentito questa parola? In tantissimi!
Però in italiano - per lo meno in italiano moderno - questa parola non esiste.
L'inglese nitrogen in italiano è l'azoto.
Visto che nitrogeno in italiano oggi non esiste, qui in realtà si tratta di pura ignoranza, non di un falso amico. Pura ignoranza. Nient'altro.

I successivi sono invece falsi amici (che possono ingannare una volta, ma se ripetuti sono anche loro alla fine solo crassa ignoranza).

I due ovviamente più famosi che (forse) tutti conoscete, avete incontrato nel corso del tempo hanno di nuovo a che fare con elementi chimici: carbon e silicon.
Carbon in inglese indica il carbonio, ma la stampa italiana ama tradurlo con carbone, che in inglese si traduce coal.
Silicon invece in inglese significa silicio, ma in Italia lo vedete spesso tradotto con silicone, che in inglese - udite, udite! - invece si traduce con... silicone!

Ma ora lasciamo la chimica e passiamo alla matematica (si fa per dire).
A me è capitato più volte di vedere tradotto addiction con addizione. Ma in inglese addiction non ha niente a che vedere con le somme. Addiction è la dipendenza (da droghe, alcol o qualsiasi altra cosa di carattere fisico-psicologico). L'addizione, la somma in inglese si traduce con sum o - meno usato - addition. Senza c.

E cosa succede quando vogliamo andare a studiare in libreria... ops, no, non in libreria, in biblioteca!
Infatti la library che tutta (o quasi) la stampa italiana traduce con libreria, in realtà è una biblioteca. L'italiana libreria in inglese è bookshop o bookstore (se intesa come negozio) oppure bookcase (se intesa come mobile, come oggetto d'arredamento).

E nelle biblioteche come anche nelle aule universitarie e altri luoghi analoghi... nei paesi anglosassoni si tengono le lectures, che non sono letture. Una lecture nel mondo anglosassone è una lezione oppure una conferenza, o più precisamente il contributo che un partecipante fa alla stessa, una presentazione. La nostra lettura in inglese viene resa con reading.

Però, prima di andare all'università (con o senza biblioteche) un ragazzo normalmente passa dal liceo, talvolta chiamato ginnasio (in Italia il ginnasio sono i primi due anni del liceo classico, in Germania invece il Gymnasium è proprio il liceo).
Ma quindi il gymnasium inglese è anche il nostro liceo? No, non proprio... il gymnasium (alias gym) in inglese viene dal greco antico γυμνάσιον che significa palestra. In inglese la parola gymnasium nel senso di liceo viene usata solo per chi ha studiato in scuole all'estero, in particolare nell'area germanica.
Il nostro liceo in inglese è semplicemente high school.

Ma alla fine tutti questi luoghi sono frequentati da persone desiderose di imparare, no? Infatti sono piene di scolari, cioè di scholars.
Ehm, no, non proprio... le scuole sono sì piene di scolari, ma gli scholars generalmente li trovi nelle università e in altre istituzioni superiori dove al massimo ci sono studenti, non scolari.
Infatti, lo scholar in inglese non è lo scolaro (che in inglese è reso con pupil) ma lo studioso, il ricercatore (soprattutto in campo umanistico).

Ma falsi amici si trovano anche quando, dopo gli studi, andiamo a lavorare nell'industria e crediamo di esserci lasciato quanto sopra alle spalle.
Quanto ottimisti eravamo!

Nel nostro lavoro quotidiano ci troveremo ad avere a che fare con dati su cui dobbiamo lavorare. I nostri colleghi anglofoni per il lavoro su questi dati usano il verbo to process... e noi (soprattutto la nostra stampa) da bravi pappagalli parliamo di processare i dati. Sbagliato! To process in italiano si traduce con elaborare. Processare ha a che fare con la giustizia civile e penale e in inglese si traduce con to take to trial (letteralmente: portare a processo). E noi non portiamo in tribunale i dati! (Oddio... i TAR talvolta ci provano...).

Ma neanche le patenti... ops, i brevetti ne escono indenni.
Infatti l'inglese patent viene normalmente tradotto dai nostri giornali con patente. Che (scusate il genovesismo) non c'entra un belino.
L'inglese patent indica il brevetto. Se in un paese anglofono vogliamo una patente per qualcosa dobbiamo fare una domanda per una licence (per esempio la nostra patente di guida è una driving licence, non una driving patent).

E potrei fare tanti altri esempi, ma per ora mi fermo qui.

Magari ci sarà una seconda puntata.

Saluti,

Mauro.

martedì 21 dicembre 2021

Insegnanti che ti cambiano la vita

A scuola (elementari, medie, superiori) ci sono insegnanti che lasciano il segno in positivo, altri in negativo, la maggioranza - purtroppo o per fortuna - invece non ne lascia proprio.
Questo lo abbiamo sperimentato tutti.
Non vi sto raccontando nulla di nuovo. Tutti sapete di cosa parlo.

Però poi ci sono anche quelli che hanno lasciato un segno indelebile.
Insegnanti che hanno veramente segnato la tua vita. Che la hanno cambiata.
Non solo insegnanti che hanno lasciato un segno positivo, comunque, questo va detto.

Nel mio caso una detta insegnante esiste. E lo ha lasciato positivo. Altro che positivo!
Un'insegnante che ha segnato la mia vita.
E ancora oggi, 39 anni dopo gli avvenimenti di cui parlo, continuo a ringraziarla. Non posso che considerarla la fortuna della mia vita. O almeno una delle più grandi fortune.

Parlo dell'insegnante di educazione artistica che ebbi alle medie, la professoressa Paola Danovaro.

Ora voi salterete sulla sedia... direte: Mauro tu sei laureato in fisica, hai fatto il liceo scientifico... che cavolo c'entra l'educazione artistica?
C'entra, c'entra... ma soprattutto c'entra l'intelligenza di detta insegnante.

Ai tempi (non so come siano le regole oggi, io finii le medie inferiori nel 1982) dovevi fare la preiscrizione alle superiori già prima dell'esame di terza media.
Ma questa preiscrizione non la facevi direttamente, bensì tramite la tua scuola media.
Cioè, tu sceglievi la scuola superiore che volevi frequentare e consegnavi la preiscrizione alla scuola media che frequentavi. In questa scuola c'era un'insegnante (uso il femminile perché nella mia scuola era un'insegnante, ma in altre scuole poteva essere tranquillamente un insegnante) che gestiva queste preiscrizioni per poi passarle alle scuole superiori in questione.

Nella mia scuola media dell'epoca (per lo meno per la mia sezione) l'insegnante a cui era stato affidato detto compito era, appunto, Paola Danovaro, insegnante di educazione artistica.

E lei ovviamente vide a quale scuola superiore volevo iscrivermi: l'istituto tecnico "Galileo Galilei", più precisamente alla sezione per perito in telecomunicazioni (l'istituto esiste ancora, anche se ovviamente è cambiato in questi quattro decenni).

Una mattina, durante una lezione di italiano, Danovaro bussò alla porta della classe e chiese all'insegnante di italiano Maddalena Benazzoli Flick (sì, quel cognome lì non è casuale, lo so che lo avete già sentito, era la moglie del futuro ministro di grazia e giustizia e futuro presidente della corte costituzionale Giovanni Maria Flick) "Maddalena, ti dispiace se ti rubo per un po' Venier?".
Flick non fece resistenza perché sapeva che la collega si occupava delle preiscrizioni per le superiori e quindi pensò che la richiesta riguardasse ciò.
Pensò giusto... ma non credo proprio che potesse immaginare cosa successe dopo.

Danovaro mi portò nella sala insegnanti, mi fece sedere e mi guardò.
Poi mi disse: "Venier, ma sei pazzo, perché non vuoi andare al liceo, coi tuoi voti e le tue capacità? Perché cavolo ti vuoi iscrivere a un istituto tecnico, anche se ottimo?".

Ecco, qui serve una specie di flashback.
Io vengo da una famiglia operaia: papà operaio e mamma casalinga.
Quindi una famiglia dove, al di là del rispetto per la cultura e l'istruzione, bisogna considerare anche il lato pratico, materiale delle scelte.
E proprio per questo avevo scelto la preiscrizione all'istituto tecnico: anche se io volevo andare un giorno all'università (e mio papà mi sosteneva), volevo anche un piano B... cioè poter avere la possibilità, se necessario, di trovare un lavoro subito finite le superiori.
Non è che la mia famiglia potesse permettersi chissà quali spese, quali impegni.

Però quell'insegnante, Danovaro, praticamente mi mangiò la faccia.
"Uno come te deve andare al liceo!"

E alla fine andai al liceo (scientifico, ovviamente, il Leonardo Da Vinci... piuttosto che andare al classico avrei fatto lo spaccapietre 😉).

E poi andai all'università, dove mi laureai in fisica.

E poi mi sono costruito una carriera nell'industria.

Ma senza la professoressa di educazione artistica Paola Danovaro non so dove sarei arrivato. Probabilmente a molto meno di quello che ho ottenuto.
Di sicuro, se poi avessi deciso di rinunciare all'università, ascoltarla mi avrebbe danneggiato.
Ma io in realtà sapevo già da allora che all'università volevo andarci, e probabilmente il piano B di cui sopra sarebbe stato in questo senso dannoso, perché vista la qualità dell'istituto tecnico in questione avrei avuto troppe offerte per andare subito a lavorare e quindi motivi per rinunciare all'università.

Talvolta ci sono insegnanti che ti cambiano la vita. Letteralmente.
Io un'insegnante che lo ha fatto la ho avuta.
E non la dimenticherò mai.
Le sarò sempre riconoscente.

Saluti,

Mauro.

lunedì 25 ottobre 2021

La balla novax sugli studi di lunga durata

La più usata delle scuse che vengono usate dai non vaccinati (l'ultimo tra coloro che possono purtroppo avere influenza sulla massa ad averla usata è il nazionale tedesco Joshua Kimmich, gran calciatore obiettivamente, ma altrettanto obiettivamente non certo un esperto di virologia e immunologia) per non mostrarsi novax è che mancano ancora studi di lunga durata sugli effetti dei vaccini.
Oggi voglio provare a dimostrare l'assurdità di tale affermazione.
OK, voi persone che sapete anche solo un minimo di scienza (anche se non necessariamente di medicina) avrete già capito, quindi a voi chiedo solo di diffondere, in realtà questo mio testo è dedicato, è destinato agli altri. Con voi sfondo solo una porta aperta.

Allora, detto terra terra, se aspetti i risultati degli studi di lunga durata per farti un vaccino (ma vale non solo per i vaccini, vale per ogni medicina, sia preventiva che terapeutica), significa che te lo farai quando non servirà più a nulla
Perché significa che te lo farai o quando sarai già morto (o comunque quando sarà troppo tardi) o quando il virus, il batterio o quel che sia non sarà più un problema serio (grazie a coloro che, contrariamente a te, si sono vaccinati).
Perché dico questo?

La risposta sta nel capire cos'è uno studio di lunga durata.

In termini medici uno studio di lunga durata è uno studio che dura anni e che prende in considerazione ogni minima cosa che può succedere nel corso degli stessi anni.
Ergo, capite già che uno studio di lunga durata puoi farlo solo quando il vaccino o qualsiasi altro medicinale è già normalmente in uso, quando non è più sperimentale.
Perché uno studio sperimentale lo puoi fare solo su quantità limitate (per quanto estese) di pazienti, uno studio sperimentale implica limitatezza, implica non diffusione globale.
Ma proprio per questo la fase sperimentale non può durare anni: se dura anni o il problema si è già risolto da solo prima della commercializzazione oppure ha fatto già tanti di quei danni che la commercializzazione diventa di fatto inutile.

Lo studio di lunga durata può essere solo lo studio degli effetti una volta che il vaccino o farmaco è commercializzato!
Non esiste altra lunga durata in medicina.
Non esiste che si definisca "sperimentale" un vaccino/farmaco che non ha ancora prodotto gli "studi di lunga durata" di cui sopra... perché allora tutto al mondo sarà sempre sperimentale.

Sotto un certo punto di vista in fondo è anche vero, visto che la scienza (medicina compresa) è in continua evoluzione e in questo senso effettivamente sperimentale.
Ma se si prende questo punto troppo alla lettera non si metterà mai in pratica nulla, non si arriverà mai a nessun progresso, visto che ogni nuova scoperta o invenzione o applicazione potrà quindi sempre e solo essere provvisoria e non praticabile in larga scala perché "sperimentale".

Tanto per chiarire: il tuo smartphone è, secondo questo ragionamento, sperimentale, visto che il suo produttore non lo ha testato per anni e anni e per di più la tecnologia che lo fa funzionare è in continua evoluzione.
Però di lui ti fidi, mentre del vaccino no (quando il contrario sarebbe in realtà più logico, visto che in realtà del vaccino ne sai di più che dello smartphone, anche se ti sei convinto dell'opposto... fidati, da fisico ti garantisco che per te è più facile capire il funzionamento, almeno a grandi linee, di un virus che di un microprocessore... il tuo problema è la tua non volontà di capire nessuno dei due ma di volerne comunque parlare).

Per di più, se ci mettiamo a parlare dei vaccini, gli studi (e gli effetti) di lunga durata, a lungo termine, sono una cosa ancora diversa.
Nel momento in cui ci viene iniettato un vaccino ci possono essere effetti avversi, questo nessuno lo nega.
Ma questi effetti avversi si verificano per forza di cose entro qualche settimana al massimo, non esistono effetti che si verificano dopo mesi o anni!
Perché questo? Perché il vaccino logicamente provoca effetti nel nostro organismo anche se nella maggioranza dei casi per fortuna non ce ne accorgiamo (se non ne provocasse sarebbe un vaccino inutile) ma le sue componenti sono espulse dal corpo dopo appunto al massimo poche settimane. Rimane la memoria negli anticorpi, nelle cellule T, ma le componenti del vaccino spariscono.
Ergo, un effetto che ti arriva dopo sei mesi o, peggio, dopo anni non può essere collegato al vaccino.

Ora tu mi farai una domanda assolutamente giustificata: perché allora anche gli scienziati parlano di effetti a lungo termine?
Ammetto che la formulazione non è proprio felice, ma in questo caso si intendono effetti il cui collegamento col vaccino è stato scoperto mesi o anni dopo, ma avvenuti temporalmente poco dopo la vaccinazione.
Il perché il collegamento sia stato scoperto molto dopo può essere dovuto a tante cause diverse, tipo effetto estremamente raro e quindi non subito studiato oppure effetto che poteva essere stato causato anche da altro oppure semplicemente effetto poco comprensibile con le conoscenze del momento. O altro ancora.

Ma questo discorso lo ha spiegato benissimo, molto meglio di quanto possa fare io, l'immunologo Carsten Watzl in questo thread su Twitter, purtroppo in tedesco.
Ma magari sapete usare Google Translate 😉

Saluti,

Mauro.

mercoledì 8 luglio 2020

Il circo dei preprint (sul coronavirus)

È comprensibile che gli scienziati vogliano condividere le proprie ricerche il più presto possibile coi colleghi, ma quando questi preprint diventano di dominio pubblico prima di passare per la peer review può essere un problema.

Molti di voi ricorderanno uno studio condotto su pazienti Covid19 in Italia e Spagna a giugno e che in qualche modo associava la gravità dell'infezione al gruppo sanguigno. Studio criticato (e almeno in parte smontato) da più parti.

Ma non è direttamente di questo studio che vi voglio parlare, bensì di uno studio tedesco che su questo si è basato per andare oltre. Studio pubblicato in preprint su bioRxiv il 3 luglio scorso. Intanto chi sono gli autori di questo studio? Svante Pääbo, considerato uno dei più autorevoli paloegenetisti al mondo. Sì, paleogenetista, non biologo, infettivologo o virologo. E Hugo Zeberg, che si occupa di neurologia e antropologia.
Cosa hanno "scoperto" questi due ricercatori, rileggendo i dati dello studio citato all'inizio?
Che i geni associati alla maggiore severità dell'infezione sono i geni che ci accomunano ai Neanderthal. Altrimenti detto: chi di noi ha più geni ereditati dai nostri cugini Neanderthal (che ci sia stato incrocio tra Sapiens e Neanderthal è ormai fatto accertato senza ombra di dubbio da tempo) più sarebbe a rischio di contrarre l'infenzione in forma grave.
Lo studio è già stato smontato, ma in certi ambienti sta ricevendo discreto ascolto e successo.
Un ottimo riassunto di tutti i "bachi" di questo "studio" lo trovate in questo articolo della Süddeutsche Zeitung. Il punto principale è che la serie di geni da cui si è dedotto il collegamento in Europa (da dove vengono i dati) è presente nell'8% della popolazione, mentre nel SE asiatico nel 30% e in Bangladesh addirittura nel 60%. In Bangladesh dovrebbe essere una strage peggiore che in qualsiasi altro posto. Oltretutto un altro scienziato ha fatto notare che questo studio dei paleogenetisti può sì essere importante... ma non certo per capire chi è più a rischio di grave infezione, bensì per capire perché alcuni geni Neanderthal si sono trasmessi e altri sono spariti.
La morale è: è utile condividere gli studi in preprint, ma chi li legge (soprattutto se non esperto del settore) deve prenderli non solo con le pinze... ma anche con guanti, mascherine e disinfettante!

Saluti,

Mauro.

mercoledì 18 aprile 2018

Sviluppo web e programmazione

Sempre più spesso sento gente che confonde la costruzione di siti web con la programmazione.
Anzi, sento addirittura sviluppatori web che si autodefiniscono programmatori.

Balle.

Per costruire un sito web non hai bisogno di essere un programmatore.
Esistono tanti software e sistemi che ti permettono di costruire siti web anche molto complessi con l'unica precondizione di conoscere (possibilmente bene) l'HTML.
Ma l'HTML non è un linguaggio di programmazione. È "solo" un linguaggio evoluto di formattazione.
Certo, se vuoi inserire funzioni particolari nel tuo sito web è utile saper programmare strumenti che poi - appunto - inserisci nel sito. Ma questo è un altro livello, non è più semplicemente sviluppare una pagina web.

Per chiarire meglio, vi parlo di me.

Io non sono né un programmatore né uno sviluppatore web. Almeno non a livello professionale.
Però in passato ho sviluppato programmi (come sostegno per il mio lavoro di ricerca prima e di gestione progetti dopo) e ho anche sviluppato siti web (come hobby per associazioni culturali italo-tedesche).

Ecco: ogni volta che ho sviluppato un programma non ho mai avuto bisogno delle mie conoscenze web (o HTML che dir si voglia) e ogni volta che ho sviluppato un sito web non ho mai avuto bisogno delle mie conoscenze di programmazione (qualche volta mi hanno aiutato, come accennato sopra, per inserire funzioni particolari... ma necessarie non lo sono mai state).

E aggiungo: la programmazione - anche quella di base - sta come sfida sia intellettuale che tecnica a un livello molto superiore del creare siti web.
Oggi un sito web - anche complesso - può metterlo su chiunque non sia analfabeta.
Programmare in maniera seria invece richiede studio, conoscenza e impegno.

Saluti,

Mauro.