mercoledì 15 ottobre 2014

Lo sport più praticato in Germania

Lo sciopero delle ferrovie.

Saluti,

Mauro.

giovedì 9 ottobre 2014

Dimettersi nel modo sbagliato

I politici vengono spesso accusati di essere attaccati alla poltrona.
Ma ci sono anche quelli che si dimettono (o almeno annuciano di farlo). Purtroppo però in un modo che non li rende certo migliori di quelli che non si dimettono.

Penso a Walter Tocci, senatore PD, che qui ha spiegato quando e perché si dimetterà.
Riassumendo: lui darà la fiducia al governo nel voto sul cosiddetto "Jobs Act" (a margine: esiste anche l'italiano, caro Renzi, ma tu da bravo toscano probabilmente lo hai sempre snobbato) per rispetto nei confronti del suo partito, ma subito dopo si dimetterà da senatore per rispetto delle proprie idee e del proprio elettorato.

Qualcosa non quadra: se il tuo partito è in conflitto con le tue idee e/o col tuo elettorato su questioni importanti come il lavoro significa che o il partito o le idee/elettorato il tuo rispetto non lo meritano.
Quindi perché rispettare entrambi?

Semplicemente perché il caro Tocci è un cerchiobottista: prima vota la fiducia per non inimicarsi Renzi, poi si dimette per non inimicarsi i nemici di Renzi (che probabilmente presto lo scalzeranno).

No, caro Tocci, il tuo non è un problema di coscienza e di conflitto interiore: se lo fosse ti dimetteresti prima del voto di fiducia, non dopo averla data, la fiducia.

Saluti,

Mauro.

lunedì 6 ottobre 2014

Un commento sul '68

Oggi, su un paio di blog, ho visto commenti relativi a un discorso di Mario Savio a Berkeley nel 1964 (stura a detti commenti è stato un articolo di ieri di Enrico Deaglio).
Qui non voglio commentare né il discorso originale di Savio, né l'articolo di Deaglio.

Voglio parlare del '68, non del '64.

Tra i commenti all'articolo in questione c'era quello di un ragazzo (lui dice di essere stato concepito, non solo partorito, dopo il '68, ma da come scrive io lo valuto nato tra fine anni '70 e inizio anni '80, magari comunque mi sbaglio).
Questa persona attacca il '68 con argomenti a mio giudizio in parte sbagliati e di sicuro ingenui, però mi ha dato lo spunto di controcommentare, visto che il '68 ha sì avuto risultati positivi ma i sessantottini non è che fossero una gran bella razza (e no, il terrorismo non c'entra).

Purtroppo il mio commento per ora non appare, quindi non posso farvi il previsto copincolla e neanche darvene il link (sì, lo so, avrei dovuto salvarmelo anche altrove... però non lo ho fatto, quindi ciccia).

Comunque la mia tesi è molto semplice (e un po' eretica, come si conviene a questo blog).

Il '68 è stato un movimento di figli di papà. Semplicemente perché a quei tempi all'università ci andavano i figli di papà. I Mario Savio che andavano all'università grazie a borse di studio e non perché figli di papà erano una minoranza. Piccola in Nordamerica, ancora più piccola in Europa.
Quei figli di papà hanno scatenato il '68 per un motivo generazionale, semplicemente per prendere il posto di papà. Le questioni politiche e sociali erano quasi sempre un mezzo, quasi mai un fine.
Era semplicemente la prima generazione che non aveva vissuto la guerra che voleva spingere da parte le generazioni precedenti che la avevano vissuta. E che spesso usavano i propri meriti di guerra come scusa per non farsi da parte.

Io nel '68 sono nato, non lo ho "fatto". Dagli anni '80 in poi ho però vissuto altri movimenti. Alcuni semplicemente guardandoli da spettatore, ad altri partecipando attivamente (l'ultimo pochi anni fa qui in Germania, da quarantenne...).
E in tutti (al di là del fatto che io ne approvassi fini e metodi o no) ho visto una consapevolezza diversa, non generazionale (come nel '68) ma veramente basata su sociale e politica. C'erano finalmente anche figli di operai e contadini come me. Che nel '68 avrebbero pouto esserci solo come figure marginali (quantitativamente addirittura molto marginali).

Ecco, questo è il merito del '68 (e scusate se è poco!): quei figli di papà, in buona parte inconsapevolmente, hanno aperto la porta ai figli di operai e contadini (e pescatori e minatori e eccetera eccetera).

Porta che in buona parte è rimasta aperta, nonostante i passi indietro fatti dopo la caduta del muro di Berlino.
Ma questa è un'altra storia, di cui parleremo forse un'altra volta.

Saluti,

Mauro.

lunedì 29 settembre 2014

60 anni di scienza... e non solo

Sessanta anni fa; il 29 settembre 1954, venne fondato il CERN.

Oggi ci sono state numerose e dovute celebrazioni al proposito.Solo una cosa è mancata: la celebrazione del contributo del CERN alla pace nel mondo (o almeno in Europa).

Sempre ci sono stati contatti e collaborazioni tra scienziati, ma fino alla nascita del CERN erano lasciati ai contatti personali tra scienziati o, al limite, tra istituti universitari.
Contatti istituzionali, che coinvolgessero concretamente e obbligatoriamente gli Stati, erano inconcepibili fino alla nascita del CERN... eppure il CERN li ha resi possibili.
Per la prima volta nella storia, Stati diversi - in passato non solo diversi ma anche nemici - hanno deciso di mettere in comune conoscenze scientifiche, conoscenze che potenzialmente avevano anche valore militare.
Questi paesi, creando il CERN, hanno di fatto rinunciato al potenziale militare di queste conoscenze.

Ma il CERN il Nobel per la pace non lo ha mai ottenuto.
Contrariamente a Obama e altri, che per la pace mai nulla hanno fatto.

Ma il CERN è solo scienza. A chi frega qualcosa della scienza?

Saluti,

Mauro.

domenica 28 settembre 2014

mercoledì 24 settembre 2014

Del secessionismo fiscale e dell'ignoranza

Qualche giorno fa (il 18 settembre per la precisione) si è tenuto in Scozia il referendum per separarsi dal Regno Unito.
Hanno vinto i contrari alla separazione (ma forse di fatto ha vinto semplicemente la voglia di tenersi i vantaggi di una forte autonomia senza doversi accollare le responsabilità di doversi veramente governare completamente da soli, ma questo è un altro discorso, che non c'entra con questo articolo).

Detto referendum ha fornito a televisioni e quotidiani di tutto il continente la scusa per andare a "indagare" le istanze secessioniste in tutta Europa.
Come prevedibile, il caso più gettonato e sviscerato è stato il rapporto tra Catalogna e Spagna.

Io nei giorni del referendum ero in Francia, a Parigi (a proposito, le TV francesi parlavano di Scozia, Galles, Catalogna, Paesi Baschi e altro... ma non di Corsica, chissà come mai).
Mi ha colpito (si fa per dire) l'intervista in un cosiddetto programma di approfondimento giornalistico a un catalano che si lamentava del fatto che su 100 € di tasse pagate solo 80 rimanevano/rientravano in Catalogna.
Argomento vecchio, trito e ritrito: anche l'ormai ammuffita Lega Nord ne ha fatto un cavallo di battaglia per anni e anni.

A parte il fatto che esistono tasse locali e tasse nazionali (e che questa divisione ha un senso indipendentemente dalla qualità dell'amministriazione che riscuote dette tasse) ma questi "indipendentisti" parlano sempre come se tutte, ma proprio tutte, le tasse fossero riscosse e gestite/distribuite dallo stato centrale.

A parte il fatto che se esiste uno stato questo avrà comunque un'amministrazione centrale che, per quanto ridotta di dimensioni ed efficiente, non è e non sarà mai a costo zero... e se passi da Spagna a Catalogna (o da Regno Unito a Scozia o da Italia a Lombardia) questo stato/amministrazione cambierà nome e dimensione ma continuerà a esistere... quindi un'entità centrale sopra di te ci sarà sempre.

A parte il fatto che esistono cose come infrastrutture e progetti nazionali o sovraregionali, ma anche come solidarietà, condivisione, sostegno reciproco e simili.

A parte ciò... mi sono sempre chiesto come non ci si possa rendere conto che un'argomentazione simile è un'arma a doppio taglio. E l'altro lato della lama è forse il più affilato.

Cosa voglio dire?

Torniamo al nostro amico catalano.
Lui vuole lasciare la Spagna, così il 100% delle sue tasse rimane in Catalogna. Va bene, allora facciamo la Catalogna indipendente.
Ora però gli abitanti della provincia di Tarragona (la provincia più meridinale tra le quattro catalane) si accorgono che solo l'80% delle tasse che pagano (locali tarragonesi o nazionali catalane che siano) restano/ritornano nella provincia. E no! Non è giusto!
E allora "Diputaciò de Tarragona" indipendente! Via dalla Catalogna, via da Barcellona!
Bene, ora finalmente tutti sono contenti: tutte le tasse pagate dai tarragonesi rimangono nella provincia di Tarragona.

Sicuri, sicuri?
Troppo facile! A un certo punto gli abitanti della comarca (divisione amministrativa al di sotto della provincia) "Baix Camp" si rendono conto che solo l'80% delle loro tasse ritornano/rimangono nella loro comarca... e allora... "Baix Camp" indipendente! Via dalla Diputaciò, via da Tarragona!

Però poi il comune di Cambrils...
Però poi il quartiere di La Vila...
Però poi la Rambla Jaume I...
Però poi il condominio al numero 25...
Però poi l'appartamento al numero 3...

Insomma, alla fine ogni catalano rimarrà da solo, chiuso nella sua stanzetta, visto che l'unico modo di vedere il 100% di tasse ritornare a chi le paga è semplicemente quello di pagarle a sé stessi spostando semplicemente i soldi da una tasca all'altra.

Quindi, a meno di voler rimanere appunto un essere umano solo, completamente staccato da ogni altro essere umano, avrai sempre bisogno di un'entità - per quanto piccola - sopra di te, caro amico catalano (o lombardo o bavarese o corso o che altro tu sia).
E questa entità avrà bisogno di una parte - per quanto piccola - delle tue tasse per poter funzionare.
E tu - sì, tu, proprio tu che ti lamenti - avrai bisogno che lei ci sia e che funzioni.

Quindi, se vuoi l'indipendenza, trova ragioni più valide.
Quella fiscale non regge, anche se è quella che fa più presa sugli ignoranti.

Saluti,

Mauro.

martedì 23 settembre 2014

Parigi: mito e realtà

Il mito Parigi: la città dell'amore, la città delle luci.

La realtà Parigi: la città del degrado, la città della spazzatura.

Saluti,

Mauro.