lunedì 6 novembre 2006

La condanna di Saddam

Saddam è stato condannato a morte. Che sorpresa, vero?

Sinceramente, che la sentenza di questo processo-farsa fosse scritta fin dall'inizio lo sapevamo tutti. E che fosse stata scritta tra Londra e Washington più che a Baghdad anche (del resto i giudici, anche se formalmente iracheni, a chi credete rispondessero?).
Appunto questo è il problema, non l'essere a favore o contro la pena di morte o il ritenere questa condanna giusta o sbagliata.

Il problema sono i processi dei vincitori agli sconfitti. Anche quando i processi partono da necessità vere, da spinte (anche morali) condivisibili, i processi dei vincitori ai vinti non sono mai giuridicamente corretti. Non possono esserlo, perché si fondano su leggi ad hoc (non ditemi che a Norimberga, per esempio, ci si è basati su leggi preesistenti dei paesi dove i criminali nazisti perpetrarono i loro crimini) e procedure straordinarie, quindi estranee al concetto stesso di giustizia.

Al proposito c'è un bell'articolo di Antonio Carioti sul Corriere della Sera di oggi: "Il dilemma di Norimberga: impossibile perdonare, impossibile punire".
Ancora più esplicito Sabino Cassese sulla Repubblica: "Il processo senza giustizia con un verdetto farsa".
E ne' Carioti ne' tantomeno Cassese possono certo essere accusati di antiamericanismo.

E allora che fare?
Saddam è un criminale. I gerarchi nazisti erano dei criminali. Eccetera. Quindi vanno puniti, bisogna trovare il modo di avere un processo che dia (almeno moralmente) giustizia alle vittime di questi criminali, ma che per farlo non "uccida" il concetto di diritto.
Io non sono un giurista, quindi non so se un processo del genere possa esistere e, se sì, come possa apparire.
So però che, moralmente, piuttosto che impiccare Saddam con una sentenza-farsa seguita a un processo-farsa, sarebbe stato molto meglio ucciderlo a sangue freddo appena catturato. Senza processi e teatralità varie.

Saluti,

Mauro.

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