Premetto che non sono un giurista, quindi ciò che dirò non si basa su ragionamenti "tecnici".
E non voglio fare neanche del facile moralismo, quindi non farò "classifiche" di dignità tra i vari reati. O distinzioni politiche fra gli stessi.
Di "tecnico" vorrei dire solo un'unica cosa: l'indulto non è un'amnistia o una grazia, quindi nessuna fedina penale verrà "lavata". Tutti quelli che si scandalizzano per la cancellazione dei reati possono smetterla di starnazzare: nessun reato verrà cancellato.
Però... non sono convinto (proprio per niente) dell'indulto. Almeno non in questa forma.
Verò è che le carceri sono sovraffolate e che anche i carcerati hanno diritto a vivere con dignità (anche dietro le sbarre, sì, anche lì).
Vero è che in teoria il carcere dovrebbe essere luogo prima di tutto di rieducazione, non di punizione. E che in questo ha fallito.
Però è vero anche che ogni persona, carcerati compresi, è diversa.
A parità di reato e di pena, bisogna vedere cosa c'è dietro il reato, le motivazioni che hanno portato a ciò.
A parità di reato e di pena, bisogna vedere che persona abbiamo di fronte. C'è chi è pericoloso e chi no, c'è chi per natura tende al male e chi per natura no.
Insomma: alleggerire le pene, abbreviare le misure restrittive o altri provvedimenti che tendano a migliorare la situazione dei detenuti (e indirettamente quindi anche quella dei loro guardiani) va bene, anzi benissimo.
Ma non come provvedimento di massa: ogni situazione va valutata singolarmente.
Carcerato per carcerato.
Essere umano per essere umano.
Saluti,
Mauro.
lunedì 31 luglio 2006
giovedì 27 luglio 2006
Sono antisemita?
Con la riesplosione del conflitto tra Israele e Hezbollah in territorio libanese e con la conseguente conferenza di Roma (conferenza che, se non fosse per la situazione tragica di cui si parlava, avrebbe potuto essere scambiata per una barzelletta malriuscita) torna di estrema attualità la situazione medio-orientale.
Soprattutto torna di estrema attualità l'essere pro o contro Israele.
E ancor di più il fatto che non si possa criticare Israele senza essere accusati di essere antisemiti.
Io a questo mi ribello.
Per prima cosa mi ribello per una semplice ragione linguistica: popoli semiti sono (basta consultare qualsiasi enciclopedia per accertarsene), tra gli altri, ebrei e arabi. Sì, proprio i tanto odiati e "antisemiti" arabi.
Quindi, signori miei, se io attacco Israele e difendo i Palestinesi non posso essere antisemita. Se lo fossi veramente attaccherei tutti e due i popoli. Al limite attaccando solo Israele potrei essere anti-israeliano o anti-ebraico. Ma non antisemita.
Ora i più attenti di voi avranno notato che ho parlato di Israele, ma invece di citare gli israeliani ho citato gli ebrei.
Ma come, direte, spacca il capello in quattro per il significato di "antisemita" e poi mischia allegramente uno stato moderno democratico (Israele) e la professione di una ben precisa religione (l'ebraismo)? Non sa che esistono israeliani di religione musulmana o cristiana e che esistono ebrei che non hanno né hanno intenzione di avere il passaporto israeliano?
Bene, avete colto il punto. La confusione è stata da me fatta apposta.
Io voglio poter criticare Israele come stato allo stesso modo in cui posso criticare Italia, Germania, Siria, Giordania, Cina, Stati Uniti, Brasile o qualsiasi altro stato senza venire accusato di razzismo o di essere nemico di una religione o altre cazzate simili.
Io critico uno stato o un governo, non un popolo o una religione.
Se critico Israele sono obbligatoriamente antisemita?
Bene, allora preferisco essere definito antisemita che rinunciare al mio diritto di critica.
Saluti,
Mauro.
Soprattutto torna di estrema attualità l'essere pro o contro Israele.
E ancor di più il fatto che non si possa criticare Israele senza essere accusati di essere antisemiti.
Io a questo mi ribello.
Per prima cosa mi ribello per una semplice ragione linguistica: popoli semiti sono (basta consultare qualsiasi enciclopedia per accertarsene), tra gli altri, ebrei e arabi. Sì, proprio i tanto odiati e "antisemiti" arabi.
Quindi, signori miei, se io attacco Israele e difendo i Palestinesi non posso essere antisemita. Se lo fossi veramente attaccherei tutti e due i popoli. Al limite attaccando solo Israele potrei essere anti-israeliano o anti-ebraico. Ma non antisemita.
Ora i più attenti di voi avranno notato che ho parlato di Israele, ma invece di citare gli israeliani ho citato gli ebrei.
Ma come, direte, spacca il capello in quattro per il significato di "antisemita" e poi mischia allegramente uno stato moderno democratico (Israele) e la professione di una ben precisa religione (l'ebraismo)? Non sa che esistono israeliani di religione musulmana o cristiana e che esistono ebrei che non hanno né hanno intenzione di avere il passaporto israeliano?
Bene, avete colto il punto. La confusione è stata da me fatta apposta.
Io voglio poter criticare Israele come stato allo stesso modo in cui posso criticare Italia, Germania, Siria, Giordania, Cina, Stati Uniti, Brasile o qualsiasi altro stato senza venire accusato di razzismo o di essere nemico di una religione o altre cazzate simili.
Io critico uno stato o un governo, non un popolo o una religione.
Se critico Israele sono obbligatoriamente antisemita?
Bene, allora preferisco essere definito antisemita che rinunciare al mio diritto di critica.
Saluti,
Mauro.
martedì 18 luglio 2006
giovedì 13 luglio 2006
Bisogna saper perdere
I mondiali sono finiti. Per fortuna.
Sono sì stati un'avventura bellissima... ma un mese in cui si vive di solo calcio basta, ora torniamo alla vita, alla realtà.
Oggi voglio comunque parlare ancora di mondiali e poi basta, me li dimenticherò fino ai prossimi, fino al 2010.
Un bel mondiale, che ha fornito molte emozioni. Partite brutte e partite belle, ma soprattutto tanto tifo e voglia di divertirsi.
E alla fine purtroppo due delusioni. Due delusioni che portano i nomi di Germania e Francia.
Perché delusioni? Le due nazionali hanno giocato bene (più la Germania della Francia, comunque), hanno onorato il mondiale e hanno conquistato meritatamente il secondo e il terzo gradino del podio.
No, la delusione non c'entra col calcio giocato, ma con l'opinione pubblica e la stampa.
Francia e Germania hanno dimostrato in ciò di non saper perdere. E questo fa male allo sport. E fa male a me non solo in quanto italiano, ma soprattutto in quanto amante del calcio.
I tedeschi continuano a tirare fuori la storia di Frings.
Ma non siate bambini, suvvia! La squalifica è stata giustissima ed è giustissimo protestare per chi va contro le regole (vedi Frings).
A parte il fatto che la squalifica è stata dovuta all'intervento della ZDF (la FIFA è intervenuta dopo aver visto le immagini trasmesse dalla ZDF, che vi ricordo non è certo una televisione italiana), anche fosse stata l'Italia a presentare reclamo alla FIFA, che ci sarebbe stato di male?
Sarebbe come dire che se io vedo uno commettere una rapina non devo sporgere denuncia perché il rapinato non sono io.
Cari amici tedeschi... smettetela di leggere la Bild e accendete il cervello :-)))
I francesi (e molti tedeschi li seguono) continuano ora a tirare fuori le provocazioni di Materazzi contro Zidane.
Intanto il fatto che Zidane ha tenuto un comportamento violento in campo e per quello è stato punito (giustamente), mentre di comportamenti violenti da parte di Materazzi non se ne sono visti, dovrebbe bastare, qualunque cosa abbia detto Materazzi a Zidane.
Perché dovrebbe bastare? In campo (e parlo da persona che ha praticato sport a discreto livello per più di dieci anni) si cerca sempre di provocare l'avversario. Non è bello, ma è normale. E gli allenatori (quelli seri) insegnano sempre a non reagire o al massimo a reagire con violenza verbale, non con violenza fisica.
Nello sport chi reagisce con la violenza agli insulti ha torto, qualunque sia l'insulto. E Zidane lo sa benissimo. Come lo sanno benissimo tutti i francesi.
In più basta guardare le immagini: Zidane ha parlato per primo. Quindi se si vuole essere onesti, bisogna chiedersi cosa ha detto Zidane, prima di chiedersi cosa ha detto Materazzi.
Non so se ieri sera avete ascoltato l'intervista a Zidane sulla TV francese.
Di fatto Zidane ha assolto Materazzi: se Materazzi avesse detto qualcosa di così grave, Zidane non avrebbe avuto problemi a riferire chiaramente l'insulto, invece si è tenuto sul vago, girando di fatto intorno alla cosa con l'unico intento di fare la vittima.
Sinceramente da un campione come lui, la cosa mi ha messo molta, molta tristezza.
Cari amici francesi... prima di darci dei ladri, restituiteci tutte le opere d'arte che Napoleone ha rubato in Italia e portato al Louvre :-)))
Posso capire che i tedeschi siano delusi per aver perso il mondiale in casa propria.
Ma vi ricordo che nel 1990 l'Italia arrivò terza in casa propria e invece di inventarsi chissà quali storie tifò addirittura in finale per la Germania, contenta che il titolo rimanesse in Europa.
Posso capire che i francesi siano delusi per aver perso ai rigori senza aver demeritato.
Ma vi ricordo che nel 1994 l'Italia perse la finale ai rigori contro il Brasile, senza che il Brasile meritasse di vincere, però non si inventò campagne di stampa per sminuire il titolo dei brasiliani.
Insomma, per una volta sono orgoglioso di poter dire senza tema di smentite: cari amici francesi e tedeschi, imparate da noi italiani.
Imparate a saper perdere. Vincere è facile, ma nella sconfitta si vede il carattere.
Saluti,
Mauro.
Sono sì stati un'avventura bellissima... ma un mese in cui si vive di solo calcio basta, ora torniamo alla vita, alla realtà.
Oggi voglio comunque parlare ancora di mondiali e poi basta, me li dimenticherò fino ai prossimi, fino al 2010.
Un bel mondiale, che ha fornito molte emozioni. Partite brutte e partite belle, ma soprattutto tanto tifo e voglia di divertirsi.
E alla fine purtroppo due delusioni. Due delusioni che portano i nomi di Germania e Francia.
Perché delusioni? Le due nazionali hanno giocato bene (più la Germania della Francia, comunque), hanno onorato il mondiale e hanno conquistato meritatamente il secondo e il terzo gradino del podio.
No, la delusione non c'entra col calcio giocato, ma con l'opinione pubblica e la stampa.
Francia e Germania hanno dimostrato in ciò di non saper perdere. E questo fa male allo sport. E fa male a me non solo in quanto italiano, ma soprattutto in quanto amante del calcio.
I tedeschi continuano a tirare fuori la storia di Frings.
Ma non siate bambini, suvvia! La squalifica è stata giustissima ed è giustissimo protestare per chi va contro le regole (vedi Frings).
A parte il fatto che la squalifica è stata dovuta all'intervento della ZDF (la FIFA è intervenuta dopo aver visto le immagini trasmesse dalla ZDF, che vi ricordo non è certo una televisione italiana), anche fosse stata l'Italia a presentare reclamo alla FIFA, che ci sarebbe stato di male?
Sarebbe come dire che se io vedo uno commettere una rapina non devo sporgere denuncia perché il rapinato non sono io.
Cari amici tedeschi... smettetela di leggere la Bild e accendete il cervello :-)))
I francesi (e molti tedeschi li seguono) continuano ora a tirare fuori le provocazioni di Materazzi contro Zidane.
Intanto il fatto che Zidane ha tenuto un comportamento violento in campo e per quello è stato punito (giustamente), mentre di comportamenti violenti da parte di Materazzi non se ne sono visti, dovrebbe bastare, qualunque cosa abbia detto Materazzi a Zidane.
Perché dovrebbe bastare? In campo (e parlo da persona che ha praticato sport a discreto livello per più di dieci anni) si cerca sempre di provocare l'avversario. Non è bello, ma è normale. E gli allenatori (quelli seri) insegnano sempre a non reagire o al massimo a reagire con violenza verbale, non con violenza fisica.
Nello sport chi reagisce con la violenza agli insulti ha torto, qualunque sia l'insulto. E Zidane lo sa benissimo. Come lo sanno benissimo tutti i francesi.
In più basta guardare le immagini: Zidane ha parlato per primo. Quindi se si vuole essere onesti, bisogna chiedersi cosa ha detto Zidane, prima di chiedersi cosa ha detto Materazzi.
Non so se ieri sera avete ascoltato l'intervista a Zidane sulla TV francese.
Di fatto Zidane ha assolto Materazzi: se Materazzi avesse detto qualcosa di così grave, Zidane non avrebbe avuto problemi a riferire chiaramente l'insulto, invece si è tenuto sul vago, girando di fatto intorno alla cosa con l'unico intento di fare la vittima.
Sinceramente da un campione come lui, la cosa mi ha messo molta, molta tristezza.
Cari amici francesi... prima di darci dei ladri, restituiteci tutte le opere d'arte che Napoleone ha rubato in Italia e portato al Louvre :-)))
Posso capire che i tedeschi siano delusi per aver perso il mondiale in casa propria.
Ma vi ricordo che nel 1990 l'Italia arrivò terza in casa propria e invece di inventarsi chissà quali storie tifò addirittura in finale per la Germania, contenta che il titolo rimanesse in Europa.
Posso capire che i francesi siano delusi per aver perso ai rigori senza aver demeritato.
Ma vi ricordo che nel 1994 l'Italia perse la finale ai rigori contro il Brasile, senza che il Brasile meritasse di vincere, però non si inventò campagne di stampa per sminuire il titolo dei brasiliani.
Insomma, per una volta sono orgoglioso di poter dire senza tema di smentite: cari amici francesi e tedeschi, imparate da noi italiani.
Imparate a saper perdere. Vincere è facile, ma nella sconfitta si vede il carattere.
Saluti,
Mauro.
lunedì 10 luglio 2006
E ora...
...che abbiamo vinto il titolo di Campioni del Mondo di calcio, il nostro calcio deve vincere la seconda battaglia. Forse quella più importante e difficile: quella contro l'insabbiamento.
Non bisogna lasciare che lo scandalo dei campionati truccati venga nascosto con il solito "volemose bene" che segue a ogni grande successo (e non solo in Italia, credetemi).
No. La vittoria di Berlino non deve essere una scusa per un'amnistia, per un insabbiamento generale.
La vittoria di Berlino deve invece essere la vittoria contro la banda Moggi-Galliani, deve far venire tutto alla luce e far sì che la giustizia (sportiva e, se necessario, anche penale) faccia il suo corso. Senza pietà e senza giustizialismi.
Se la vittoria nel mondiale portasse a un'amnistia, allora sarebbe stato mille volte meglio buttarli in tribuna quei cinque crudeli, magnifici rigori contro la Francia.
Saluti,
Mauro.
Non bisogna lasciare che lo scandalo dei campionati truccati venga nascosto con il solito "volemose bene" che segue a ogni grande successo (e non solo in Italia, credetemi).
No. La vittoria di Berlino non deve essere una scusa per un'amnistia, per un insabbiamento generale.
La vittoria di Berlino deve invece essere la vittoria contro la banda Moggi-Galliani, deve far venire tutto alla luce e far sì che la giustizia (sportiva e, se necessario, anche penale) faccia il suo corso. Senza pietà e senza giustizialismi.
Se la vittoria nel mondiale portasse a un'amnistia, allora sarebbe stato mille volte meglio buttarli in tribuna quei cinque crudeli, magnifici rigori contro la Francia.
Saluti,
Mauro.
venerdì 7 luglio 2006
Povera satira
I tedeschi non sanno fare la satira. Ci provano, insistono, fanno finta di non sentire chi glielo ricorda... ma non sanno fare la satira. È un dato di fatto.
L'unico tedesco che ci sia riuscito è stato Kurt Tucholsky. Ma è passato ormai un secolo.
I tedeschi credono che fare satira sia equivalente a lasciarsi andare a volgarità da bettola di quart'ordine. Come ha fatto Adrian Pohr sulla versione in rete della Zeit di oggi ('Mafia im Finale', con una promessa di traduzione italiana: 'La Mafia al Finale' ), oppure Achim Achilles sulla versione in rete dello Spiegel di qualche giorno fa (talmente vergognosa da spingere la redazione a cancellare l'articolo e a scusarsi in tre lingue: 'In eigener Sache'). Per non parlare della Bild. Che neanche merita di essere citata.
Ma i tedeschi non sanno fare satira neanche su (o contro) sè stessi. Se penso a riviste che in Germania sono considerate satiriche, ma che in Italia farebbero ridere al massimo ragazzini delle medie, mi cascano le braccia.
Del resto Ennio Flaiano, Achille Campanile, Cesare Zavattini, Stefano Benni, Michele Serra e cento altri che ora dimentico sono nati non per caso in Italia e non in Germania :-)
Amici tedeschi, sapete fare tante cose bene, anzi benissimo, ma nella satira fate pena. Lasciate perdere, ve lo consiglio più per voi stessi che per le vostre potenziali vittime.
Anche perché rischiate di provocare incidenti.
Non dimenticatevi infatti che una satira ben fatta fa sorridere chi ha la coscienza a posto e fa vergognare chi la ha sporca, mentre una satira mal fatta sveglia solo i peggiori rappresentanti dei vari schieramenti senza muovere nessuna coscienza.
Saluti,
Mauro.
L'unico tedesco che ci sia riuscito è stato Kurt Tucholsky. Ma è passato ormai un secolo.
I tedeschi credono che fare satira sia equivalente a lasciarsi andare a volgarità da bettola di quart'ordine. Come ha fatto Adrian Pohr sulla versione in rete della Zeit di oggi ('Mafia im Finale', con una promessa di traduzione italiana: 'La Mafia al Finale' ), oppure Achim Achilles sulla versione in rete dello Spiegel di qualche giorno fa (talmente vergognosa da spingere la redazione a cancellare l'articolo e a scusarsi in tre lingue: 'In eigener Sache'). Per non parlare della Bild. Che neanche merita di essere citata.
Ma i tedeschi non sanno fare satira neanche su (o contro) sè stessi. Se penso a riviste che in Germania sono considerate satiriche, ma che in Italia farebbero ridere al massimo ragazzini delle medie, mi cascano le braccia.
Del resto Ennio Flaiano, Achille Campanile, Cesare Zavattini, Stefano Benni, Michele Serra e cento altri che ora dimentico sono nati non per caso in Italia e non in Germania :-)
Amici tedeschi, sapete fare tante cose bene, anzi benissimo, ma nella satira fate pena. Lasciate perdere, ve lo consiglio più per voi stessi che per le vostre potenziali vittime.
Anche perché rischiate di provocare incidenti.
Non dimenticatevi infatti che una satira ben fatta fa sorridere chi ha la coscienza a posto e fa vergognare chi la ha sporca, mentre una satira mal fatta sveglia solo i peggiori rappresentanti dei vari schieramenti senza muovere nessuna coscienza.
Saluti,
Mauro.
martedì 4 luglio 2006
Bruno, l'orso
Gli animalisti hanno chiesto ai giocatori italiani di lanciare qualche segnale stasera prima della partita contro la Germania in ricordo dell'orso ucciso qualche giorno fa in Baviera.
A parte il fatto che tutta (o quasi) la Germania si è indignata quasi quanto noi italiani e che la Baviera (o meglio il governo bavarese) si è ritrovata isolata all'interno del suo stesso paese... che c'entra un segnale del genere? Mica i calciatori tedeschi hanno ucciso Bruno.
Un gesto simile servirebbe solo ad aumentare la tensione (sarebbe facilmente fraintendibile, potrebbe sembrare un'accusa alla Germania tutta) e di tensione grazie ai coglioni dello Spiegel e della Bild ce n'è già abbastanza.
Semmai, in ricordo di Bruno, si potrebbe boicottare la Baviera: niente turisti italiani in Baviera, niente prodotti bavaresi (tra cui le marche BMW, Audi o Siemens) acquistati in Italia, eccetera.
Questo sì che si potrebbe fare. Oltre che inondare di posta con frasi - educate! - di condanna l'ufficio del signor Werner Schnappauf, ministro bavarese per l'ambiente.
Volete l'indirizzo?
Werner Schnappauf
Bayerisches Staatsministerium für Umwelt, Gesundheit und Verbraucherschutz
Rosenkavalierplatz 2,
81925 München
Germania
Saluti,
Mauro.
A parte il fatto che tutta (o quasi) la Germania si è indignata quasi quanto noi italiani e che la Baviera (o meglio il governo bavarese) si è ritrovata isolata all'interno del suo stesso paese... che c'entra un segnale del genere? Mica i calciatori tedeschi hanno ucciso Bruno.
Un gesto simile servirebbe solo ad aumentare la tensione (sarebbe facilmente fraintendibile, potrebbe sembrare un'accusa alla Germania tutta) e di tensione grazie ai coglioni dello Spiegel e della Bild ce n'è già abbastanza.
Semmai, in ricordo di Bruno, si potrebbe boicottare la Baviera: niente turisti italiani in Baviera, niente prodotti bavaresi (tra cui le marche BMW, Audi o Siemens) acquistati in Italia, eccetera.
Questo sì che si potrebbe fare. Oltre che inondare di posta con frasi - educate! - di condanna l'ufficio del signor Werner Schnappauf, ministro bavarese per l'ambiente.
Volete l'indirizzo?
Werner Schnappauf
Bayerisches Staatsministerium für Umwelt, Gesundheit und Verbraucherschutz
Rosenkavalierplatz 2,
81925 München
Germania
Saluti,
Mauro.
domenica 2 luglio 2006
Presepe e Islam
Mi sono ricapitate tra le mani alcune righe che scrissi intorno a Natale. Ora Natale è lontano, ma penso che possano essere comunque interessanti.
Negli ultimi anni sempre più scuole hanno soppresso o modificato la tradizione natalizia del presepe. L’ultimo esempio è una scuola milanese che ha deciso di fare il presepe, ma di non metterci Gesù bambino.
Motivo? Non ferire la sensibilità dei sempre più numerosi bambini musulmani, o comunque non cristiani.
Sinceramente... di una simile decisione si può solo ridere.
Punto primo: in Italia ci sono tantissimi atei e agnostici che si sentono infastiditi dall’imposizione di tradizioni cattoliche molto di più di quanto ne siano infastiditi i musulmani. Queste persone in Italia ci sono sempre state, ma nessuno ha mai pensato alla loro sensibilità.
Punto secondo: Gesù è anche un “personaggio” dell’Islam. Il Corano lo presenta come un grandissimo profeta. Quindi togliere Gesù dal presepe, ma fare il presepe, diventa una doppia offesa: lasci ciò che è tipico cristiano (il presepe, appunto) e togli ciò che accomuna Islam e Cristianesimo (cioè Gesù)?
Punto terzo: se vogliamo vedere il presepe non come simbolo religioso ma come esempio della tradizione popolare-culturale di un paese (e c’è molta gente che lo vede in questi termini), allora è chi arriva da fuori a doversi adeguare (il che non significa convertirsi o tradire la propria cultura, ma solo accettare anche quella del paese dove ci si trova), non chi fa il presepe.
Saluti,
Mauro.
Negli ultimi anni sempre più scuole hanno soppresso o modificato la tradizione natalizia del presepe. L’ultimo esempio è una scuola milanese che ha deciso di fare il presepe, ma di non metterci Gesù bambino.
Motivo? Non ferire la sensibilità dei sempre più numerosi bambini musulmani, o comunque non cristiani.
Sinceramente... di una simile decisione si può solo ridere.
Punto primo: in Italia ci sono tantissimi atei e agnostici che si sentono infastiditi dall’imposizione di tradizioni cattoliche molto di più di quanto ne siano infastiditi i musulmani. Queste persone in Italia ci sono sempre state, ma nessuno ha mai pensato alla loro sensibilità.
Punto secondo: Gesù è anche un “personaggio” dell’Islam. Il Corano lo presenta come un grandissimo profeta. Quindi togliere Gesù dal presepe, ma fare il presepe, diventa una doppia offesa: lasci ciò che è tipico cristiano (il presepe, appunto) e togli ciò che accomuna Islam e Cristianesimo (cioè Gesù)?
Punto terzo: se vogliamo vedere il presepe non come simbolo religioso ma come esempio della tradizione popolare-culturale di un paese (e c’è molta gente che lo vede in questi termini), allora è chi arriva da fuori a doversi adeguare (il che non significa convertirsi o tradire la propria cultura, ma solo accettare anche quella del paese dove ci si trova), non chi fa il presepe.
Saluti,
Mauro.
giovedì 29 giugno 2006
Cina e finanza
La Cina conquisterà il mondo. Economicamente almeno.
O forse no. Forse lo farà l’India, che ha manodopera ancora più a basso costo.
O forse ritornerà in auge l’Australia, dove è stata appena cancellata di fatto ogni protezione sindacale per i lavoratori.
O forse... o forse semplicemente non abbiamo capito niente.
Al di là dei cicli economici che hanno sempre portato a periodi buoni e periodi cattivi, il problema credo sia molto più banale.
Non è occidente contro oriente. Non è Stato contro libero mercato. Non è neanche (almeno non solo) padrone contro lavoratore.
È finanza contro industria.
Finanza significa che la produzione non ha nessuna speranza. Né in Italia, né negli USA, né in Cina, né altrove. Finanza significa semplicemente guadagno veloce. Lo sviluppo di un’azienda, di un commercio non sono importanti. Importante è tirarne fuori il più possibile, ma soprattutto il più alla svelta possibile.
Industria invece significa che la produzione e lo scambio durano, è un ragionamento a medio-lungo termine. Quindi guadagno magari inferiore, ma duraturo nel tempo.
E questa differenza vale in entrambi i sistemi: statalista e liberista.
Non è la Cina che ci deve fare paura. Anzi, forse potrebbe diventare un’utile alleata.
Sono gli Ackermann e gli Gnutti che ci devono fare paura.
Saluti,
Mauro.
O forse no. Forse lo farà l’India, che ha manodopera ancora più a basso costo.
O forse ritornerà in auge l’Australia, dove è stata appena cancellata di fatto ogni protezione sindacale per i lavoratori.
O forse... o forse semplicemente non abbiamo capito niente.
Al di là dei cicli economici che hanno sempre portato a periodi buoni e periodi cattivi, il problema credo sia molto più banale.
Non è occidente contro oriente. Non è Stato contro libero mercato. Non è neanche (almeno non solo) padrone contro lavoratore.
È finanza contro industria.
Finanza significa che la produzione non ha nessuna speranza. Né in Italia, né negli USA, né in Cina, né altrove. Finanza significa semplicemente guadagno veloce. Lo sviluppo di un’azienda, di un commercio non sono importanti. Importante è tirarne fuori il più possibile, ma soprattutto il più alla svelta possibile.
Industria invece significa che la produzione e lo scambio durano, è un ragionamento a medio-lungo termine. Quindi guadagno magari inferiore, ma duraturo nel tempo.
E questa differenza vale in entrambi i sistemi: statalista e liberista.
Non è la Cina che ci deve fare paura. Anzi, forse potrebbe diventare un’utile alleata.
Sono gli Ackermann e gli Gnutti che ci devono fare paura.
Saluti,
Mauro.
mercoledì 28 giugno 2006
L'Italia ha vinto
No, non sto parlando della sudata vittoria contro l'Australia ai mondiali. No, da tifoso sono stato contento, ma l'Italia il 25-26 giugno ha vinto una partita ben più importante.
Il 25-26 giugno gli italiani, votando no al referendum sulla riforma costituzionale, hanno salvato la Costituzione e probabilmente il futuro della democrazia (o di quel po' di democrazia che abbiamo) in Italia.
Però rimane l'amaro in bocca e tante considerazioni (quasi tutte negative) si inseguono tra loro.
Partiamo dall'unica considerazione veramente positiva: la maggioranza di coloro che hanno votato no, ha votato contro un ulteriore disgregamento del paese. Non tanto nel senso secessionista della Lega, quanto nel senso del disgregamento del tessuto sociale che si sarebbe accompagnato alla regionalizzazione di istruzione, sanità e altro.
La prima considerazione negativa è l'affluenza alle urne: 52,3%!!!
Ma ve ne rendete conto? Un referendum che decide del futuro del paese a lungo termine (e non di un governo o di una legislatura) e lo cambia nel profondo... e metà degli italiani se ne fregano?
In un altro paese sarebbe (giustamente) considerata una cosa scandalosa.
E su questo punto non è importante che la riforma fosse buona o cattiva, fosse giusta o sbagliata. È importante (purtroppo) che tanti italiani se ne siano disinteressati.
Altra considerazione negativa: la riforma (oltre che pericolosa) era scritta male, in parte incomprensibile e autocontradditoria.
Solo per la sua parziale incomprensibilità andava bocciata: una Costituzione deve essere chiara, comprensibile a tutti (analfabeti compresi: devono essere in grado di capirne il contenuto se qualcuno gliela legge). Quella che avremmo avuto se avesse vinto il sì sarebbe stata compresa solo da esperti di enigmistica.
Eppure il 15-20% degli italiani ha dimostrato di volerla!
E poi la cosa più scandalosa, della quale da italiano profondamente mi vergogno: la maggioranza di coloro che sono andati alle urne sono andati con l'obiettivo di salvare o di far cadere il governo Prodi, non per conservare o cambiare la Costituzione.
Grazie alla disinformazione televisiva sono andati a un voto politico.
Ma la Costituzione è molto più della politica, ignoranti!
Quello che mi chiedo è, viste tutte queste considerazioni: quanti italiani conoscono la propria Costituzione? Quanti la hanno letta, se non in passato, almeno in previsione di questo voto? Pochi, pochissimi.
E quanti hanno letto il testo della potenziale Costituzione modificata? Di sicuro ancora meno, molti di meno di quei pochissimi di cui sopra.
E da italiano all'estero, un'ultima considerazione: all'estero (in Europa no, ma nel globale sì) ha vinto il sì. Cioè gli italiani all'estero si sono schierati a fianco del centrodestra per la riforma della Costituzione.
Qualcuno ha urlato allo scandalo: ma come? Prima votate per il centrosinistra e neanche tre mesi dopo cambiate bandiera?
Direi proprio che questi "scandalizzati" dovrebbero togliersi un po' di prosciutto dagli occhi :-)
Tradizionalmente (per motivi che non è il caso qui di analizzare) l'italiano all'estero tende a destra. Quindi la stranezza sono state le elezioni di aprile, non l'attuale referendum.
Ma alle elezioni di aprile, gli italiani all'estero non hanno votato per il centrosinistra. Hanno votato contro la persona Berlusconi, contro le figuracce che ci ha fatto subire, contro il fatto che grazie a lui la considerazione che gli stranieri hanno di noi è tornata indietro di anni.
Se il centrodestra avesse candidato Casini o Fini a presidente del consiglio... gli italiani all'estero ad aprile avrebbero votato per il centrodestra. Forse non così massicciamente come in passato, ma comunque per il centrodestra.
Saluti,
Mauro.
Il 25-26 giugno gli italiani, votando no al referendum sulla riforma costituzionale, hanno salvato la Costituzione e probabilmente il futuro della democrazia (o di quel po' di democrazia che abbiamo) in Italia.
Però rimane l'amaro in bocca e tante considerazioni (quasi tutte negative) si inseguono tra loro.
Partiamo dall'unica considerazione veramente positiva: la maggioranza di coloro che hanno votato no, ha votato contro un ulteriore disgregamento del paese. Non tanto nel senso secessionista della Lega, quanto nel senso del disgregamento del tessuto sociale che si sarebbe accompagnato alla regionalizzazione di istruzione, sanità e altro.
La prima considerazione negativa è l'affluenza alle urne: 52,3%!!!
Ma ve ne rendete conto? Un referendum che decide del futuro del paese a lungo termine (e non di un governo o di una legislatura) e lo cambia nel profondo... e metà degli italiani se ne fregano?
In un altro paese sarebbe (giustamente) considerata una cosa scandalosa.
E su questo punto non è importante che la riforma fosse buona o cattiva, fosse giusta o sbagliata. È importante (purtroppo) che tanti italiani se ne siano disinteressati.
Altra considerazione negativa: la riforma (oltre che pericolosa) era scritta male, in parte incomprensibile e autocontradditoria.
Solo per la sua parziale incomprensibilità andava bocciata: una Costituzione deve essere chiara, comprensibile a tutti (analfabeti compresi: devono essere in grado di capirne il contenuto se qualcuno gliela legge). Quella che avremmo avuto se avesse vinto il sì sarebbe stata compresa solo da esperti di enigmistica.
Eppure il 15-20% degli italiani ha dimostrato di volerla!
E poi la cosa più scandalosa, della quale da italiano profondamente mi vergogno: la maggioranza di coloro che sono andati alle urne sono andati con l'obiettivo di salvare o di far cadere il governo Prodi, non per conservare o cambiare la Costituzione.
Grazie alla disinformazione televisiva sono andati a un voto politico.
Ma la Costituzione è molto più della politica, ignoranti!
Quello che mi chiedo è, viste tutte queste considerazioni: quanti italiani conoscono la propria Costituzione? Quanti la hanno letta, se non in passato, almeno in previsione di questo voto? Pochi, pochissimi.
E quanti hanno letto il testo della potenziale Costituzione modificata? Di sicuro ancora meno, molti di meno di quei pochissimi di cui sopra.
E da italiano all'estero, un'ultima considerazione: all'estero (in Europa no, ma nel globale sì) ha vinto il sì. Cioè gli italiani all'estero si sono schierati a fianco del centrodestra per la riforma della Costituzione.
Qualcuno ha urlato allo scandalo: ma come? Prima votate per il centrosinistra e neanche tre mesi dopo cambiate bandiera?
Direi proprio che questi "scandalizzati" dovrebbero togliersi un po' di prosciutto dagli occhi :-)
Tradizionalmente (per motivi che non è il caso qui di analizzare) l'italiano all'estero tende a destra. Quindi la stranezza sono state le elezioni di aprile, non l'attuale referendum.
Ma alle elezioni di aprile, gli italiani all'estero non hanno votato per il centrosinistra. Hanno votato contro la persona Berlusconi, contro le figuracce che ci ha fatto subire, contro il fatto che grazie a lui la considerazione che gli stranieri hanno di noi è tornata indietro di anni.
Se il centrodestra avesse candidato Casini o Fini a presidente del consiglio... gli italiani all'estero ad aprile avrebbero votato per il centrodestra. Forse non così massicciamente come in passato, ma comunque per il centrodestra.
Saluti,
Mauro.
domenica 25 giugno 2006
Paura della Turchia?
“Mamma li turchi!!!” Da un po’ di tempo sembra essere questo il grido d’avvertimento, di paura, dell’Europa tutta.
Stanno tornando le galee saracene ad attaccare i porti mediterranei? È ripreso l’assedio di Vienna da parte dei giannizzeri? No, peggio! La Turchia ha l’ardire di chiedere l’ammissione nella UE!
E tutti ad aver paura dell’ingresso di un paese che non garantisce troppo dal punto di vista democratico (però Guantanamo e le leggi “ad personam” non arrivano dalla Turchia). Ad aver paura di un paese musulmano che si scontrerebbe con la cultura (cristiana) dell’Europa (e le radici greco-romane, precedenti e ancora oggi in molti casi sovrastanti le tradizioni cristiane, le abbiamo dimenticate? Istanbul, allora Bisanzio, era la seconda Roma e culla della chiesa cristiano-ortodossa).
Non dovrebbe far paura la Turchia.
Dovrebbe far paura la politica della Polonia. E la sua sotterranea alleanza con Londra.
La Turchia ha bisogno dell’Europa, per due motivi: evitare di cadere del tutto nel calderone esplosivo del Medio Oriente (quindi la Turchia può essere una barriera contro l’Islam radicale, non un suo cuneo in Europa) e affrancarsi almeno in parte dalla quasi schiavitù verso gli USA (che con le basi militari, Incirlik insegna, di fatto sono padroni del paese).
La Polonia invece... è discretamente lontana da zone a rischio e non ha particolari necessità strategiche o sociali che le rendano assolutamente vitale l’ingresso nella UE.
La Polonia infatti guarda oltreatlantico, la Polonia si sente attratta dagli USA (basta leggersi le dichiarazioni dei vari governanti polacchi degli ultimi anni e la prontezza con cui si è lanciata in Iraq e ha lasciato creare alla CIA prigioni in territorio polacco, senza dimenticare il già avvenuto ingresso nella NATO). Per la Polonia l’ingresso nella UE è semplicemente un modo per stringere contatti più a ovest, grazie soprattutto all’aiuto di Blair. E una volta che la UE avrà assolto il suo “compito” di ponte tra Varsavia e Washington, la Polonia non avrà più remore a tradire l’idea comunitaria come già sta facendo da anni il Regno Unito.
Però la Polonia è cristiana... la Turchia no. Volete mettere?
Saluti,
Mauro.
Stanno tornando le galee saracene ad attaccare i porti mediterranei? È ripreso l’assedio di Vienna da parte dei giannizzeri? No, peggio! La Turchia ha l’ardire di chiedere l’ammissione nella UE!
E tutti ad aver paura dell’ingresso di un paese che non garantisce troppo dal punto di vista democratico (però Guantanamo e le leggi “ad personam” non arrivano dalla Turchia). Ad aver paura di un paese musulmano che si scontrerebbe con la cultura (cristiana) dell’Europa (e le radici greco-romane, precedenti e ancora oggi in molti casi sovrastanti le tradizioni cristiane, le abbiamo dimenticate? Istanbul, allora Bisanzio, era la seconda Roma e culla della chiesa cristiano-ortodossa).
Non dovrebbe far paura la Turchia.
Dovrebbe far paura la politica della Polonia. E la sua sotterranea alleanza con Londra.
La Turchia ha bisogno dell’Europa, per due motivi: evitare di cadere del tutto nel calderone esplosivo del Medio Oriente (quindi la Turchia può essere una barriera contro l’Islam radicale, non un suo cuneo in Europa) e affrancarsi almeno in parte dalla quasi schiavitù verso gli USA (che con le basi militari, Incirlik insegna, di fatto sono padroni del paese).
La Polonia invece... è discretamente lontana da zone a rischio e non ha particolari necessità strategiche o sociali che le rendano assolutamente vitale l’ingresso nella UE.
La Polonia infatti guarda oltreatlantico, la Polonia si sente attratta dagli USA (basta leggersi le dichiarazioni dei vari governanti polacchi degli ultimi anni e la prontezza con cui si è lanciata in Iraq e ha lasciato creare alla CIA prigioni in territorio polacco, senza dimenticare il già avvenuto ingresso nella NATO). Per la Polonia l’ingresso nella UE è semplicemente un modo per stringere contatti più a ovest, grazie soprattutto all’aiuto di Blair. E una volta che la UE avrà assolto il suo “compito” di ponte tra Varsavia e Washington, la Polonia non avrà più remore a tradire l’idea comunitaria come già sta facendo da anni il Regno Unito.
Però la Polonia è cristiana... la Turchia no. Volete mettere?
Saluti,
Mauro.
venerdì 23 giugno 2006
Io sono fazioso
Io sono fazioso. E sono orgoglioso di esserlo.
Qualcuno ora urlerà al terrorista, al disonesto, al pericolo pubblico.
Invece è proprio l'essere faziosi e il riconoscere di esserlo che rende possibile il dialogo e in fondo anche l'informazione.
Cosa significa essere faziosi? Letteralmente significa prendere parte per una fazione. In senso più esteso significa però farsi un'idea, avere un'opinione propria, aver pensato, ragionato. Non stare lì freddo ed ebete a guardare.
Neutrale, veramente equidistante, può essere solo chi non arriva a prendere posizione, chi non ha idee e opinioni proprie. In breve: chi non pensa. E chi non vuole pensare.
Per forza di cose chi riflette, chi ragiona si forma delle opinioni, raggiunge delle conclusioni, dei giudizi, anche se spesso incompleti e non decisivi. E il pensare non solo porta a formarsi delle opinioni, ma anche ad avere dei dubbi (che chi non pensa non avrà mai).
Ed è questo che fa di lui un essere umano degno di questo nome.
Il non pensare è comodo, facile... ma lo sanno fare anche gli essere unicellulari.
Certo poi quando si parla, quando si esprimono le proprie idee e opinioni, bisogna distinguere chiaramente queste dai fatti. Non si possono mischiare e confondere le due cose.
A maggior ragione se si è un politico, un giornalista o una qualche altra figura che può influenzare l'opinione pubblica.
Presentare come fatti le proprie idee o non permettere di distinguere le due cose non è fazioso. È criminale.
Saluti,
Mauro.
Qualcuno ora urlerà al terrorista, al disonesto, al pericolo pubblico.
Invece è proprio l'essere faziosi e il riconoscere di esserlo che rende possibile il dialogo e in fondo anche l'informazione.
Cosa significa essere faziosi? Letteralmente significa prendere parte per una fazione. In senso più esteso significa però farsi un'idea, avere un'opinione propria, aver pensato, ragionato. Non stare lì freddo ed ebete a guardare.
Neutrale, veramente equidistante, può essere solo chi non arriva a prendere posizione, chi non ha idee e opinioni proprie. In breve: chi non pensa. E chi non vuole pensare.
Per forza di cose chi riflette, chi ragiona si forma delle opinioni, raggiunge delle conclusioni, dei giudizi, anche se spesso incompleti e non decisivi. E il pensare non solo porta a formarsi delle opinioni, ma anche ad avere dei dubbi (che chi non pensa non avrà mai).
Ed è questo che fa di lui un essere umano degno di questo nome.
Il non pensare è comodo, facile... ma lo sanno fare anche gli essere unicellulari.
Certo poi quando si parla, quando si esprimono le proprie idee e opinioni, bisogna distinguere chiaramente queste dai fatti. Non si possono mischiare e confondere le due cose.
A maggior ragione se si è un politico, un giornalista o una qualche altra figura che può influenzare l'opinione pubblica.
Presentare come fatti le proprie idee o non permettere di distinguere le due cose non è fazioso. È criminale.
Saluti,
Mauro.
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giovedì 22 giugno 2006
Laici o cattolici?
Nella politica (e nella chiesa) l'italiano deve essere una lingua passata di moda, visto che anche termini semplici e inequivocabili come "laico" e "cattolico" vengono usati scorrettamente, presentandoli come contrari, antitetici tra loro. Sbagliando quindi completamente l'uso del primo.
Non è purtroppo una cosa nuova, anche se ha raggiunto l'apice col recente referendum sulla procreazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali: partiti laici e partiti cattolici, elettori laici ed elettori cattolici ci hanno sempre accompagnato.
Cattolico è chi vota/votava per la Democrazia Cristiana e i suoi eredi o per altri partiti più o meno vicini al Vaticano. Laico è chi vota/votava per partiti lontani dal centro, soprattutto per quelli di sinistra.
Insomma per la politica e per la chiesa, un laico sembra poter essere solo ateo (e uno sembra diventare automaticamente "ateo" votando determinati partiti).
Ma cos'è un cattolico? Una persona che crede in Dio e che segue i precetti di quel particolare tipo di credo che si definisce cristiano cattolico (in pratica la chiesa romana).
E cos'è un laico? Una persona che non fa parte di una gerarchia o ordine ecclesiale (cattolico o no che sia). Un laico è semplicemente un "non-clerico".
Cosa ci insegna questa definizione di laico? Ci insegna che (anche se Casini e Ruini non lo sanno) un laico può essere benissimo un cattolico. Anzi, la grande maggioranza dei cattolici sono laici, dato che solo relativamente pochi sono sacerdoti, monaci o monache.
Chissà come potrebbero mai reagire i due gemelli del cabaret clerico-politico italiano (appunto Ruini e Casini) nello scoprire che un tal De Gasperi era un laico, che un tal Adenauer era un laico, che un tal Andreotti è un laico. Che Casini stesso è un laico!
Don Sturzo no, lui laico non lo era. Almeno lui Ruini e Casini se lo possono incasellare nella loro parrocchia, pur stravolgendo la lingua italiana.
Saluti,
Mauro.
Non è purtroppo una cosa nuova, anche se ha raggiunto l'apice col recente referendum sulla procreazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali: partiti laici e partiti cattolici, elettori laici ed elettori cattolici ci hanno sempre accompagnato.
Cattolico è chi vota/votava per la Democrazia Cristiana e i suoi eredi o per altri partiti più o meno vicini al Vaticano. Laico è chi vota/votava per partiti lontani dal centro, soprattutto per quelli di sinistra.
Insomma per la politica e per la chiesa, un laico sembra poter essere solo ateo (e uno sembra diventare automaticamente "ateo" votando determinati partiti).
Ma cos'è un cattolico? Una persona che crede in Dio e che segue i precetti di quel particolare tipo di credo che si definisce cristiano cattolico (in pratica la chiesa romana).
E cos'è un laico? Una persona che non fa parte di una gerarchia o ordine ecclesiale (cattolico o no che sia). Un laico è semplicemente un "non-clerico".
Cosa ci insegna questa definizione di laico? Ci insegna che (anche se Casini e Ruini non lo sanno) un laico può essere benissimo un cattolico. Anzi, la grande maggioranza dei cattolici sono laici, dato che solo relativamente pochi sono sacerdoti, monaci o monache.
Chissà come potrebbero mai reagire i due gemelli del cabaret clerico-politico italiano (appunto Ruini e Casini) nello scoprire che un tal De Gasperi era un laico, che un tal Adenauer era un laico, che un tal Andreotti è un laico. Che Casini stesso è un laico!
Don Sturzo no, lui laico non lo era. Almeno lui Ruini e Casini se lo possono incasellare nella loro parrocchia, pur stravolgendo la lingua italiana.
Saluti,
Mauro.
mercoledì 21 giugno 2006
Conformismo, patriottismo e nazionalismo
In questi giorni siamo completamente circondati dal calcio, "grazie" al Mondiale che si sta svolgendo qui, in terra di Germania.
No, non mi riferisco alle partite (da quando il calcio si è trasformato in industria, anche senza i mondiali siamo pieni di partite) e nemmeno alle interminabili e inutili trasmissioni televisive (ormai ci sono 12 mesi all'anno e anche senza calcio non è che le trasmissioni siano meno interminabili e inutili oggigiorno).
No, mi riferisco a questo tripudio di bandiere che ci circonda. Qui in Germania siamo sommersi a ogni angolo da nero-rosso-giallo (e nei quartieri con molti immigrati dal verde-bianco-rosso italiano o dal blu-bianco-rosso croato o altro ancora, manca solo il bianco-rosso turco, ma solo perché la Turchia non si è qualificata).
E dai racconti e dalle immagini che mi arrivano dagli altri paesi, vedo che la situazione è simile dappertutto (in Germania forse un po' più esasperata in quanto paese ospitante).
E dopo ogni vittoria i caroselli di auto imbandierate a Milano come a Lione, a Zurigo come a Manchester, a Yokohama come a Curitiba.
E intorno a questo tripudio di bandiere e di amor patrio si sviluppano "dotte" discussioni di sociologi e filosofi da salotto che cercano di capire se si tratti del tanto amato patriottismo o del tanto vituperato nazionalismo.
Magari fosse così!
Il patriottismo è un sentimento a mio parere positivo. Il nazionalismo è un sentimento negativo, ma pur sempre un sentimento. Se si prova l'uno o l'altro, si dimostra almeno di avere un cuore (collegato o no che sia al cervello).
Ma questo tripudio di bandiere che si verifica solo ogni quattro anni è in realtà il trionfo del conformismo.
Gente che neanche conosce i colori della propria bandiera (e talvolta neanche il nome ufficiale della propria patria: quanti sanno che l'Italia è in realtà Repubblica Italiana oppure che la Germania è in realtà Repubblica Federale Tedesca?) corre a comprarne una ogni volta che cominciano i mondiali di calcio.
E perché? Perché stampa e TV si mettono a urlare in continuazione: "Tu sei tedesco!", "Tu sei italiano!", "Tu sei spagnolo!", eccetera.
E soprattutto perché le pubblicità si vestono di quei colori. È la pubblicità a "ordinare" di diventare patriottici e/o nazionalisti.
No, signori miei, intorno a me non vedo nè patriottismo nè nazionalismo, ma solo conformismo e cervelli guidati dalla pubblicità.
Saluti,
Mauro.
No, non mi riferisco alle partite (da quando il calcio si è trasformato in industria, anche senza i mondiali siamo pieni di partite) e nemmeno alle interminabili e inutili trasmissioni televisive (ormai ci sono 12 mesi all'anno e anche senza calcio non è che le trasmissioni siano meno interminabili e inutili oggigiorno).
No, mi riferisco a questo tripudio di bandiere che ci circonda. Qui in Germania siamo sommersi a ogni angolo da nero-rosso-giallo (e nei quartieri con molti immigrati dal verde-bianco-rosso italiano o dal blu-bianco-rosso croato o altro ancora, manca solo il bianco-rosso turco, ma solo perché la Turchia non si è qualificata).
E dai racconti e dalle immagini che mi arrivano dagli altri paesi, vedo che la situazione è simile dappertutto (in Germania forse un po' più esasperata in quanto paese ospitante).
E dopo ogni vittoria i caroselli di auto imbandierate a Milano come a Lione, a Zurigo come a Manchester, a Yokohama come a Curitiba.
E intorno a questo tripudio di bandiere e di amor patrio si sviluppano "dotte" discussioni di sociologi e filosofi da salotto che cercano di capire se si tratti del tanto amato patriottismo o del tanto vituperato nazionalismo.
Magari fosse così!
Il patriottismo è un sentimento a mio parere positivo. Il nazionalismo è un sentimento negativo, ma pur sempre un sentimento. Se si prova l'uno o l'altro, si dimostra almeno di avere un cuore (collegato o no che sia al cervello).
Ma questo tripudio di bandiere che si verifica solo ogni quattro anni è in realtà il trionfo del conformismo.
Gente che neanche conosce i colori della propria bandiera (e talvolta neanche il nome ufficiale della propria patria: quanti sanno che l'Italia è in realtà Repubblica Italiana oppure che la Germania è in realtà Repubblica Federale Tedesca?) corre a comprarne una ogni volta che cominciano i mondiali di calcio.
E perché? Perché stampa e TV si mettono a urlare in continuazione: "Tu sei tedesco!", "Tu sei italiano!", "Tu sei spagnolo!", eccetera.
E soprattutto perché le pubblicità si vestono di quei colori. È la pubblicità a "ordinare" di diventare patriottici e/o nazionalisti.
No, signori miei, intorno a me non vedo nè patriottismo nè nazionalismo, ma solo conformismo e cervelli guidati dalla pubblicità.
Saluti,
Mauro.
martedì 20 giugno 2006
Una preghiera
Questo non è un pensiero, ne' eretico ne' conformista, ma una preghiera:
Il 25-26 giugno prossimi andate a votare per il referendum sulla Costituzione!!!
Salvate la Costituzione e la democrazia in Italia!!! Vi prego!!!
E ricordate che non è, come gli altri, un referendum abrogativo, bensì approvativo.
Cioè:
1) se siete favorevoli alla riforma votate SÌ
2) se siete contrari alla riforma votate NO
Quindi, se amate l'Italia e la democrazia votate NO!!!
Saluti,
Mauro.
Il 25-26 giugno prossimi andate a votare per il referendum sulla Costituzione!!!
Salvate la Costituzione e la democrazia in Italia!!! Vi prego!!!
E ricordate che non è, come gli altri, un referendum abrogativo, bensì approvativo.
Cioè:
1) se siete favorevoli alla riforma votate SÌ
2) se siete contrari alla riforma votate NO
Quindi, se amate l'Italia e la democrazia votate NO!!!
Saluti,
Mauro.
Ma cos'è un pensiero eretico?
I pensieri eretici altro non sono che idee, intuizioni nate da fatti personali, eventi di cronaca (talvolta ormai già storia) o altro.
Talvolta sono semplici considerazioni, talvolta invece percorsi più o meno logici.
Partono tutti da fatti concreti, oserei dire da dati di fatto, ma le conclusioni non sono necessariamente verità (sempre che esista una cosa come la verità), ma semplicemente le "mie" conclusioni a partire da determinate premesse.
Sono raramente politicamente corretti e spesso controcorrente. Possono disturbare, ma di sicuro fanno pensare (e già questo oggigiorno può essere rivoluzionario).
Sono idee di uno che pensa con la propria testa.
Saluti,
Mauro.
Talvolta sono semplici considerazioni, talvolta invece percorsi più o meno logici.
Partono tutti da fatti concreti, oserei dire da dati di fatto, ma le conclusioni non sono necessariamente verità (sempre che esista una cosa come la verità), ma semplicemente le "mie" conclusioni a partire da determinate premesse.
Sono raramente politicamente corretti e spesso controcorrente. Possono disturbare, ma di sicuro fanno pensare (e già questo oggigiorno può essere rivoluzionario).
Sono idee di uno che pensa con la propria testa.
Saluti,
Mauro.
lunedì 19 giugno 2006
Eccoci qui
E così ne ho fatta un'altra delle mie.
Mi sono aperto il mio blog personale, in modo da poter impestare ancora di più il web con le mie idee... sempre che qualcuno abbia voglia di leggerle ;-)
Non aspettatevi pensieri "politicamente corretti" oppure banalità da spettacolo televisivo.
Non dico che quello che scriverò sarà tutto intelligente, tutto interessante, tutto giusto... in fondo sono anch'io solo un essere umano... almeno credo...
Di sicuro però leggerete idee personali, spunti di riflessione, punti di vista atipici.
Beh, per oggi questo basta. Con i pensieri eretici cominciamo da domani :-)
Saluti,
Mauro.
Mi sono aperto il mio blog personale, in modo da poter impestare ancora di più il web con le mie idee... sempre che qualcuno abbia voglia di leggerle ;-)
Non aspettatevi pensieri "politicamente corretti" oppure banalità da spettacolo televisivo.
Non dico che quello che scriverò sarà tutto intelligente, tutto interessante, tutto giusto... in fondo sono anch'io solo un essere umano... almeno credo...
Di sicuro però leggerete idee personali, spunti di riflessione, punti di vista atipici.
Beh, per oggi questo basta. Con i pensieri eretici cominciamo da domani :-)
Saluti,
Mauro.
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