mercoledì 27 settembre 2006

Giustizia

Giustizia è fatta. Troppo tardi, con troppi lati oscuri, ma finalmente giustizia è fatta.

Silvia Baraldini, condannata solo per le sue idee politiche, è libera.

Bentornata tra noi, Silvia.

Saluti,

Mauro.

Morire è parte del lavoro di un soldato

È morto un altro militare italiano in missione all'estero. In Afghanistan per la precisione. In un attentato.

Qualunque cosa si possa pensare delle missioni all'estero e del concetto di "militare" in generale, la memoria di Giorgio Langella merita il nostro rispetto, va onorata.
Lui era lì per fare il suo lavoro (per brutto che potesse essere), per guadagnarsi da vivere.

Quello che invece merita decisamente meno rispetto è il solito blabla sul fatto che bisogna proteggere i nostri soldati, che bisogna far sì che non rischino la vita, eccetera, eccetera.

Quanta ipocrisia.

Il lavoro del soldato è pericoloso. È, detto in maniera molto brutale, sparare e farsi sparare.
Che senso ha dire "Mandiamo i nostri soldati all'estero solo se siamo in grado di proteggerli". Proteggerli come? Se la situazione non fosse pericolosa, non ci sarebbe bisogno di mandarceli. O sbaglio? Oppure i civili (italiani o meno che siano) possono morire, mentre i soldati no? Eppure credevo che fossero i soldati a dover proteggere i civili, non viceversa.

Esistono missioni giuste e missioni sbagliate. Questo è chiaro.
Non posso certo mettere sullo stesso piano la missione in Libano e quella in Iraq.
Però si sa che entrambe sono pericolose.

L'unico modo di "proteggere" i nostri soldati è non mandarli in missioni sbagliate, amorali, di vera e propria guerra d'occupazione.
Però se come popolo riteniamo che il paese debba avere una politica estera è inevitabile partecipare a missioni internazionali. Bisogna solo "limitarsi" a quelle che hanno una giustificazione morale o che (al peggio) servono a evitare danni peggiori.

Però poi una volta accettate queste missioni bisogna saper convivere coi rischi. Come già detto il mestiere del soldato è un mestiere pericoloso: i militari di professione (che generalmente sono molto meno guerrafondai di molti civili, questo va detto) lo sanno e lo accettano.
Sarebbe ora che lo capissero anche i civili. E soprattutto i politici.

Oppure bisogna avere il coraggio di dire: non vogliamo una politica estera, chiudiamoci in noi stessi. Ma allora, oltre che tutte le missioni militari all'estero, per coerenza dovremmo chiudere anche tutte le ambasciate e i consolati.

Saluti,

Mauro.

giovedì 21 settembre 2006

Budapest 1956-2006

In questi giorni Budapest sta bruciando.

Proprio alla vigilia del cinquantennale della rivolta contro la dittatura comunista del 1956 (avvenne a fine ottobre) guidata da Imre Nagy. Quella rivolta venne soffocata nel sangue dall'invasione sovietica nel novembre 1956.

Ora, tra la rivolta di allora e quella odierna non è possibile nessun parallelo. Ne' storico, ne' politico. Ne' interno, ne' internazionale.

Però vedere Budapest di nuovo in stato di emergenza 50 anni dopo, qualche piccolo brivido lo fa venire.

E soprattutto qualche piccolo brivido lo fa venire la reazione dell'occidente.
Nel 1956 Europa e USA dichiararono che i fatti ungheresi erano fatti interni (di fatto dando il via libera all'URSS e condannando a morte Nagy).
Oggi l'Unione Europea ha dichiarato che i fatti ungheresi sono fatti interni.

Speriamo che io sia solo un po' troppo fantasioso...

Saluti,

Mauro.

martedì 19 settembre 2006

Contro gli anonimi

Io mi chiedo: perché chi critica senza portare argomenti non si firma mai?

Non pretendo che uno mi lasci indirizzo elettronico, indirizzo di casa, telefono, ecc., ecc. Non sarebbe neanche giusto.

Ma pretendo, e so di essere nel giusto a pretenderlo, che uno almeno si firmi, che uno concluda (o apra, se preferisce) il suo messaggio con un nome.

A parte dimostrare senza possibilità di smentite grande vigliaccheria e maleducazione, la mancanza della firma ha un altro effetto: a me piace interloquire direttamente con chi ho di fronte (anche se è un di fronte solo virtuale) e come faccio se di fronte ho un anonimo, un fantasma?

Ma forse chi non porta argomenti quando accusa me di non dire niente e insulta accusando me di scrivere testi offensivi non vuole interloquire. Vuole solo sfogare la sua frustrazione.

Bene, si sappia che senza firma i commenti non vengono pubblicati.

È una semplice questione di educazione.

Saluti,

Mauro.

domenica 17 settembre 2006

Benedetto, Manuele e Maometto

Il Papa sembra averla fatta grossa: Con le sue citazioni all'università di Ratisbona ha provocato un putiferio non da poco.

Ho cercato di non interessarmi alla cosa, perché sinceramente le affermazioni di capi e capetti religiosi (come quelle di Ratzinger e le reazioni dei religiosi islamici) ormai mi annoiano, sono prevedibili e insipide come una minestra riscaldata e non condita. Ma...

...ma per la stampa e la televisione certe dichiarazioni sono imprescindibili... bisogna parlarne e parlarne (generalmente senza cognizione di causa) per giorni e giorni, facendo passare in secondo piano tutto il resto.

Ecco: tutto il resto.
Qui sta il punto. Non è l'importanza del papa o dei capi dell'Islam che impone di dare così ampio risalto alla cosa. Non sono neanche i contenuti di dette dichiarazioni, al di là di chi le ha pronunciate.
È l'importanza di poter "non" parlare di altre notizie. Notizie più importanti, più pericolose, più indigeste. E che hanno tre problemi:
1) Mettono i lettori/ascoltatori a conoscenza di ciò che succede nel mondo e che ha (o può avere) conseguenze anche sulle loro vite;
2) Rischiano di denudare il re, cioè di far vedere a che livello (verso il basso) è arrivato il giornalismo attuale;
3) Fanno sì che i politici non possano lavorare "dietro le quinte" (traduzione per chi non ha capito l'ironia: Rischiano di constringere i politici a render conto del proprio operato ai cittadini).

E allora... arriva Benedetto XVI che cita Manuele II e che viene controbattuto da Bardakoglu... e salva tutti.

Per esempio (rimanendo alla politica mondiale): quanti hanno seguito l'iniziativa di Bush che intende riscrivere parte della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino e non certo in senso umano? Non credo molti, dato che la maggioranza dei giornali e dei telegionarli ha nascosto la notizia perché il caos intorno a Benedetto XVI aveva la precedenza.

Come diceva Renzo Arbore: meditate, gente, meditate.

Saluti,

Mauro.

P.S.:
Sulla stampa sono apparsi solo estratti del discorso del papa, frutto di un abile taglia e cuci. Per chi volesse leggere il testo completo e farsi un'idea propria: Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni.

Rieccomi

Dopo quasi un mese di assenza per vacanze (spero meritate) e impegni vari, rieccomi qui.

Non vi siete liberati di me :-)

Saluti,

Mauro.

mercoledì 23 agosto 2006

Pedofilia

Pedofilia. Quello che viene considerato il delitto più riprovevole del mondo moderno.

Però anche un'ottima scappatoia... basta usare questo nome a sproposito (o a proposito, dal punto di vista di chi vuole ottenere determinati risultati) e si riesce così a scatenare il linciaggio mediatico e popolare anche per cose che con la pedofilia non hanno nulla a che vedere (e che oltretutto non sempre sono riprovevoli).

Insomma... pedofilia... delitto e ipocrisia.

Ma se ci pensate bene, l'ipocrisia sta già nel nome: "pedofilia" in greco antico significa "amore per i bambini". E stiamo attenti alla parola "amore": qualcuno potrebbe subito saltar su e dire che l'"amore" è una cosa per adulti, che per i bambini bisogna provare "affetto".
Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

Il problema è che l'italiano ha una sola parola per il concetto d'amore, mentre il greco antico ne ha tre: eros, agape e philia.
E "philia" è proprio la radice di pedofilia. E "philia" indica l'amore inteso come "amicizia, affetto", senza il trasporto corporale dell'"eros".

Insomma: usiamo una parola che descrive qualcosa di bellissimo per descrivere qualcosa di bruttissimo. Non sarà che la colpa di tutto il casino moderno sulla pedofilia sia anche frutto di questa contraddizione?

Saluti,

Mauro.

martedì 15 agosto 2006

Pacifisti?

A (quasi) ogni conflitto riscoppia il pacifismo.

Bello, nulla da dire, che tanta gente voglia la pace e che si impegni per portarla in giro, per propagandarla contro ogni violenza, contro ogni guerra.

Contro ogni guerra? Proprio "ogni", ne siamo sicuri?

Bene, perché allora non ricordo pacifisti davanti alle ambasciate sovietiche in occasione dell'invasione dell'Afghanistan? O davanti a quelle irachene quando Saddam invase il Kuwait?
È giusto protestare davanti alle rappresenzanze USA per il Vietnam o per l'Iraq ed è giusto anche protestare contro Israele per Gaza e il Libano... ma non sarebbero queste proteste ancora più giuste (e soprattutto con più possibilità di successo) se si protestasse veramente contro "ogni" guerra?
O non sarà che il pacifismo è in buona parte semplicemente antiamericanismo?

Oltre a ciò... siamo sicuri che fermare una guerra sia già pace? Siamo proprio sicuri che la semplice assenza di guerra possa essere definita pace?
Non sarebbe anche il caso di capire i perché? O ci accontentiamo di paci ingiuste e imposte che altro non sono che incubatrici di nuove guerre?

Pensiamoci un po'... forse così non fermeremo le guerre più velocemente (anzi), ma almeno le fermeremo per più lungo tempo. È già qualcosa, no?

Saluti,

Mauro.

mercoledì 9 agosto 2006

Giustizialismo o perdonismo?

Il recente indulto mi ha fatto venire in mente l'eterna italica lotta tra i giustizialisti e i perdonisti.

Bisogna essere duri, intransigenti, usare il pugno di ferro per proteggere gli onesti e rendere i disonesti inoffensivi?
Bisogna essere buoni, generosi, tendere la mano per contribuire al recupero dei rei e costruire una società buona?

Intanto chiariamo che nessuna delle due cose ha nulla a che fare con la giustizia.
La parola "giustizia", se qualcuno non lo avesse notato, ha la stessa radice della parola "giusto". E né la durezza estrema, né il buonismo spinto sono giusti (che possano essere, in determinate situazioni, utili e/o giustificati è un altro discorso, ma giusti non sono di sicuro entrambi).

Una pena giusta è la premessa indispensabile per poter far sì che sia gli onesti che i disonesti, sia le vittime che i colpevoli possano mantenere o ritrovare il rispetto reciproco e quello verso sè stessi come esseri umani.

Se invece il problema non é la giustizia, ma, come molti vorrebbero farci credere, la sicurezza... allora a maggior ragione giustizialismo e perdonismo perdono entrambi senso.
La maggior garanzia di sicurezza è fornita dalla certezza della pena. E questa si ottiene a mio modesto parere tramite due cose:
- Regole chiare e semplici e "cataloghi delle punizioni" espliciti, in modo che si sappia sempre a cosa si va incontro trasgredendo le regole;
- Una volta condannati in via definitiva pena fissa e chiara, senza premi o aggravamenti, se non in casi eccezionali.

A che serve non sapere se, per esempio, prenderò solo una multa o un anno di galera?
A che serve sapere, per esempio, che nonostante i 30 anni teorici a cui sono stato condannato, mi terranno dentro solo 10 anni o giù di lì?

Ripartiamo da questo. E poi vedrete che non ci sarà più bisogno né di perdonismo né di giustizialismo.

Saluti,

Mauro.

lunedì 7 agosto 2006

Liberisti? Ma non fatemi ridere!

Con la caduta del muro di Berlino si è consumata la sconfitta del comunismo. Il capitalismo e il liberismo hanno vinto.

C'è qualcosa che non mi quadra.
Che un capitalista sia contento della sconfitta del comunismo è naturale. È nella natura delle cose, qualunque cosa si possa pensare tanto del comunismo quanto del capitalismo.
Che un capitalista esalti il liberismo... però...

Ma come si fa, a meno di ipocrisie e/o ignoranze, a considerare come sinonimi o quasi capitalismo e liberismo? Ma sono opposti e inconciliabili!

Cerchiamo di capire un po' meglio chi è un liberista.
Un liberista è una persona che nell'economia (e non solo, ma limitiamoci all'economia) predica il libero mercato, cioè la concorrenza, l'apertura a offerte diverse.
Il liberista da una parte quindi è contro lo statalismo, il controllo centralizzato dell'economia (e la versione estrema del liberista è contro ogni regola, quindi inconsapevolmente tendente all'anarchia).
Dall'altra parte è inevitabilmente contro il capitalismo. Perché? Molto semplice: il capitalismo non può che avere come fine (conscio o inconscio poco importa) il monopolio. Cioè il controllo centrale, anche se non da parte dello Stato.

Quindi se sentite un capitalista lodare il liberismo... non stupitevi se sentite puzza di bruciato e soprattutto controllate se avete ancora il vostro portafogli in tasca :-)

Saluti,

Mauro.

mercoledì 2 agosto 2006

Non difendetemi!

Una piaga del nostro tempo: coloro che ci vogliono difendere.

Impegno lodevole, quello dei buoni samaritani del nostro tempo, e soprattutto quasi sovrumano.
Del resto viviamo in un mondo pieno di pericoli di ogni sorta, nascosti ovunque, anche a due passi da noi, non solo nei vicoli di Baghdad o nelle giungle colombiane.

Per fortuna che quando andiamo a una manifestazione politica ci sono prottetori della nostra parte che ci difendono dagli attacchi di quegli antidemocratici dell'"altra parte".
Per fortuna che quando seguiamo la nostra squadra del cuore in trasferta ci sono i nostri ultrà che ci difendono da quei violenti ultrà provocatori della sponda opposta.
Per fortuna che quando ci troviamo in movimenti di piazza spontanei ci sono altrettanti "spontanei" servizi d'ordine che ci difendono dagli attacchi di provocatori mascherati e/o polizia fascista.
Per fortuna che quando il nostro paese cerca di fare una qualche politica estera ci sono i servizi che prevengono gli attentati di chi ce lo vuole impedire.
Per fortuna che quando da qualche parte un dittatore cade ci sono i difensori della democrazia che arrivano a difendere i neo-liberati dagli attacchi, dai colpi di coda di chi non vuole la libertà.
Per fortuna...
Per fortuna...
Per fortuna...

Per fortuna?
Per fortuna???

E se... senza tutti questi difensori, tutti questi disinteressati samaritani che si sacrificano per noi rischiando la loro incolumità... tutti questi attacchi, tutti questi rischi non ci fossero?

E se... tutti questi samaritani poi così disinteressati non fossero?

Cari buoni samaritani, se dovessi trovarmi in difficoltà, non difendetemi. Così forse eviterò addirittura di essere attaccato :-)

Saluti,

Mauro.

lunedì 31 luglio 2006

Contro l'indulto

Premetto che non sono un giurista, quindi ciò che dirò non si basa su ragionamenti "tecnici".
E non voglio fare neanche del facile moralismo, quindi non farò "classifiche" di dignità tra i vari reati. O distinzioni politiche fra gli stessi.

Di "tecnico" vorrei dire solo un'unica cosa: l'indulto non è un'amnistia o una grazia, quindi nessuna fedina penale verrà "lavata". Tutti quelli che si scandalizzano per la cancellazione dei reati possono smetterla di starnazzare: nessun reato verrà cancellato.

Però... non sono convinto (proprio per niente) dell'indulto. Almeno non in questa forma.

Verò è che le carceri sono sovraffolate e che anche i carcerati hanno diritto a vivere con dignità (anche dietro le sbarre, sì, anche lì).
Vero è che in teoria il carcere dovrebbe essere luogo prima di tutto di rieducazione, non di punizione. E che in questo ha fallito.

Però è vero anche che ogni persona, carcerati compresi, è diversa.
A parità di reato e di pena, bisogna vedere cosa c'è dietro il reato, le motivazioni che hanno portato a ciò.
A parità di reato e di pena, bisogna vedere che persona abbiamo di fronte. C'è chi è pericoloso e chi no, c'è chi per natura tende al male e chi per natura no.

Insomma: alleggerire le pene, abbreviare le misure restrittive o altri provvedimenti che tendano a migliorare la situazione dei detenuti (e indirettamente quindi anche quella dei loro guardiani) va bene, anzi benissimo.

Ma non come provvedimento di massa: ogni situazione va valutata singolarmente.
Carcerato per carcerato.

Essere umano per essere umano.

Saluti,

Mauro.

giovedì 27 luglio 2006

Sono antisemita?

Con la riesplosione del conflitto tra Israele e Hezbollah in territorio libanese e con la conseguente conferenza di Roma (conferenza che, se non fosse per la situazione tragica di cui si parlava, avrebbe potuto essere scambiata per una barzelletta malriuscita) torna di estrema attualità la situazione medio-orientale.

Soprattutto torna di estrema attualità l'essere pro o contro Israele.
E ancor di più il fatto che non si possa criticare Israele senza essere accusati di essere antisemiti.
Io a questo mi ribello.

Per prima cosa mi ribello per una semplice ragione linguistica: popoli semiti sono (basta consultare qualsiasi enciclopedia per accertarsene), tra gli altri, ebrei e arabi. Sì, proprio i tanto odiati e "antisemiti" arabi.
Quindi, signori miei, se io attacco Israele e difendo i Palestinesi non posso essere antisemita. Se lo fossi veramente attaccherei tutti e due i popoli. Al limite attaccando solo Israele potrei essere anti-israeliano o anti-ebraico. Ma non antisemita.

Ora i più attenti di voi avranno notato che ho parlato di Israele, ma invece di citare gli israeliani ho citato gli ebrei.
Ma come, direte, spacca il capello in quattro per il significato di "antisemita" e poi mischia allegramente uno stato moderno democratico (Israele) e la professione di una ben precisa religione (l'ebraismo)? Non sa che esistono israeliani di religione musulmana o cristiana e che esistono ebrei che non hanno né hanno intenzione di avere il passaporto israeliano?

Bene, avete colto il punto. La confusione è stata da me fatta apposta.

Io voglio poter criticare Israele come stato allo stesso modo in cui posso criticare Italia, Germania, Siria, Giordania, Cina, Stati Uniti, Brasile o qualsiasi altro stato senza venire accusato di razzismo o di essere nemico di una religione o altre cazzate simili.
Io critico uno stato o un governo, non un popolo o una religione.

Se critico Israele sono obbligatoriamente antisemita?
Bene, allora preferisco essere definito antisemita che rinunciare al mio diritto di critica.

Saluti,

Mauro.

martedì 18 luglio 2006

Pausa

Il blog si prende qualche giorno di libertà :-)

Ci rileggiamo tra una settimana.

Saluti,

Mauro.

giovedì 13 luglio 2006

Bisogna saper perdere

I mondiali sono finiti. Per fortuna.
Sono sì stati un'avventura bellissima... ma un mese in cui si vive di solo calcio basta, ora torniamo alla vita, alla realtà.

Oggi voglio comunque parlare ancora di mondiali e poi basta, me li dimenticherò fino ai prossimi, fino al 2010.

Un bel mondiale, che ha fornito molte emozioni. Partite brutte e partite belle, ma soprattutto tanto tifo e voglia di divertirsi.

E alla fine purtroppo due delusioni. Due delusioni che portano i nomi di Germania e Francia.
Perché delusioni? Le due nazionali hanno giocato bene (più la Germania della Francia, comunque), hanno onorato il mondiale e hanno conquistato meritatamente il secondo e il terzo gradino del podio.

No, la delusione non c'entra col calcio giocato, ma con l'opinione pubblica e la stampa.

Francia e Germania hanno dimostrato in ciò di non saper perdere. E questo fa male allo sport. E fa male a me non solo in quanto italiano, ma soprattutto in quanto amante del calcio.

I tedeschi continuano a tirare fuori la storia di Frings.
Ma non siate bambini, suvvia! La squalifica è stata giustissima ed è giustissimo protestare per chi va contro le regole (vedi Frings).
A parte il fatto che la squalifica è stata dovuta all'intervento della ZDF (la FIFA è intervenuta dopo aver visto le immagini trasmesse dalla ZDF, che vi ricordo non è certo una televisione italiana), anche fosse stata l'Italia a presentare reclamo alla FIFA, che ci sarebbe stato di male?
Sarebbe come dire che se io vedo uno commettere una rapina non devo sporgere denuncia perché il rapinato non sono io.
Cari amici tedeschi... smettetela di leggere la Bild e accendete il cervello :-)))

I francesi (e molti tedeschi li seguono) continuano ora a tirare fuori le provocazioni di Materazzi contro Zidane.
Intanto il fatto che Zidane ha tenuto un comportamento violento in campo e per quello è stato punito (giustamente), mentre di comportamenti violenti da parte di Materazzi non se ne sono visti, dovrebbe bastare, qualunque cosa abbia detto Materazzi a Zidane.
Perché dovrebbe bastare? In campo (e parlo da persona che ha praticato sport a discreto livello per più di dieci anni) si cerca sempre di provocare l'avversario. Non è bello, ma è normale. E gli allenatori (quelli seri) insegnano sempre a non reagire o al massimo a reagire con violenza verbale, non con violenza fisica.
Nello sport chi reagisce con la violenza agli insulti ha torto, qualunque sia l'insulto. E Zidane lo sa benissimo. Come lo sanno benissimo tutti i francesi.
In più basta guardare le immagini: Zidane ha parlato per primo. Quindi se si vuole essere onesti, bisogna chiedersi cosa ha detto Zidane, prima di chiedersi cosa ha detto Materazzi.
Non so se ieri sera avete ascoltato l'intervista a Zidane sulla TV francese.
Di fatto Zidane ha assolto Materazzi: se Materazzi avesse detto qualcosa di così grave, Zidane non avrebbe avuto problemi a riferire chiaramente l'insulto, invece si è tenuto sul vago, girando di fatto intorno alla cosa con l'unico intento di fare la vittima.
Sinceramente da un campione come lui, la cosa mi ha messo molta, molta tristezza.
Cari amici francesi... prima di darci dei ladri, restituiteci tutte le opere d'arte che Napoleone ha rubato in Italia e portato al Louvre :-)))

Posso capire che i tedeschi siano delusi per aver perso il mondiale in casa propria.
Ma vi ricordo che nel 1990 l'Italia arrivò terza in casa propria e invece di inventarsi chissà quali storie tifò addirittura in finale per la Germania, contenta che il titolo rimanesse in Europa.

Posso capire che i francesi siano delusi per aver perso ai rigori senza aver demeritato.
Ma vi ricordo che nel 1994 l'Italia perse la finale ai rigori contro il Brasile, senza che il Brasile meritasse di vincere, però non si inventò campagne di stampa per sminuire il titolo dei brasiliani.

Insomma, per una volta sono orgoglioso di poter dire senza tema di smentite: cari amici francesi e tedeschi, imparate da noi italiani.

Imparate a saper perdere. Vincere è facile, ma nella sconfitta si vede il carattere.

Saluti,

Mauro.

lunedì 10 luglio 2006

E ora...

...che abbiamo vinto il titolo di Campioni del Mondo di calcio, il nostro calcio deve vincere la seconda battaglia. Forse quella più importante e difficile: quella contro l'insabbiamento.

Non bisogna lasciare che lo scandalo dei campionati truccati venga nascosto con il solito "volemose bene" che segue a ogni grande successo (e non solo in Italia, credetemi).

No. La vittoria di Berlino non deve essere una scusa per un'amnistia, per un insabbiamento generale.

La vittoria di Berlino deve invece essere la vittoria contro la banda Moggi-Galliani, deve far venire tutto alla luce e far sì che la giustizia (sportiva e, se necessario, anche penale) faccia il suo corso. Senza pietà e senza giustizialismi.

Se la vittoria nel mondiale portasse a un'amnistia, allora sarebbe stato mille volte meglio buttarli in tribuna quei cinque crudeli, magnifici rigori contro la Francia.

Saluti,

Mauro.

venerdì 7 luglio 2006

Povera satira

I tedeschi non sanno fare la satira. Ci provano, insistono, fanno finta di non sentire chi glielo ricorda... ma non sanno fare la satira. È un dato di fatto.

L'unico tedesco che ci sia riuscito è stato Kurt Tucholsky. Ma è passato ormai un secolo.

I tedeschi credono che fare satira sia equivalente a lasciarsi andare a volgarità da bettola di quart'ordine. Come ha fatto Adrian Pohr sulla versione in rete della Zeit di oggi ('Mafia im Finale', con una promessa di traduzione italiana: 'La Mafia al Finale' ), oppure Achim Achilles sulla versione in rete dello Spiegel di qualche giorno fa (talmente vergognosa da spingere la redazione a cancellare l'articolo e a scusarsi in tre lingue: 'In eigener Sache'). Per non parlare della Bild. Che neanche merita di essere citata.

Ma i tedeschi non sanno fare satira neanche su (o contro) sè stessi. Se penso a riviste che in Germania sono considerate satiriche, ma che in Italia farebbero ridere al massimo ragazzini delle medie, mi cascano le braccia.

Del resto Ennio Flaiano, Achille Campanile, Cesare Zavattini, Stefano Benni, Michele Serra e cento altri che ora dimentico sono nati non per caso in Italia e non in Germania :-)

Amici tedeschi, sapete fare tante cose bene, anzi benissimo, ma nella satira fate pena. Lasciate perdere, ve lo consiglio più per voi stessi che per le vostre potenziali vittime.

Anche perché rischiate di provocare incidenti.
Non dimenticatevi infatti che una satira ben fatta fa sorridere chi ha la coscienza a posto e fa vergognare chi la ha sporca, mentre una satira mal fatta sveglia solo i peggiori rappresentanti dei vari schieramenti senza muovere nessuna coscienza.

Saluti,

Mauro.

martedì 4 luglio 2006

Bruno, l'orso

Gli animalisti hanno chiesto ai giocatori italiani di lanciare qualche segnale stasera prima della partita contro la Germania in ricordo dell'orso ucciso qualche giorno fa in Baviera.

A parte il fatto che tutta (o quasi) la Germania si è indignata quasi quanto noi italiani e che la Baviera (o meglio il governo bavarese) si è ritrovata isolata all'interno del suo stesso paese... che c'entra un segnale del genere? Mica i calciatori tedeschi hanno ucciso Bruno.
Un gesto simile servirebbe solo ad aumentare la tensione (sarebbe facilmente fraintendibile, potrebbe sembrare un'accusa alla Germania tutta) e di tensione grazie ai coglioni dello Spiegel e della Bild ce n'è già abbastanza.

Semmai, in ricordo di Bruno, si potrebbe boicottare la Baviera: niente turisti italiani in Baviera, niente prodotti bavaresi (tra cui le marche BMW, Audi o Siemens) acquistati in Italia, eccetera.

Questo sì che si potrebbe fare. Oltre che inondare di posta con frasi - educate! - di condanna l'ufficio del signor Werner Schnappauf, ministro bavarese per l'ambiente.

Volete l'indirizzo?

Werner Schnappauf
Bayerisches Staatsministerium für Umwelt, Gesundheit und Verbraucherschutz
Rosenkavalierplatz 2,
81925 München
Germania

Saluti,

Mauro.

domenica 2 luglio 2006

Presepe e Islam

Mi sono ricapitate tra le mani alcune righe che scrissi intorno a Natale. Ora Natale è lontano, ma penso che possano essere comunque interessanti.

Negli ultimi anni sempre più scuole hanno soppresso o modificato la tradizione natalizia del presepe. L’ultimo esempio è una scuola milanese che ha deciso di fare il presepe, ma di non metterci Gesù bambino.
Motivo? Non ferire la sensibilità dei sempre più numerosi bambini musulmani, o comunque non cristiani.
Sinceramente... di una simile decisione si può solo ridere.

Punto primo: in Italia ci sono tantissimi atei e agnostici che si sentono infastiditi dall’imposizione di tradizioni cattoliche molto di più di quanto ne siano infastiditi i musulmani. Queste persone in Italia ci sono sempre state, ma nessuno ha mai pensato alla loro sensibilità.

Punto secondo: Gesù è anche un “personaggio” dell’Islam. Il Corano lo presenta come un grandissimo profeta. Quindi togliere Gesù dal presepe, ma fare il presepe, diventa una doppia offesa: lasci ciò che è tipico cristiano (il presepe, appunto) e togli ciò che accomuna Islam e Cristianesimo (cioè Gesù)?

Punto terzo: se vogliamo vedere il presepe non come simbolo religioso ma come esempio della tradizione popolare-culturale di un paese (e c’è molta gente che lo vede in questi termini), allora è chi arriva da fuori a doversi adeguare (il che non significa convertirsi o tradire la propria cultura, ma solo accettare anche quella del paese dove ci si trova), non chi fa il presepe.

Saluti,

Mauro.

giovedì 29 giugno 2006

Cina e finanza

La Cina conquisterà il mondo. Economicamente almeno.
O forse no. Forse lo farà l’India, che ha manodopera ancora più a basso costo.
O forse ritornerà in auge l’Australia, dove è stata appena cancellata di fatto ogni protezione sindacale per i lavoratori.
O forse... o forse semplicemente non abbiamo capito niente.

Al di là dei cicli economici che hanno sempre portato a periodi buoni e periodi cattivi, il problema credo sia molto più banale.
Non è occidente contro oriente. Non è Stato contro libero mercato. Non è neanche (almeno non solo) padrone contro lavoratore.
È finanza contro industria.

Finanza significa che la produzione non ha nessuna speranza. Né in Italia, né negli USA, né in Cina, né altrove. Finanza significa semplicemente guadagno veloce. Lo sviluppo di un’azienda, di un commercio non sono importanti. Importante è tirarne fuori il più possibile, ma soprattutto il più alla svelta possibile.
Industria invece significa che la produzione e lo scambio durano, è un ragionamento a medio-lungo termine. Quindi guadagno magari inferiore, ma duraturo nel tempo.
E questa differenza vale in entrambi i sistemi: statalista e liberista.

Non è la Cina che ci deve fare paura. Anzi, forse potrebbe diventare un’utile alleata.
Sono gli Ackermann e gli Gnutti che ci devono fare paura.

Saluti,

Mauro.