Ogni tanto (anzi spesso) mi vengono in mente interpretazioni di avvenimenti e fatti oppure giudizi su persone ed eventi che non si possono certo definire conformisti. O magari semplicemente idee e pensieri personali, indipendenti.
Alcune di queste idee saranno giuste e condivisibili, altre no, ma sono orgoglioso che non siano conformi.
I commenti anonimi non sono graditi, essi verranno cancellati a meno che non portino contributi concreti e seri.
Buona lettura a tutti.
Oggi Arianna Fontana, con l'argento nella staffetta femminile dello short track, è diventata l'atleta olimpica italiana più medagliata di sempre: 14 medaglie tra il 2006 e il 2026. Supera così lo schermidore Edoardo Mangiarotti che ne vinse 13 tra il 1936 e il 1960 (e non venitemi a dire che le edizioni 1940 e 1944 non furono disputate causa guerra e che quindi il record di Mangiarotti vale di più: la guerra non fu certo colpa di Fontana!).
Fontana era arrivata a queste Olimpiadi con 11 medaglie vinte nelle precedenti edizioni, quindi con la speranza, ma non certo la garanzia, di raggiungere o superare Mangiarotti. Lo ha superato. Ce l'ha fatta. Chapeau!
Ma questo record è importante per lo sport italiano tutto, non solo per Arianna Fontana.
Perché? Perché, indipendentemente dal giudizio sui successi di Mangiarotti e Fontana (in realtà non possiamo fare una graduatoria tra i due, e non solo perché rappresentanti di due sport diversissimi tra loro... sono entrambi dei mostri e basta), noi italiani siamo abituati a vivere nel passato... a pensare che le epoche d'oro siano andate. E questo anche nello sport, anche dopo i successi incredibili (calcio escluso, purtroppo o per fortuna 😉) dell'ultimo decennio.
Il record di Fontana si spera che ci porterà fuori dal passato, fuori dal "prima valevamo di più".
Per questo, pur inchinandomi davanti a Mangiarotti, sono contento - anzi stracontento - che il suo record sia stato battuto.
Grazie Arianna Fontana, ti ringrazio non solo per le medaglie ma anche per averci fatto uscire dal passatismo (almeno spero).
Tutti ricordiamo dal catechismo (o dalla credenza popolare) la frase Gli ultimi saranno i primi. Ma la frase (che ci viene riportata dal Vangelo di Matteo) è lievemente diversa: Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi (Mt, 20,16).
Non è proprio la stessa cosa anche se la sembra. Ma oggi non voglio fare disquisizioni teologiche o bibliologiche, non voglio fare il Dottor Sottile che spacca il capello in quattro (o anche in otto).
Oggi voglio solo dirvi che gli ultimi arrivati primi (e che ultimi erano! e che primi sono diventati!) esistono veramente, nella realtà. Indipendentemente da religioni varie. E hanno un nome e un cognome.
Nome: Steven Cognome: Bradbury Nazionalità: Australiana Religione: Non conta!
Si parla delle Olimpiadi invernali del 2002, a Salt Lake City, USA. E si parla dello short track.
E non c'è molto da dire... anzi, invece, c'è tantissimo da dire. Un australiano (e già questo è tanto parlando di sport invernali), che pochi anni prima era stato tra la vita e la morte, avendo perso quattro litri di sangue dopo essere stato "tagliato" accidentalmente dal pattino di un avversario (l'italiano Vuillermin) nel 1994. Ma riesce a riprendersi... però, sfigato anzichenò, nel 2000 ebbe un altro incidente in allenamento, con conseguenza una frattura al collo, che lo costrinse a portare a lungo un collare.
Ma lui era, nel senso positivo del termine, una testa dura, una testa di ca**o... e arrivò comunque a partecipare alle Olimpiadi del 2002, quelle citate sopra.
E lì cosa successe? Successe che uno che neanche doveva esserci e che, essendoci, era previsto ultimo tra gli ultimi... vinse.
Non vi racconto tutta la storia, vi lascio qui questo video, dove potete scoprire tutto:
Gli ultimi che alla fine sono i primi esistono.
E come detto sopra hanno un nome e un cognome: Steven Bradbury.