giovedì 13 settembre 2012

Il dilemma del piccolo azionista

La Banca Intesa Sanpaolo ha annunciato (non ufficialmente, ma tra le righe è stata più che chiara) che vi sono tra i mille e i duemila esuberi a cui bisogna trovare una soluzione.
Detto in italiano corretto: tra mille e duemila persone da licenziare.

Brutta notizia, ma - mi direte - oggi come oggi nulla di strano, anzi in altre banche e aziende va anche peggio.
Vero, però...

1) Io vengo da una famiglia operaia (e prima ancora di contadini e pescatori, prima di me il livello lavorativo più "ricco" era stato raggiunto da un nonno infermiere) e quindi sono cresciuto in una cultura che vede il lavoro come sacro, sia come dovere che come diritto. A maggior ragione diritto nelle aziende che vanno bene e fanno utili, come Intesa Sanpaolo nonostante la crisi.

2) Io in Italia sono cliente di Intesa Sanpaolo. Ma soprattutto ne sono anche azionista (piccolo, anzi piccolissimo azionista, ma pur sempre quindi comproprietario della banca). E nel mondo finanziario attuale licenziamenti significano crescita del valore delle azioni (cosa sicura) e crescita futura dei divedendi (cosa non sicura, ma estremamente probabile).

Quindi, ragionando in base alla mia cultura, ma anche a un senso etico generale (vedasi 1) dovrei incazzarmi o comunque perlomeno addolorarmi.
Ragionando invece da azionista dovrei gioire e provare a valutare quanto ci guadagno (vedasi 2).

Ora, per fortuna nel mio caso il problema non si pone: avendo un buon stipendio ed essendo le azioni possedute veramente poche, se queste finiscono a bagno non divento povero e se queste schizzano alle stelle non divento ricco... quindi non ho dilemmi né morali né materiali e posso tranquillamente incazzarmi e addolorarmi per la notizia.

Però io mi pongo una domanda.
Se per me valessero ancora i punti 1 e 2 di cui sopra, ma fossi in difficoltà finanziarie, magari avessi perso il lavoro e sapessi che una crescita di valore di quelle poche azioni (ed eventualmente dei dividendi) potrebbe, almeno temporaneamente, aiutarmi a gestire la difficoltà, a tenermi a galla... come ragionerei?
Sarei ancora capace, nonostante la mia cultura e le mie radici, a essere solidale e a pensare a quelle persone che perdono il lavoro? Oppure penserei solo a me stesso?

Non lo so. E vi dico sinceramente che spero di non dover mai scoprire cosa penserei, come agirei in un caso simile.

Saluti,

Mauro.

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